Archivio per la categoria ‘Sano localismo’

La facoltà di Scienze Politiche di Milano è scossa da un misterioso mistero. C’è un gruppo di cinesi, una decina, che si è iscritto l’anno scorso e che a questo punto sta affrontando i primi esami. A Milano i cinesi sono tutt’altro che rari, c’è un bel quartiere sorto attorno alla via Paolo Sarpi, una via abbastanza centrale, nel quale gli italiani sono molto rari. Però tra quei cinesi lì, quelli del quartiere cinese, i più giovani parlano spesso un bell’italiano con forte accento milanese. I più anziani magari no, ancora oggi capita di finire in un emporio di pelletteria o valigeria oppure in quelle specie di supermercati cinesi e di trovare personale che non sa dire una parola in italiano.
Ebbene la caratteristica dei cinesi che si sono iscritti a Scienze Politiche è che sono cinesi e molti di loro non parlano proprio per niente italiano e da quello che è possibile capire non lo capiscono (è sempre molto difficile capire se uno ha capito, a volte parlo con la mia vicina di casa che è un’anziana di origine calabrese che in vita sua ha sempre e solo parlato il suo dialetto e alla fine dopo un lungo tratto di marciapiede rispondendo alla domanda “come va?”, domanda alla quale io non so mai rispondere con un “bene” o “male” perché non è mai vero che sto semplicemente bene o male, e quindi dicevo dopo un lungo tratto di marciapiede nel quale mi sono impegnato ad articolare più che potevo la risposta lei se ne esce con un “quindi come va?” e lì capisco che non ha capito niente e tutte le volte me lo dimentico e mi frega, tranne quella volta che aveva lasciato della roba nello sgabuzzino dei contatori del gas che per motivi di sicurezza deve restare vuoto e lì io le avevo detto “se non toglie quella roba le spezzo le braccine” convinto che non avrebbe capito e dopo mezz’ora la roba non c’era più).

Dicevo?

Ah, sì che i cinesi sembra proprio che non capiscono nulla di nulla. Epperò se voi prendete i libretti e li guardate (questa è la chiave di tutto il mistero, reggetevi forte) ci sono i voti. Uno ha preso due 21 ed un 19. Un’altra due 20. Cioè questi non capiscono, non parlano, non scrivono l’italiano però passano gli esami di Scienze Politiche, capito?

Sono chiare due cose: che Scienze Politiche come ai miei tempi dicevano tutti non deve essere una facoltà così difficile (prova ne sarebbe la nostra classe politica che però in generale non è composta da laureati in Scienze Politiche ma in cose molto più difficili, cosa che getta un’ombra sinistra su tutta l’istituzione universitaria); e che è ovviamente in atto una forma di sabotaggio, portare uno di questi cinesi alla laurea sarebbe un colpo mortale per la facoltà, immagino i titoloni “laureato senza capire un cazzo”. Sperando poi che la cosa finisca lì perché di gente laureata senza capire un cazzo, senza nemmeno arrivare dalla Cina, ne ho conosciuta parecchia (cosa che getta un’ombra sinistra su tutta l’istituzione universitaria).

Ed ora finalmente la rubrica “consigli agli aspiranti scrittori” che mi era stata richiesta l’anno scorso durante la gita delle medie ed io oggi prontamente.

Sette: scegliere di scrivere su un portatile senza batteria usando una piattaforma proprietaria d’estate in un periodo in cui non si ha la casa perché gli operai l’hanno sventrata, portatile che oltretutto caccia un caldo che in assenza di cucina (come è la cucina, assente) ci ho fatto il roast-beef, ecco, è una cazzata.

Quattordici: questa cosa che dicono tutti che bisogna scrivere tutti i giorni c’entra più con la buona salute psicofisica dei personaggi che con il rispetto dei tempi di consegna. Metti caso che il personaggio sia dentro un ascensore e per te scrittore siano le tre del mattino e che quindi chiudi e vai a letto. Poi magari il giorno dopo la bambina vomita dal cavalcavia (cit.) e quello dopo ancora passi tutto il tempo a ramazzar calcinacci. Ecco in quei due giorni lì il personaggio non lo so mica se ce la fa, fermo in ascensore senza cibo né acqua, è una prova al quale io non vorrei mai sottoporre nessuno nemmeno un personaggio non importa quanto gli voglia male. Non scrivere tutti i giorni significa costringere i personaggi a maratone sfiancanti. Scrivi tutti i giorni, fallo per loro.

