Archivio per la categoria ‘Quattro salti nel sociale’

Non ci sono abituato. Sono in aeroporto con un MacBook Pro ancora imballato come bagaglio a mano, non è per me lo sto solo trasportando.

Sorridono, mi guardano di sottecchi, commentano, si danno di gomito, dimostrano imbarazzo.

Mai nella mia vita, dico mai, la mia persona ha destato così tanto interesse negli altri, soprattutto nelle donne.

Ieri un semplice viaggio in metropolitana mi ha fatto capire che c’è un legame tra la depressione che provo ogni volta che metto piede in quella che dovrebbe essere la mia città ed il fallimento politico di quello che dovrebbe essere un partito che mi rappresenta. Perché Milano è un posto di sfigati. Milano è un posto di gente che ha perso il treno, che ha perso il posto, che ha perso tutto. Per uno che ce la fa ce ne sono mille che arrancano e si dibattono nella speranza di veder fruttare finalmente i mille soprusi, le mille notti insonni, le mille volte che la testa si è abbassata di fronte ad un imbecille, i mille pompini, le mille litigate per difendere qualcosa in cui si crede.
E questa tensione nell’aria si avverte, è palpabile, tutte queste persone che non stanno vivendo l’adesso ma già un istante nel futuro sono persone che si nutrono di amarezze e cielo grigio, sogni infranti e mancanza di tempo. Questa sensazione, ci sono cresciuto dentro, mi ha formato, mi risulta ormai insopportabilmente dolorosa dal giorno in cui ho cambiato città ma forse anche da prima e non me ne accorgevo. Perché a Milano sono tutti in competizione con tutti, una competizione spietata e senza quartiere. E sono in competizione soprattutto, e questo mi causa un dolore indicibile, le donne. Le donne che sono lo scrigno del tempo a Milano sono sfiancate, svuotate, irriconoscibili. Se potrei forse resistere alla tensione competitiva che arriva dal mondo maschile, ci sono appunto cresciuto, la vista del mondo femminile milanese mi sconvolge.

E però c’è un però.

Però tutto questo è anche un pregio, in gioco c’è una quantità enorme di energia lavorativa e creativa, di spirito di sacrificio, di capacità di rischiare, enorme, gigantesca, che in altre città si sognano. E purtroppo tutta questa energia quotidiana si volatilizza senza un progetto politico concreto di valorizzazione.
La destra sarà anche composta di mentecatti ma è l’unica che dà una speranza a tutte queste persone. Gli dà la speranza, un giorno, di essere primi in qualcosa, di vincere la loro personalissima gara per la quale si stanno battendo da anni, a volte da decenni, vedendo affievolirsi giorno dopo giorno le speranze. A Milano vogliono tutti primeggiare, fate un giro in metropolitana e ve ne rendete conto. Sembra di stare sui blocchi di partenza prima del via della finale dei cento metri. Sembrano tutti lì eppure lì non c’è nessuno, sono tutti un po’ più avanti, pronti a scattare, pronti a provarci ancora. Nessuno di loro voterebbe mai per la sinistra italiana, e io li capisco.
Perché la sinistra cosa dovrebbe fare? dovrebbe pulir loro le scarpette, liberare la pista, aiutarli negli allenamenti, incitarli. Fuor di metafora dovrebbe togliere tutta quella melma burocratica ed istituzionale che non permette a tutte queste persone di realizzarsi, dovrebbe liberare i mercati dai monopoli, dagli ordini professionali, dai privilegiati. Solo così renderebbe un servizio alla nazione. Perché ogni milanese pensa di sé stesso di aver subìto soprusi, pensa di essere svantaggiato, pensa di dover combattere contro i mulini a vento e pensa che alla sinistra di tutto questo non frega niente.
Ed ha ragione.

