Dublino: accumulatio H.G.

Pubblicato: 25 aprile 2013 in Senza Categoria
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Dublino assomiglia molto a una qualunque città italiana con la differenza che tutte le ragazze sono Hermione Granger (e tutti i ragazzi sono Andy Murray (che è scozzese (lo so) (non fa niente)).

Se la temperatura è appena al di sotto dei sei gradi centigradi e il vento spira attorno ai trenta nodi non è raro vedere dublinesi vestiti come Beppe Grillo chiacchierare fianco a fianco con gente vestita come Borat quando va in spiaggia.

grillo

Tipica divisa da passeggio dublinese

(a parte gli scherzi, ma non patiscono il freddo? fa un freddo da paura!)

Tipico dublinese sulla spiaggia di Dublino quando ci sono -33° centigradi.

Qui a Dublino moltissime donne portano lo chignon, che in Italia invece sembra sparito.

Ovunque ti infili per proteggerti dal freddo viene diffusa (ovviamente) musica celtica. Nonostante l’atmosfera e le decine di Hermione Granger la musica celtica continua a far cagare anche qui.

Per strada c’è un sacco di gente all’apparenza molto felice. Forse il freddo dopo un po’ di tempo ti intacca definitivamente i centri del dolore o forse la droga è molto più diffusa che da noi (e deve anche essere migliore, da noi i drogati hanno tutti l’aria da drogati qui boh, sembrano tutti usciti da una sessione di cinquecento ore di amore tantrico).

Ho fatto una foto che se no non ci credete.

Sì, lo so, la droga si chiama Guinness.

Ho già detto che la musica celtica fa proprio cagare?

A Dublino le mamme sono giovani. La prima volta dici Uh una ragazzina con già tre figli! poi invece è la norma e penso che sia bello e giusto. Tornando in Italia proverò fastidio alla prima matrona o matrono (quale sono io) che vedrò spingere un passeggino.

Temperatura esterna: +5°. Percepita: -80°.

Il primo dublinese in assoluto che mi ha rivolto la parola (il tassista) mi ha parlato:

- Del sacrificio dei patrioti contro l’oppressore inglese.

- Del Papa.

- Della morte della Thatcher.

- Delle tette delle dublinesi che a suo dire tendono a essere più grandi per motivi legati all’isolamento genetico e alla dieta ricca di verdure (come quella delle mucche (testuale)).

- Infatti salutandomi mi ha detto: “mi raccomando verifica in prima persona questa cosa delle tette” (“non si preoccupi, ce la metterò tutta!” (“che Dio ti benedica” (“e benedica anche le tette!”) “ahahahah”) “ahahahah”).

Ho chiesto un thè earl grey e mi hanno dato un english breakfast, maledetta globalizzazione.

Per circa un’ora ho sentito forte l’attrazione delle mie radici, il morale mi è andato sotto ai piedi e ha messo loro le ali. Ho camminato a tutta birra (ovviamente) per più di dieci kilometri (cosa che non mi capita tanto spesso) finché mi sono ricordato di essere completamente privo di radici, di non essermi mai sentito simile a niente e a nessuno (con alcune preziose eccezioni) o, nelle sere in cui il bicchiere (di birra, ovviamente) era mezzo pieno, di essermi sentito simile (almeno potenzialmente) a chiunque (con alcune disgustose eccezioni). Per me un posto vale l’altro e Dublino potrebbe andare benissimo, soprattutto se capissi chi è che vende quella droga da 500 ore di sesso tantrico.

Quelli (s)vestiti da Borat, non contenti, sorseggiano la loro Guinness seduti ai tavolini all’aperto, incuranti delle lame di vento ghiacciato che percuotono il loro corpo.

Una Hermione Granger su tre porta in spalla una custodia di uno strumento musicale (e quindi la percentuale è destinata a crescere tenuto conto che ci saranno anche Hermione Granger che suonano il flauto (malpensanti) o strumenti come il triangolo (evabbé, malpensanti)). Come al solito subisco il fascino dell’arte e dell’impegno per ottenere un risultato che abbia a che fare con la bellezza e questa diffusione di strumenti musicali mi è sembrata meravigliosa, mi sono immaginato questa orchestra di Hermione Granger ed era tutto bellissimo almeno finché non ho realizzato con orrore che quell’orchestra stava suonando quasi certamente musica celtica.

