Archivio per la categoria ‘Letteratura’

Ciao David,

so che avevo scritto una cosa qui (ero al capitolo 20) in questo medesimo posto e poi soprattutto avevo scritto questo

ma ero solo al capitolo 34 e non avevo ancora ben chiaro il fatto che un libro sulla noia debba essere in qualche misura noioso.

Ora ho appena finito di leggere il capitolo 46 che è il pezzo di letteratura più bello che abbia letto negli ultimi anni, forse il più bello che abbia mai letto in tutta la mia vita e mi è anche passata la voglia di continuare, lo farò ma senza voglia.

Il capitolo 46 è un intero romanzo che non ha bisogno di niente né prima né dopo ed è forse la cosa più bella che tu abbia mai scritto.

Avevo pensato che tu avessi perso la mano e invece no, hai perso qualcosa (la vita, tipo) ma la mano no. Avevo già elaborato teorie psicologiche da quattro soldi sentendomi anche molto profondo e consapevole che giustificassero quello che è successo anche alla luce di questa complessivamente inutile operazione editoriale.

E invece niente, leggo ammirato e in silenzio sperando in qualcosa che possa assomigliare al perdono.

Il palo chingo

Pubblicato: 19 gennaio 2012 in Letteratura

Sto leggendo l’ultimo non libro di David Foster Wallace, impresa complicata dal fatto che ho deciso di leggerlo in inglese che è una lingua che non ho mai studiato. “Non libro” perché non l’ha scritto lui, cioè sì ma no, insomma è composto da parti che aveva scritto e assemblato e di frammenti che aveva scritto e non assemblato.

Universo parallelo (prima o poi mi passa): Lo leggo sui mezzi pubblici che sto prendendo spesso ultimamente (ieri ho dato 8 euro ad Atac non avendone indietro niente di cui possa avere un ricordo piacevole) sul Kindle in inglese e gli americani di Roma che mi vedono non riescono a trattenersi e mi rivolgono la parola, spesso per scambiare un’opinione sul Kindle stesso o per chiedere informazioni su come arrivare da qualche parte. Solo che io sì sto leggendo David Foster Wallace sui mezzi pubblici e tutto ma l’inglese non l’ho mai studiato e se uno mi chiede una cosa totalmente a caso e fuori contesto, ogni cosa è fuori contesto rispetto al contenuto del libro, io semplicemente non la capisco. Così mi trovo nei panni di quello che legge un romanzo in inglese e risponde a una domanda in inglese “Scusa non capisco”.

Ora un breve saggio “Quattro salti nel sociale”, o nella psiche, senza averne minimamente gli strumenti, cioè un’opinione di una persona totalmente priva di preparazione specifica: Già il titolo, non è che l’ho capito bene. Negli altri libri LUI era risucito a trasformare la sua quotidianità spesso anche banale e poco edificante in un elegante e complesso universo parallelo (ho detto che poi mi passa). In questo libro racconta il nostro universo, con la stessa capacità di analisi e la stessa ironia. Solo che il nostro universo, cioè il suo nostro universo, fa davvero schifo. Quindi niente, il quindi l’avete pensato voi.

scusate ho la mania delle lettere collettive, che sono per me dichiarazioni d’amore a chi so mi vuole bene. Volevo dirvi che il mio libro tra poco sarà in libreria[...]
Vi scrivo per dirvi che cosa significa per me questo libro: è come vedere finalmente realizzata una necessità. La necessità di condividere una solitudine con gli altri. Perché la poesia si compone in solitudine violenta con dentro l’umanità degli altri. Come una volta mi aveva detto al telefono con la sua voce da streghetta buona Maria Lai. Mi aveva detto che non dovevo avere paura perchè i poeti si portano dentro l’umanità di tutti, e sono gli altri ad avere bisogno di loro e non viceversa. Dunque abbiate bisogno di me, prendetemi, prendete il mio libro, leggetelo. C’è dentro anche un po’ di voi.


Dunque ho un’amica che scrive un libro di poesie e me lo dice così ciao ti amo ho scritto un libro di poesie. Che la volta prima invece era un ciao ti amo e ho fatto un film e quella ancora prima era ciao ti amo metto in scena una cosa vieni a vedermi.

Non è facile avere un’amica che scrive un libro di poesie.