Milano donna

Pubblicato: 14 gennaio 2010 in Quattro salti nel sociale, Sano localismo
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A Milano s’incontrano persone che litigano tra di loro, soprattutto donne. Donne che si strillano addosso piangendo disperate, che trattengono a stento le loro mani. Si incontrano molte persone magrissime, smangiate dalla dieta o dalla nicotina o dalla palestra o dalla mancanza di amore, soprattutto donne. Le donne a Milano fumano tutte tenendo la mano in fuori con le dita leggermente piegate, con il polso completamente indietro ed il palmo rivolto verso l’alto. A Milano un sacco di persone hanno vestiti costosi, soprattutto donne. Le donne di Milano si mettono gonne molto corte anche oggi che i termometri di Milano segnavano 4,5 gradi, perché i termometri di Milano segnano anche i decimi di grado, e tacchi molto alti e telefonano, telefonano sempre con il loro Blackberry. Ci sono persone che quando passa una donna di Milano un po’ arrabbiata, che fuma, tutte le donne di Milano fumano e tengono la mano così, e telefona, con le sue magrissime gambe al vento, magari fasciate con un paio di calze dal disegno bizzarro con stivali sopra al ginocchio o con addosso un vestito semitrasparente o con un cappello un po’ strano, una pettinatura elaborata, ci sono persone che si girano a guardare e a commentare con enfasi questo o quel dettaglio, indicando con aria ammirata o disgustata o divertita. E a Milano sono soprattutto le donne quelle che si girano a guardare le donne. A Milano ci sono moltissime persone gentili, ti fanno posto sul metrò, ti dicono “scusi, prima lei, ma si figuri, ma le pare” e sorridono. E sono soprattutto donne. Sono gentili, arrabbiate ma gentili. A ben pensarci a Milano ci sono solo donne, gli uomini sono scomparsi o sono diventati invisibili, stanno nascosti nei portoni, hanno il cappuccio sulla testa per non farsi riconoscere o non saprei, sta di fatto che di uomini, a Milano, non se ne vedono più.
Ci sono poi persone con occhi bellissimi persi nella nebbia, nelle luci giallastre, nel grigio dei palazzi, e sono soprattutto donne. Alcune di queste donne hanno un blog e ti stanno davanti ma i loro occhi sono persi nel vuoto. Con una di queste donne eravamo così vicini, sul tram, che ci saremmo potuti facilmente baciare e lei era bellissima, profumatissima ed eravamo così vicini schiacciati da persone gentilissime ed arrabbiate ci saremmo sicuramente baciati, io e la donna che ha un blog, se le nostre menti non fossero state perse nei nostri rispetivi post, la mia in questo qui, la sua chissà, sicuramente in un bellissimo post.
Magari la prossima volta ci baciamo.

Il Facebook che ci piace

Pubblicato: 22 settembre 2009 in Quattro salti nel sociale
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(Cliccare per ingrandire)

Tempo fa sotto casa ha aperto un negozio di mozzarelle. Un signore distinto e ben educato, forse un ex assicuratore; cartelli che fanno vedere il luogo di provenienza delle mozzarelle, le mani di qualcuno dentro un enorme pentolone di latte.
Dandogli fiducia entro, era il primo giorno d’apertura, e prendo una mozzarella. Fa schifo.
Sarà che era il primo giorno, ho pensato qualche giorno dopo, magari adesso si sono assestati, diamogli un’altra possibilità. Vado e prendo un’altra mozzarella. Uno schifo.

Passano i mesi. Ogni sacrosanta mattina passo davanti a questo negozio desolantemente vuoto, con l’ex assicuratore dall’aria molto seria sulla porta con il suo bel grembiulino che scruta i passanti. Ogni pomeriggio ripasso da lì, ed il negozio è sempre vuoto. Sempre vuoto all’ora di pranzo, sempre.

A ben pensarci è una situazione che ho già vissuto sulla pelle. Apri un’attività che fa qualcosa che fanno tutti, in zona di aziende che sviluppano per il web negozi di mozzarelle ce ne sono tanti, e credi che questo basti per vendere. E se il tuo prodotto non è buono non hai scampo, i primi clienti che ti avevano dato fiducia non torneranno più.

Mi immagino cosa pensa, ogni santissimo giorno, l’ex assicuratore. Che di negozi di mozzarelle che fanno schifo è piena la città e che però quelli lì vendono. Che allora la colpa non è sua, e che le mozzarelle che fa lui non sono peggio di tante, e che la colpa è dell’Italia che anche per un negozio di mozzarelle bisogna essere raccomandati, che senza gli appoggi giusti manco le mozzarelle si possono vendere in questo schifo di nazione.

Ogni tanto vorrei fermarmi e chiedergli perché non si mette a fare aperitivi, ad organizzare il pranzo per gli uffici, questa zona è piena di uffici, perché non si fa venire una qualche idea per distinguersi in qualche modo dagli altri, per non rubare clienti anche a chi non vende solo mozzarelle. Ma poi mi direbbe che vuoi? vuoi venire ad insegnare a me vendere le mozzarelle? in effetti avrebbe ragione.

Mi chiedo anche cosa possa fare io per lui. Se entro una volta alla settimana e compero una mozzarella, per poi buttarla nel cassonetto dietro l’angolo, gli risolverei qualcosa? o sarebbe solo una goccia in un mare di debiti?