A Dublino vado spesso a sbattere contro le persone, credo che dipenda dalla guida a destra. Come già mi era successo in Inghilterra rimango sempre un po’ sconcertato dal fatto che non si arrabbino e anzi ogni tanto mi chiedano anche scusa. Andare così spesso a sbattere contro Hermione Granger bisogna ammettere che ha i suoi lati positivi.

I bambini dublinesi che si trovano allo stato brado (alcuni in canottiera e ciabatte a -80°) sui prati (tenuti all’inglese ma questo per qualche motivo ho la sensazione, l’istinto direi, che è meglio tacerlo) giocano tra loro a GOLF. Cioè mentre i nostri bambini allo stato brado sui prati all’italiana (tipico misto di erba e confezioni di merendine) giocano tra loro a pallone (lo so, non è vero, giocano con la DS facendo pericolosamente aumentare la percentuale di “confezioni di merendine” in quel delicato equilibrio rappresentato dal tipico prato all’italiana, ma volevo rievocare un’immagine della mia infanzia) qui giocano a golf. Dalla qual cosa si capisce che i bambini dublinesi sono meglio di quelli italiani se non altro per la questione della violenza sui prati. Quanto ci metterebbero i bambini italiani a prendersi a mazzate (e sto dicendo letteralmente) in testa?

Un’altra cosa che le Hermione Granger fanno è sedersi di fianco a me con fare amichevole mentre me ne sto seduto in vetrina in un pub a sorseggiare il thè sbagliato (forse in un pub non bisogna ordinare thè, ora che ci penso). Non sono solo amichevoli, sono anche incuriosite da quello che sto scrivendo sull’agendina e non sembrano per nulla intimidite dalla mia presenza. Lo dico perché il motivo principale per cui lungo la mia esistenza mi sono trasformato in un eterno wallflower è che le ragazze prima e le donne poi, generalmente poco o punto assomiglianti a Hermione Granger (bisogna ammettere), hanno spesso dimostrato di essere DEL TUTTO intimidite dalla mia presenza. Sarà che non scrivevo a mano da circa un secolo, sta di fatto che nemmeno se capissi alla perfezione l’italiano cara la mia cara Hermione Granger avresti qualche chance di decifrare questa grafia. A peggiorare le cose avere di fianco Hermione Granger che mi sbircia il quaderno mi mette addosso una strana agitazione e, come se non bastasse la grafia, ho cominciato a sbagliare sempre più spesso, spesso sbaglio due, tre, quattro parole di fila, tanto che ho pensato che a Dublino non funzionasse il correttore ortografico. QUALE CORRETTORE ORTOGRAFICO CHE STAI SCRIVENDO A MANO, COGLIONE? Solo molti minuti dopo che Hermione Granger se n’era andata questo campo minato di scarabocchi ed errori e cancellazioni e correzioni scritte con mano tremula sta finalmente tornando a essere (quasi) ordinato.

Mi sono fermato a mangiare in un bar qualunque lungo Temple Bar (che non è un bar ma un quartiere, a Dublino c’è un quartiere che si chiama Bar) e c’è una partita di calcio, dalla partecipazione emotiva direi un derby, e tutti attorno a me stanno incitando o imprecando in gaelico. Non avete idea di quanto mi costi ammetterlo ma in effetti questa lingua (maledizione!) SUONA COME IL BERGAMASCO! adesso per esempio il capitano della squadra rossa (ci sono rossi contro azzurri, come in ogni capitale che si rispetti) che boh, forse si chiama Francesc O’Totti, ha appena fatto un numero mica da ridere accolto con un coro di approvazione degli astanti. È come se a cantare “Un capitano, c’è solo un capitano!” si fossero messi decine di Calderoli. Alla fine, che tristezza, ho scoperto che era il derby di Manchester, ecco contro cosa si infrange il sacrificio dei patrioti per la libertà dagli inglesi.