Con il cinema ed il teatro ancora ancora, vado, la vedo lì, vedo il suo corpo, sento la sua voce e me ne innamoro. Ci vado in giro, ci chiacchiero e passo tutto il tempo a fingere che no, non mi sono innamorato anzi lo sguardo trasognato non lo faccio mica a te perché sei te è che mi viene così di natura, è il mio sguardo trasognato spontaneo marchio registrato. Che tu hai già negli occhi il prossimo progetto, le prossime parole ed io sono lì assieme a te ma vedo solo l’orizzonte non riesco a guardare vicino e l’orizzonte sono due nastri d’asfalto che si separano inesorabilmente uno percorso da carri bestiame e bifolchi puzzolenti e l’altro da bellissime persone che danzano e cantano. E scrivono libri di poesie. Che schifo di metafora.

Con la poesia è molto difficile. Ora sono qui, con il libro davanti, “Mai più la parola cielo” e sono qui da circa dieci ore, guardo la copertina, è un libricino piccolo piccolo, 58 pagine, lo prendo in mano, lo giro e rigiro, lo ripongo, lo riprendo. Ho altri amici che scrivono e dei quali ho letto i libri. Non è facile nemmeno in quel caso, la voce che sentono le mie orecchie e quella che leggono i miei occhi è spesso discordante e questo a volte provoca fastidio o dolore. Non posso immaginare con la poesia come possa essere.

Mi ricordo l’effetto che mi fece l’incipit di “Storie di cronopios e di fama” di Cortázar, me lo ricordo come se fosse ieri perché mi sono esplose le meningi, perché ho provato un senso di meraviglia, sono rimasto così stupefatto e da quella volta gli incipit hanno un sapore diverso per me e rischiano di essere approssimazioni sbiadite di questa:

Il lavoro di ammorbidire il mattone tutti i giorni, il lavoro di aprirsi un passaggio nella massa gommosa che si proclama mondo, ogni mattina inciampare nel parallelepipedo dal nome ripugnante, con una canina soddisfazione che tutto è al suo posto, la stessa donna accanto, le stesse scarpe, lo stesso sapore dello stesso dentifricio, la stessa tristezza delle case di fronte, della sporca scacchiera delle persiane con la scritta HÔTEL DE BELGIQUE.

Uno scrittore scrive per necessità o perché è furbo o per mille altri motivi ma un lettore non ha motivo alcuno per leggere se non il gusto di leggere (i lettori professionisti non lo so ma credo che se fanno quella professione senza gusto sono certamente persone molto tristi). E leggere poesie per me è molto costoso, significa doversi annullare e donare completamente al testo, significa riuscire ad aspettare il significato sapendo che potrebbe non arrivare, potrebbe non arrivare subito, potrebbe non arrivare mai.

Ciao Elena questa è una dichiarazione d’amore non so se ce la faccio; questa è una confessione non so se ne ho il coraggio. Se tu fossi una perfetta sconosciuta l’avrei già letto, è ridicolo lo so, mi sarei letto queste 58 pagine, me le sarei bevute, o forse ne avrei letta una ed avrei piantato lì ma insomma la questione, se tu fossi una perfetta sconosciuta, sarebbe già risolta. Una Elena il cui significato mi sfuggisse, nel male o nel bene, troverebbe posto nel mio cuore o sarebbe troppo diversa dalla Elena il cui “significato” e stato così spontaneamente accolto in me di persona?

Sono sicuro che è un libro bellissimo, leggetelo voi e ditemi com’è, io non so se ce la faccio.

Elena Morando, “Mai più la parola cielo”.

Posso farcela.

Ora lo apro e leggo la prima pagina.

Solo la prima pagina.

Se leggo la prima pagina poi è fatta.

Metamorfosi di un burattino

Pubblicato: 7 novembre 2010 in Letteratura

di Alessandro Vigliani

Ho schiacciato il mio grillo parlante,
stuprato la fatina buona,
distrutto a calci e sputi di schegge
la falegnameria di mio padre.
Nel paese dei balocchi ho trovato l’inganno,
ho tradito i miei peggiori amici,
fracassato la testa all’ultimo estraneo.
Ho ridotto a niente la vita di un bimbo
e cavalcato distese di malvagità;
Ho mangiato l’ultima mela dell’affamato
bevuto l’ultimo sorso del fiume degli assetati
E strangolato uomini con il denaro.
Sono un burattino.
Il padrone del mondo.

La parte dei delitti

Pubblicato: 19 maggio 2010 in Letteratura
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Sto leggendo 2666 di Bolaño e non mi sta piacendo. Cioè mi sta piacendo il libro ma non mi sta piacendo lui. A volte penso che siccome è morto bisogna essere indulgenti e dire le cose non esattamente come stanno ma un po’ diverse, come photoshoppare una foto da mettere sulla tomba.
Quindi in pratica son contento che sia morto anche se mi dispiace che non ci saranno più libri così.

Libertà

Pubblicato: 7 febbraio 2009 in Bella Italia, Letteratura
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Non è affascinante che i nazisti riescano sempre a piazzare la parola libertà nella loro propaganda?