E comunque per Amy Winehouse spero che esista l’inferno e che sia un posto divertente.

Punti di vista

Pubblicato: 23 giugno 2011 in Sano localismo

Stavo calcolando la superficie delle mie pupille e ho scoperto che varia da circa 0,01 cm quadrati in piena luce a 0,5 cm quadrati al buio.

Non posso credere di avere visto tutte quelle cose attraverso due buchi così piccoli.

Derive (e pochi windsurf)

Pubblicato: 21 giugno 2011 in Sano localismo

Quest’anno c’è stata questa deriva anglofonica della Sardegna e allora il panettiere che fino all’anno scorso si chiamava “Panettiere” quest’anno è diventato “A taste of Sardinia” e la pescheria che fino all’anno scorso era “Pescheria” oggi è “Professional nails”, non so cosa c’entri forse ha cambiato gestione, non so se ci saranno ancora le spigole “pescate” a 40 euro al kilo (quelle “pescate”; mentre le altre, che credo siano “coltivate”, venivano sulle 35).
Non c’è più la base missilistica nucleare di Santo Stefano e i bar che un tempo erano pieni di afroamericani pronti a menar le mani pur di conquistare una figliuola del posto sono stati sostituiti da ucraini pronti a menar le mani.
E da albanesi che tipicamente le prendono dagli ucraini.
Per poi trovarsi tutti, ucraini un po’ fumini e albanesi pestati, a cantare abbracciati e ciucchi Born in the U.S.A. di Springsteen.
C’è anche un senegalese sui cinquanta che parla l’italiano più forbito che abbia mai sentito al di fuori del Parlamento (e di conseguenza l’italiano più forbito che abbia mai sentito tout court): “non sono qui per vendere ma solo per spiegare come le tradizioni millenarie di origine animistica abbiano influenzato l’artigianato della mia terra fino ad arrivare a quello che un nostro poeta del secolo scorso ha definito come…”, cose così per ore intere.
Ho speso una fortuna in collanine, se ne vedo una anche solo lontanamente simile a quelle che mi sono state spacciate per pezzi unici ed introvabili faccio un casino.
Comunque dopo una botta di 40 nodi oggi non c’era aria, è entrata una piacevole termica e io ho cominciato a parlare utilizzando una terminologia che poi nessuno capisce in conseguenza della quale solo i windsurf della scuola hanno preso il largo e molte piccole derive.
Tipo che al senegalese gli ho chiesto “com’è che parli un italiano così perfetto?” e lui mi ha risposto “ho fatto uno sforzo.”

Venti cappa

Pubblicato: 20 maggio 2011 in Sano localismo

Quando nel 2003 ci trasferimmo da Roma a Genova, in uno di quei passaggi raccontati così bene nella mia biografia generata dagli utenti:

Negli anni seguenti inaugura un ingegnoso sistema di depistaggio continuando a spostarsi tra Genova e Roma con una frequenza tale da ricadere perfettamente nel principio di indeterminazione di Heisenberg: si sa dov’è, ma non quando. E viceversa.

Successe che tutta la nostra roba, non proprio tutta perché qualche Billy la lasciammo ai nuovi inquilini ma insomma tutta la roba di due quarantenni e di una neonata, non era sufficiente a riempire un Ducato. Mi ricordo di essermi guardato in giro, con il cassone semivuoto e accorgendomi di aver già caricato tutto di aver pensato: “Beh, è tutto qui, chiudiamo pure i portelloni”.

Tutta la mia vita si può racchiudere in mezzo Ducato, anche meno.

Tre anni fa poi ce ne siamo tornati a Roma, ce ne siamo tornati perché a Genova non c’era lavoro e per una serie di altre questioni in questo contesto irrilevanti. Proprio il periodo a cavallo del trasferimento fu un periodo molto fertile, forse proprio perché duro, fatto di piccoli lavoretti, di collaborazioni, di progetti tutti molto interessanti, anche e soprattutto visti con gli occhi di oggi.