Quando il tassista mi ha chiesto da dove venivo io ero già rapito da quello che trasmettevano i finestrini (non mi ero ancora accorto di essere stato rapito) e gli ho detto “per me non sarebbe nemmeno difficile venire a vivere qui,” l’inglese mi usciva spontaneo e fluente, parlavo questa lingua come non mi era mai accaduto prima, “mi basterebbe mettere in candeggina l’unica bandiera che ho a casa. E nemmeno tutta la bandiera, solo un pezzettino e nemmeno tanto a lungo.” E poi ancora in questo inglese pazzescamente fluente “in fondo è quello che i nostri politici fanno continuamente, mettono le loro bandiere nella candeggina, loro però ce le tengono per mesi, a volte per anni, così poi possono colorarle a loro piacimento e quello che erano prima è bell’e dimenticato.” Alla fine il tassista stava ridacchiando “vede signore,” mi ha detto, “lei parla proprio come Tarzan”. Non sono sicuro che fosse un complimento.

La polizia di Dublino si chiama Garda e niente, fa già molto ridere così.

La sede della polizia di Dublino.

Lascio Dublino senza aver baciato nemmeno una Hermione Granger, ma è stato bello averlo desiderato.

Tradurre Shakespeare

Pubblicato: 15 marzo 2013 in Senza Categoria

L’uomo seduto alla sinistra di Persse, che traduce manuali di manutenzione per le motociclette Honda, lo informa di aver visto recentemente un dramma di Shakespeare recitato da una compagnia giapponese, dal titolo Lo strano caso della carne e del petto.
“Non mi sembra di conoscerlo” dice con gentilezza Persse.
“Lui vuol dire Il mercante di Venezia” spiega Akira.
“E’ questo il titolo in giapponese?” domanda deliziato Persse.
“Alcune delle traduzioni antiche di Shakespeare erano piuttosto libere,” risponde Akira in tono di scusa.
“Ne conosce degli altri, altrettanto buoni?”
“Buoni?” ripete perplesso il giapponese.
“Buffi.”
“Oh,” Akira sorride. Sembra che non gli sia mai balenato per la mente che Lo strano caso della carne e del petto sia un titolo divertente. Medita. “C’è Lussuria e sogni nel mondo transitorio,” dice. “Che sarebbe…”
“No, non me lo dica… mi lasci indovinare… Antonio e Cleopatra.”
“Romeo e Giulietta,” dice Akira. “E Spade di libertà…”
“Giulio Cesare?”
“Esatto.”
“Sapete,” dice Persse, “avete qui l’occorrente per un bel gioco di società. Potreste inventarvi voi i titoli… come ‘Il mistero del fazzoletto scomparso’ per l’Otello, o ‘Il triste caso di un pensionamento anticipato’ per il Re Lear.” Chiama il cameriere per offrire da bere al gruppo.
[...]
Il professor Umeda sbadiglia, si strofina gli occhi e accetta un whisky e quando gli viene spiegato il desiderio di Persse gli elenca ‘Lo specchio della sincerità’ (Pericle), ‘Il remo ben abituato all’acqua’ (Tutto è bene ciò che finisce bene) e ‘Il fiore nello specchio e la luna sull’acqua’ (La commedia degli errori).
“Oh, quest’ultimo li batte tutti!” esclama l’irlandese. “E’ veramente splendido!”
“E’ un modo di dire,” spiega Akira “Significa ciò che può essere visto ma non può essere afferrato.”

David Lodge
Il professore va al congresso (orig. Small world)
Tascabili Bompiani
Traduzione Mary Buckwell e Rosetta Palazzi
(9 Euri)

Che qualcuno che si chiama Rosetta faccia traduzioni di lavoro mi sembra bellissimo. Come questo libro peraltro.