Stieg Larsson – Uomini che odiano le donne

In “L’accostamento ad Almotasim” Borges parla, cioè metaparla (nel senso che questo non è il tema del racconto ma di ciò che il racconto racconta (perché il racconto racconta di un libro intricatissimo che a sua volta racconta di questo) a volte mi chiedo che senso abbia leggere Borges), di un uomo chiamato Almotasim che è talmente fantastico da essere in grado di trasmettere la sua fantasticità a chi gli sta accanto e così via a catena scendendo anche di molti gradi di separazione (fate conto che a 6 gradi di separazione, il massimo, a New York solo quattro persone sono state contagiate da questa fantasticità e tirate poi voi le vostre somme). Il racconto si svolge a ritroso, un investigatore cerca di arrivare a lui riconoscendo sprazzi della luce di Almotasim all’interno delle persone che via via incontra e pian piano risale l’albero delle conoscenze e con questo metodo si accosta sempre più al suo obiettivo.

Finché non ho tirato fuori dalla soffitta, che è un posto perfetto per dimenticare i libri che contengono gli sproloqui di certi vecchi tromboni, “Theoretical anxiety and design strategies” di Rafael Moneo, e finché questo saggio non è stato abbandonato sulla libreria messo sopra in orizzontale ad una fila di libri, non avevo mai trovato il modo di applicare con successo il racconto di Borges ai libri.

Libri che ahimè non sono capaci da soli di permearsi a vicenda con le loro parole, neanche poco poco, neanche tenendoli molto vicini, neanche schiacciandoli forte. E l’altro modo di accostarli, cioè bruciandone alcuni, magari in piazza, ed assistendo affascinati allo spargersi delle fiamme, ha un che di déja vu, un cliché, che disturba, e non mi son mai sentito di metterlo in pratica. Non che non ce ne siano a migliaia di libri che lo meriterebbero, è che così, il mio animo anche nel malumore più nero resta un animo gentile.

Cosa che invece in Francia ho visto fare più e più volte, ho visto usare libri per accendere camini, per accendere barbeques, per accendere fuochi. Ho visto cose.

Lungi da me l’idea di aprire “Theoretical anxiety and design strategies” di Rafael Moneo, il caso (che non esiste, come correttamente affermato in quella drammatica summa dell’occidentalizzazione delle filosofie orientali tutte che porta il nome di Kung Fu Panda) ha voluto che sotto a questo saggio rimanesse per qualche giorno un libro tutto sommato inutile (“Teorie del cinema” di Francesco Casetti) sul quale a sua volta ho appoggiato per non più di qualche ora “Le sirene di Titano” di Vonnegut.

Ora, la rivelazione, il mio infundibolo cronosinclastico personale, è stata che il libro di Vonnegut puzzava distintamente di soffitta, pur non essendoci mai stato “di persona”.

Parte da qui, e da oggi, la mia sperimentazione di book-marking, sdoppiato in “positivo” e “negativo”. Parte dall’acquisto di due boccettine di olio essenziale (di senape e di lavanda, di senape perché l’olio essenziale di merda non l’ho trovato, sono sicuro che qualcuno ci si è messo, ma la senape mi è sembrata sufficientemente irritante) e di due piccoli diffusori di profumo a tampone, due specie di piccoli timbri con una spugnetta che si impregna di profumo e che si possono facilmente nascondere nella mano per “timbrare” in giro non visti.

Parte da un giro per tutte le grosse librerie di Roma, nelle quali ho scelto con grande accuratezza cosa timbrare. Ed ora sono qui sereno ad aspettare un libro in cui si percepisca, anche lontano, uno dei due aromi per poi poter cominciare la risalita verso l’Almotasim che sia positivo o negativo ora non importa, sarà il caso a decidere.

Sarebbe interessante sapere quali libri timbrereste voi.

Ho appena scritto una cosetta sul mio quadernetto, forse segnato dall’ennesimo episodio di grande amicizia che si trasforma in un “Sai il lavoro che ti dicevo? l’ho dato a mio zio / al mio professore / al mio gran maestro / al mio checcazzo”, insomma decisamente segnato dall’ennesimo episodio in cui mi accorgo che ci sono gruppi di persone ovunque, famiglie, mafie, logge, che hanno potere e sono chiuse, che gestiscono i soldi e dai quali queli come me di umili origini saranno per sempre esclusi, indipendentemente dalla bontà delle cose che fanno.
Così prendo a prestito le parole di Gianni Biondillo, che come è ovvio lo sa dire molto meglio di me, letto in “Metropoli per principianti” di Guanda:

Quando diciottenne scelsi la facoltà di Architettura, io, il primo della famiglia ad avere studiato, il primo a prendere un diploma, io che volevo fare l’università, cosa già di suo difficile da spiegare a mio padre che neppure sapeva cosa fosse, lui che già mi vedeva orgoglioso a fare il geometra comunale, io lo sapevo – altro che! – come sarebbe andata a finire. Proprio quell’estate del 1984, me la rammento come fosse ieri mattina, lessi un’intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista ad un certo punto chiese un consiglio da dare ai giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: “Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi”.
E io, figlio di morti di fame, come trovai arroganti quelle parole. Io, figlio di semianalfabeti, che rabbia furiosa mi montò nei confronti di quel trombone accademico. Io, che pulivo cessi la sera per pagarmi le tasse universitarie, come volevo dimostrarglielo a quel signore che non è da dove vieni che fa la differenza, ma il tuo valore personale.
Povero illuso quanto mi sbagliavo.
Perché Gregotti aveva ragione. Le sue parole erano dure, ma sincere. In Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica, mettiamocelo in testa una volta per tutte. Fare architettura, in Italia, è innanzitutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale, di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso di dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che, a parità di qualità creativa, non sono riusciti e non riusciranno mai neppure a fare una villetta in campagna?

Sì insomma bisognerebbe citarlo tutto, bisognerebbe tatuarselo addosso.
Facciamo così, Gianni, ogni click su questo post mi dai un millesimo di quanto guadagnato fino a quel momento dai diritti d’autore, così io e te facciamo una casta tutta nostra, che ovviamente è l’aspirazione di tutti i poveracci.

Discorso dell’orso

Pubblicato: 20 maggio 2008 in Letteratura
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Sono l’orso dei tubi della casa, mi arrampico per i tubi nelle ore del silenzio, i tubi dell’acqua calda, del riscaldamento, dell’aria condizionata, vado lungo i tubi da un appartamento all’altro e sono l’orso che va per i tubi.
Credo di essere stimato perché il mio pelo mantiene pulite le condutture, incessantemente corro nei tubi e non c’è niente che mi diverta di più che passare da un piano all’altro lungo i tubi. Qualche volta tiro fuori una zampa dal rubinetto e la ragazza del terzo piano strilla che si è bruciata oppure grugnisco dal fornello e Guglielmina, la cuoca, si lamenta che oggi il vento tira male. Di notte sto zitto ed è quando più leggero mi muovo, mi affaccio al tettuccio del camino per vedere se lassù balla la luna, e m’infiltro come il vento fino alla caldaia in cantina. E l’estate nuoto di notte nella cisterna punteggiata di stelle, mi lavo la faccia con una mano poi con l’altra e dopo con tutte e due, e sono contento.
Allora mi lascio andar giù per i tubi della casa, grugnisco allegro e i mariti e le mogli si agitano nel letto e protestano che l’impianto è mal costruito. Alcuni accendono la luce e scrivono su un pezzo di carta, per ricordarsi di fare le loro rimostranze al portinaio, non appena si farà vedere. Io cerco il rubinetto che sempre resta aperto in qualche alloggio, di lì tiro fuori il naso e guardo il buio delle stanze dove vivono quelle creature che non possono andare per i tubi e che mi fanno anche un po’ pena quando li guardo, grandi e grossi come sono, e sono tanto soli. Allora, quando al mattino si lavano la faccia, li accarezzo su una guancia, li lecco sul naso e me ne vado, vagamente convinto di aver fatto bene.

- Julio Cortazar, Storie di cronopios e di fama (peccato, stamattina volevo scrivere esattamente le stesse cose, ma c’erano già. Beh, meglio così)

Questa sera eravamo in giro per le bancarelle dei librai in centro, a Genova sotto Natale ci sono sempre le bancarelle dei librai in centro e poi è l’ultima volta che passo le feste a Genova e allora appena posso mi faccio un giro per le bancarelle e quest’anno è ancora più divertente perché la Signorina A. non sa leggere ma sa quasi leggere allora come gioco facciamo la caccia alle parole facili e le bancarelle dei librai in centro sono perfette per questa caccia. Inltre sulle bancarelle si trovano libri incredibili e i prezzi sono generalmente un po’ più bassi dei negozi.
Su una delle bancarelle più frequentate, c’era un sacco di gente c’era quasi da picchiarsi per poter arrivare a vedere i libri, c’erano dei cartelli con su scritto “Romanzi scontati” ed io ho pensato che quelli lì non li avrei comprati, che io in un romanzo cerco sempre la sorpresa e l’inaspettato e un romanzo scontato no, non lo vorrei mai leggere.