Ci penso ogni giorno, ed ogni giorno dico cosa vuoi che succeda, cosa vuoi che cambi se entro o non entro.

Oggi invece ho pensato che magari invece cambia. Magari anche un solo cliente può risvegliare la sua fiducia, gli può far venire qualche idea, lo può proteggere dalle banche che lo strangolano. E magari a partire da qui la sua attività si risolleva e cambia tutto. Allora entro, prendo la mozzarella e la porto a casa per pranzo, convinto di avergli cambiato la vita.

Com’era la mozzarella? uno schifo.

Sto leggendo lo Schema di piano programmatico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze di cui all’art. 64 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112 convertito dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 e siccome dice cose davvero agghiaccianti pensavo di rasserenare la vostra vita condividendone alcuni pezzi con voi:

[...] Si rende perciò necessario un profondo e sereno ripensamento dell’impianto complessivo del nostro sistema scolastico, e l’avvio e la gestione di una fase di revisione, riordino ed “essenzializzazione” dell’intero quadro normativo, ordinamentale, organizzativo e operativo. Non tanto si tratta di aggiungere a quelle esistenti altre soluzioni innovative, ma di razionalizzare e semplificare l’esistente e rendere pienamente efficienti i servizi scolastici al fine di raggiungere risultati qualitativi migliori e di più alto profilo.

L’equazione sarebbe quindi aumentare la qualità = rendere i servizi più essenziali.

Nella scuola dell’infanzia l’orario obbligatorio delle attività educative, nell’ottica di una progressiva generalizzazione e tenendo conto delle diversificate esigenze rappresentate dalle famiglie, si svolge anche solamente nella fascia antimeridiana, impiegando una sola unità di personale docente per sezione e riorganizzando il più possibile il funzionamento delle sezioni di una medesima scuola sulla base di tali opzioni. Le conseguenti economie di ore e di posti potranno consentire nuove attivazioni e conseguentemente l’estensione del servizio. (grassetto mio)

Oplà, scuola per l’infanzia solo al mattino.

Nella scuola primaria va privilegiata ai sensi del decreto legge 1 settembre 2008, n. 137, l’attivazioni (sic.) di classi affidate ad un unico docente e funzionanti per un orario di 24 ore settimanali.

24 ore settimanali e docente unico. Ma perché questa insensatezza?

Tale modello didattico e organizzativo, infatti, appare più funzionale “all’innalzamento” degli obiettivi di apprendimento, con particolare riguardo all’acquisizione dei saperi di base, favorisce l’unitarietà dell’insegnamento soprattutto nelle classi iniziali, rappresenta un elemento di rinforzo del rapporto educativo tra docente e alunno, semplifica e valorizza la relazione fra scuola e famiglia.

Oggi di insegnanti ce ne sono due o tre, nel caso di presenza di sostegno, per classe. Questo documento sostiene che per innalzare gli obiettivi scolastici è meglio passare ad un solo docente, che le classi iniziali hanno bisogno di “unitarietà di insegnamento”. Ma la madre di tutte le vaccate deve anocora arrivare:

Nell’arco di vita intercorrente dai sei ai dieci anni si avverte il bisogno di una figura unica di riferimento con cui l’alunno possa avere un rapporto continuo e diretto. (grassetto mio)

Questo criterio, che va contro ogni teoria pedagogica degli ultimi duemila anni, invita al suicidio di massa. Uno dei genitori è evidentemente superfluo.

L’insegnamento della lingua inglese è affidato ad un insegnante di classe opportunamente specializzato. Si dovrà prevedere, pertanto, un piano di formazione linguistica obbligatoria della durata di 150/200 ore attraverso l’utilizzo, come formatori, di docenti specializzati e di docenti di lingua della scuola secondaria di I grado. I docenti in tal modo formati, saranno preferibilmente impiegati, già dall’anno scolastico 2009/2010, nelle prime due classi della scuola primaria e saranno assistiti da interventi periodici di formazione.

Siccome a scuola oggi ci sono alcuni insegnanti specializzati, ad esempio per la lingua inglese, il documento rende obbligatoria la formazione e l’utilizzo degli “interni”, così per peggiorare ulteriormente la già bassissima qualità. Ora non ricordo più il significato delle tre “i”.

Come riportato nella scheda allegata, il rapporto alunni-classe si eleverà di uno 0,20 con riferimento all’a.s. 2009/2010 e di uno 0,10 in ciascuno dei due anni scolastici successivi.