(qui la prima parte)

Mi aspettavo un volo breve e invece siamo qui mano nella mano che giriamo vorticosamente come il coglionauta che si è buttato dalla stratosfera. La sento appena urlare non so se per paura o per l’eccitazione, attorno alcune sporadiche luci danno l’idea della pazzesca velocità a cui stiamo cadendo.
Cadiamo e cadiamo finché una grande piscina non interrompe il nostro volo. È illuminata internamente e irradia una luce rossa molto rassicurante.
Nell’impatto le nostre mani si staccano e l’acqua non troppo calda non mi consola affatto di questo distacco. Provo ad aprire gli occhi, le forme che vedo sono troppo confuse e non riconosco nessuno.

Mi isso sul bordo e scopro di essere nudo, come la donna accanto alla quale mi siedo e che sulle prime non riconosco e come tutti quelli che ci stanno attorno.

- Sono pudìca.

(si dice pùdica o pudìca?)

- A me (invece) piace molto stare seduto sul bordo con i piedi in acqua; potrai sopportarmi?
- Vedremo.

Intanto gli altri devono essere arrivati, non li riesco a vedere tutti ma da quelli che mi stanno attorno capisco che non può mancare nessuno.

Il Signor Data sta conversando con un donnone vestita di spandex che mi sembra di aver già visto da qualche parte (in un monitor di certo, tutto quello che ho visto l’ho visto dentro un monitor) ma non saprei dire dove.

Sei persone stanno telefonando con un apparecchio A FILO e curiosamente sono tutti mascherati da personaggi di secondo piano di Paperopoli: Brigitta tiene la cornetta in un modo strano mentre abbraccia languidamente Spennacchiotto; Paperetta Yè Yè è avvinghiata a Filo Sganga e se vanno avanti così si strangolano con i fili del telefono, vorrebbero baciarsi ma le maschere glielo impediscono. Altri due più indietro rimangono composti, si sfiorano le mani mentre parlano sottovoce nelle cornette. Non li riconosco, lui potrebbe essere Anacleto, lei forse è Reginella.

- Stanno guarendo i loro amici, ma perché funzioni ci vuole il filo, non si può fare con i cellulari.
- Ma tu ci credi?

Non avevo capito che aveva un corpo così, era stata brava a nasconderlo (o ero stato bravo io, come al solito, a guardare altrove).

- No, non ci credo.

Ormai tranne noi due sono quasi tutti in acqua, si tengono vicini apparentemente per combattere il freddo ma sono convinto che lo farebbero comunque. Oltre a noi manca solo Zaphod che si sta attardando a piegare in maniera ossessiva il suo accappatoio (lo appoggia a una sdraio, non è contento, lo riprende, lo ripiega, lo appoggia, non è contento…) e Columbia che è rimasta vestita e guarda tutti leccando pensierosa un chupachupa aggiustandosi di quando in quando le orecchie di Topolino.

Ora riconosco chi mi sta seduta a fianco, è sempre lei (ma aveva quel corpo lì? ma siamo sicuri? ma possibile che non me ne fossi accorto prima?), ci riprendiamo per mano, è ora di andare. Un brivido di eccitazione mi scuote la schiena mentre raggiungiamo gli altri, è bellissimo, mi dimentico di lei, mi dimentico di tutto. E proprio in quel momento altrimenti perfetto arriva Deckard, la prende e se la porta via, maledetto, maledettissimo.

E lei? Lei sorride. Mi guarda, mi saluta.

Non faccio in tempo a esprimere la mia rabbia, o la mia frustrazione, che due mani piccole e forti mi stringono le spalle e mi fanno girare su me stesso.

Pugni e mosche, poche le mosche

Pubblicato: 4 gennaio 2013 in Senza Categoria

Lei è già arrivata e mi aspetta seduta con i piedi che ballonzolano nel vuoto dal cavalcavia. Sotto di noi le auto sembrano velocissime e in effetti il rumore che fanno ricorda un mare in tempesta, anche il rumore che sta facendo il mio cuore ricorda un mare in tempesta.
Il ponte di Calatrava è sporco, gli scarichi dei veicoli hanno già steso un velo nero e unto che da sotto non si vede ma che mi fa esitare: non sono sicuro di volermi sedere su quella roba.

- Sono sporca di te – mi dice senza girarsi, la sua attenzione attratta dal retro del cartello dell’uscita di Reggio Emilia. Come al solito sembra in grado di entrare nella mia testa e come al solito la confusione che trova non le permette di ascoltare chiaramente quello che sto pensando.
Mi siedo di fianco a lei. Sento il nero penetrare dal fondo dei miei jeans, lo sento muoversi e salire verso la mia schiena, questa cosa fa schifo, questo ponte fa schifo. Visto da sotto sembra basso e invece è altissimo. Le mie scarpe vecchie oscillano a un’altezza impossibile, mi aggrappo a uno dei tiranti, anche questo enorme visto da qui (non sono fili, sono giganteschi cavi d’acciaio).

- La mia vita – prosegue lei, e non sono più sicuro che stia parlando con me, non sono nemmeno tanto sicuro che si sia accorta della mia presenza – assomiglia a questa uscita. Quanta gente uscirà da qui? Zero. In rapporto a quanta gente ci passa davanti? Zero. E anche adesso che hanno fatto questo ponte pensi che sia cambiato qualcosa? Tutti guardano il ponte ma continuano a tirar dritti.

Finalmente si volta. Il suo viso non corrisponde a quello stato d’animo. Nei suoi occhi c’è ancora la stessa luce e la stessa gioia immutata si sprigiona dal suo corpo.

- Sei sicura di volerlo fare? – Non abbiamo mai avuto ripensamenti ma all’improvviso il dubbio mi soffoca. Nell’istante in cui pronuncio questa domanda mi rendo conto che potrebbe non essere sicura, potrebbe alzarsi e andarsene così e magari potrebbe farlo proprio per causa mia e per colpa di questa domanda.

Lei invece sorride. Nel velo lacrimale le scorrono immagini del suo passato, alcune tumultuose, alcune dolorose. Vedo le sue scelte e i momenti in cui si è sentita incastrata, di alcune intuisco il perché, spesso però non capisco nulla, sono auto che sfrecciano, camion pieni di dubbi che non si accorgono di niente.

- La felicità – mi disse qualcuno – è quando vinci i cento metri alle Olimpiadi e non eri il favorito, è quando piangi con la medaglia al collo e tutto il dolore di allenamenti che pensavi inutili finsice in quelle lacrime. È la fiammella della speranza, debole, che osavi tenere in mano solo nelle ore più buie e solitarie della notte e che così spesso ti sembrava spenta che all’improvviso ti riscalda e riscalda tutti coloro che ti stanno intorno. Il suo sorriso ha quel sapore e mi piace.

Un clacson potente ci squote: sono loro, motrice bianca e cassone rosso. Ci prendiamo per mano, la sua stretta è calda e decisa. Nell’abitacolo si intravvedono due persone, stanno ridendo.

- Pronta?
- Pronta.

E saltiamo.

(segue)

Insorgenza

Pubblicato: 8 dicembre 2012 in Senza Categoria

L’insorgenza delle cose ultraterrene è difficile da digerire.

Intervista su Doppler

Pubblicato: 24 ottobre 2012 in Doppler

Come nota a margine vi segnalo che sul sito di Blonk è stata oggi pubblicata un’intervista delirante in cui Amleto insegue Cip e Ciop.

Rochester Market cacatio mirabilis

Pubblicato: 23 ottobre 2012 in Senza Categoria

La cantina era quasi piena.

L’ultima che era entrata aveva lasciato appeso sulla porta quello strano meccanismo che permette di sollevare il naso o abbassare in contemporanea le due sopracciglia quando si sorride formando esattamente tre linee ondulate che sembrano i gabbiani che disegnano i bambini a scuola, va giù e torna su, va giù e torna su, va giù e torna su.
Prendete Silene, per esempio. Lei se lo metteva tutti i giorni e quando ti sorrideva tu pensavi che avesse una strana malattia che le increspasse quel punto preciso del viso. Poi scoprivi di non poter guardare altro. Avete presente Silene no? adesso non per dire ma un corpo come quello di Silene mica si vede tutti i giorni, e il suo viso, e i suoi occhi! eppure niente, guardi solo lì in mezzo al viso e aspetti un sorriso, dai sorridimi, dai sorridimi. E quando ti sorride e le si increspa così il naso ti senti talmente travolto dalla gioia che le prime volte ti senti svenire (anche dopo ti senti svenire, ti sentivi sempre svenire quando ti sorrideva Silene).