Per arrivare a classi di 30 alunni.

riconduzione a 18 ore di tutte le cattedre di scuola di I e II grado

Non mi si venga a dire che stanno investendo nella scuola. Non mi si venga a dire che le motivazioni sono pedagogiche.

Totale generale 87.400

Riduzione del personale nei prossimi 4 anni.

Ho appena scritto una cosetta sul mio quadernetto, forse segnato dall’ennesimo episodio di grande amicizia che si trasforma in un “Sai il lavoro che ti dicevo? l’ho dato a mio zio / al mio professore / al mio gran maestro / al mio checcazzo”, insomma decisamente segnato dall’ennesimo episodio in cui mi accorgo che ci sono gruppi di persone ovunque, famiglie, mafie, logge, che hanno potere e sono chiuse, che gestiscono i soldi e dai quali queli come me di umili origini saranno per sempre esclusi, indipendentemente dalla bontà delle cose che fanno.
Così prendo a prestito le parole di Gianni Biondillo, che come è ovvio lo sa dire molto meglio di me, letto in “Metropoli per principianti” di Guanda:

Quando diciottenne scelsi la facoltà di Architettura, io, il primo della famiglia ad avere studiato, il primo a prendere un diploma, io che volevo fare l’università, cosa già di suo difficile da spiegare a mio padre che neppure sapeva cosa fosse, lui che già mi vedeva orgoglioso a fare il geometra comunale, io lo sapevo – altro che! – come sarebbe andata a finire. Proprio quell’estate del 1984, me la rammento come fosse ieri mattina, lessi un’intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista ad un certo punto chiese un consiglio da dare ai giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: “Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi”.
E io, figlio di morti di fame, come trovai arroganti quelle parole. Io, figlio di semianalfabeti, che rabbia furiosa mi montò nei confronti di quel trombone accademico. Io, che pulivo cessi la sera per pagarmi le tasse universitarie, come volevo dimostrarglielo a quel signore che non è da dove vieni che fa la differenza, ma il tuo valore personale.
Povero illuso quanto mi sbagliavo.
Perché Gregotti aveva ragione. Le sue parole erano dure, ma sincere. In Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica, mettiamocelo in testa una volta per tutte. Fare architettura, in Italia, è innanzitutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale, di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso di dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che, a parità di qualità creativa, non sono riusciti e non riusciranno mai neppure a fare una villetta in campagna?

Sì insomma bisognerebbe citarlo tutto, bisognerebbe tatuarselo addosso.
Facciamo così, Gianni, ogni click su questo post mi dai un millesimo di quanto guadagnato fino a quel momento dai diritti d’autore, così io e te facciamo una casta tutta nostra, che ovviamente è l’aspirazione di tutti i poveracci.

Il successo dei manga

Pubblicato: 10 marzo 2008 in Quattro salti nel sociale
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Sono molto sorpreso dal successo che stanno avendo i manga nel mondo. Trovo che siano molto difficili da leggere, soprattutto trovo assurda la scansione temporale sia delle storie, che vanno indietro nel tempo, sia delle singole vignette. Tanto che io preferisco leggerli al contrario.

Il Texas

Pubblicato: 6 marzo 2008 in Non si fa così, Quattro salti nel sociale
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Il Texas è uno stato pieno di grossi cani randagi e di piccoli cani domestici. In Texas il medio cane è assente. Questo ci fa supporre che il cane domestico del Texas quando diventa abbastanza grande scappa e diventa un cane randagio ma se non è diventato davvero grande, cioè è rimasto medio, viene mangiato dal coyote.
Tutto questo dipende in fondo dal fatto che gli abitanti umani del Texas non amano gli animali cioè se li mangiano. Allora il cane domestico quando vede che cominciano a farlo crescere smodatamente, a farlo mangiare dieci volte al giorno, si fa due domande e scappa.
In un processo tenutosi nell’alta corte della contea di Glasscock un testimone ha addirittura insinuato che non fossero davvero i coyote a mangiarsi il medio cane del Texas. Purtroppo in un drammatico incidente il testimone è stato mangiato dai coyote.

Questo spiega in parte i risultati dell’altro giorno.

Non so voi, ma io sono in una specie di crisi d’astinenza, non so se ci saremo, non so se i miei amici piemontesi potranno ospitarci, so solo che ho davvero una gran voglia di BarCamp.

(Via Maurizio, hei Maurizio! ciao Maurizio! quanto tempo che non ci si sente! va che ti leggo sempre eh!)