Quello appeso alla porta comunque non è quello di Silene, avete presente il naso di Silene, beh, no. Questo è più piccolo. È fatto meglio, ha un sottile filo d’argento ed è talmente piccolo che deve essere sicuramente invisibile.
Pensavo che ce l’avesse solo Silene, devono essere oggetti costosi, non so nemmeno bene come si chiamino. Non ho tempo di indagare, una volta che siamo chiusi dentro non c’è più tempo per parlare o guardarsi in giro.

Jen nel frattempo mi aveva scritto una cosa che mi ha lasciato perplesso: “Ciao, ecco quello che mi avevi chiesto, fanne buon uso: (G5, C4, C4, G4, G4)2, C4, G4, G4, D4, C6, G4, il resto è tutto 12 e 9 e non fa per te. Spero di vederti presto nel Tempio. Jen”.
Quindi mia madre sta morendo. È anziana, non sono di certo sorpreso e non è questo che mi lascia perplesso, è la storia del Tempio. Sono io che voglio vedere te nel tempio, Jen, e non viceversa. Il viceversa non è contemplato, non pensavo potesse mai esserlo.

Oggi oltre a Silene in cantina sono entrate con me altre tre o quattro donne, forse di più. La cantina era già gremita, abbiamo fatto fatica a trovare posto e poi ancora persone, e ancora altre.

Una tizia grande e grossa mi guarda e mi fa “te lo infilo io?” “scusa COSA mi infili?” le ribatto. “Devo farmi un po’ di spazio accanto alla colonna vertebrale ma vedrai che non ci vorrà più di un minuto”.

In effetti ci saranno voluti al massimo quindici secondi. La tipa grande e grossa era anche molto brava. “Strano il tuo,” mi ha detto. Un lungo filo grigio spesso zero, una fibra, un capello, di un grigio inquietante. Flessibile e vivo, l’ha infilato dal collo e adesso si nasconde dentro di me. Qui in cantina lo chiamano “la Zona”. “Questa è la vostra Zona interiore,” dicono, “dove potete rifugiarvi ogni volta che avete bisogno di un momento di amore.”

La mia Zona mi è difficile da raggiungere, è sfuggente. Solo quando Silene mi sorride sento che si muove. Quell’amore è però annodato, rugoso, acido e doloroso. La Zona provoca assuefazione. Ogni volta che ci vado la vite si stringe di un mezzo giro e sento l’osso cedere sempre più, fa un male cane e capisco che prima o poi non ce la farò e cederò del tutto. Eppure cerco sempre di andarci, non riesco più a starci lontano.

Tutto questo finché non spengono la luce, poi il mio mondo finisce e ne comincia un’altro fatto di polpacci e guancie e puzza e pelle di corpi e pelle senza corpo e Silene dove sei Silene, Silene.

Mi scrive ancora Jen: “Il nulla è tutto, sapevi che sarebbe potuto succedere, è successo a lei, dovresti esserne felice. Jen”. Sono tre giorni esatti che aspetto fuori dalla cantina, la gente continua a uscire a migliaia, a milioni. Silene non l’ho più vista. Mi è rimasta nelle mani la sensazione di quell’ultimo dito che non si voleva staccare dal mio dito, e nello stomaco quegli occhi chiari da cui il sorriso forzato non riusciva a levare la tristezza. Volevamo rimanere uniti a tutti i costi nonostante tutti coloro che ci stavano intorno si disgregavano a uno a uno, si perdevano in sbuffi rosso sangue e in grida che provenivano dal basso, da un basso che non conosco. E ci siamo riusciti, in un certo senso. Ma non nel senso che mi sarei aspettato: io da qui non me ne andrò mai più.