Ebbene ieri ho ripreso in mano una delle cose di quel periodo, una cosa che aveva impegnato il mio tempo e non soltanto il mio tempo per molti mesi, nella quale avevamo creduto e della quale avevamo sperato potesse cambiare il corso di quel declino che invece fu inarrestabile. L’ho presa in mano per guardarla e nel guardarla mi è sembrato somigliasse moltissimo al contenuto del cassone del primo trasferimento. Lì dentro c’è essenzialmente tutto quello che sono io. L’ho presa, l’ho messa nella Dropbox e ho rivissuto la stessa identica sensazione di “Tutto qui?” che ebbi nel 2003.

Tutta la mia vita si può racchiudere in mezzo Ducato e si può racchiudere in meno di 20 kBytes.

Confesso che ho sempre invidiato questi signori che alla mattina alle otto girano per il quartiere di Prati a Roma, sono tutte persone interessantissime, ci sono i tribunali, c’è la Rai, ci sono tante caserme, ci sono molti studi di professionisti, Prati in un certo senso è la crème de la crème, e calano verso le scuole con il piglio forte e sicuro della ricca borghesia benestante romana. Sono tutti così: figlio appeso al braccio ed un filo che esce da un orecchio, si ingrossa leggermente all’altezza della giugulare, scansa a fatica la cravatta e va a nascondersi in qualche saccoccia dei pantaloni o della giacca. Il bluetooth è definitivamente out, ragazzi.
Insomma gli occhiali da sole non bastano più, per il piglio forte e sicuro ci vuole anche un auricolare. Il mio telefono ne era sprovvisto e allora settimana scorsa cinque euro e me lo sono comprato e da allora posso anch’io sfoggiare quel piglio.
Solo che io con l’auricolare non ci telefono, ci ascolto i Pearl Jam.

(Non potrei telefonare, il microfono evidentemente progettato per il telefono di ultima generazione con quello di quint’ultima non funziona)
(Nella rarissima evenienza che qualcuno mi chiami devo staccare il jack e l’effetto che fa deve essere molto bizzarro)
(Qualcuno se ne deve essere accorto, comunque. Non riesco a non cantare e soprattutto non riesco a non fare tweing tweing con la bocca cercando di seguire gli assoli di chitarra)
(Rovinando così un po’ l’altrimenti magnifico tappeto sonoro del quartiere Prati di Roma)
(Vedi d’annà a fanculo anvedi ‘sto fijo de na mignotta is the new dacci oggi il nostro pane quotidiano)

Avercelo piccolo

Pubblicato: 7 dicembre 2010 in Sano localismo

Allora faccio questo esame ed il radiologo mi dice tutto bene, tutto bene adesso sentiamo il neurologo ma comunque tutto bene; poi il neurologo mi dice tutto bene tutto bene guardi non c’è niente tutto bene vada dalla signorina e si faccia consegnare gli esiti.

La signorina è in effetti una signorina, la colgo nell’atto di sbirciare le mie analisi, io credo che lei non possa sbirciarle ma non le dico niente e lei arrossisce un po’ e chiude con fare distratto la busta ed io allungando la mano per prenderla le dico cercando un tono che sdrammatizzi “ha qualcosa da aggiungere?” e lei mi guarda e fa no con la testa e sorride e poi mi saluta e mi accompagna alla porta e si volta e poi distrattamente quasi a mezza voce dice “lo sapeva di avere il cervello piccolo?”. Dice proprio così, testualmente, “lo sapeva di avere il cervello piccolo?”.

Mi giro e la squadro. Lei si accorge di qualcosa nei miei occhi, qualcosa che va al di là del fatto che la signorina esaurisse quasi completamente il mio immaginario erotico sul personale paramedico: grembiule bianco da cui sputano collant bianchi, capelli biondi raccolti ed un paio d’occhiali dalla montatura brutta (che poi nel film la battuta è togliti gli occhiali, sciogliti i capelli e da mostro lei si trasforma in non so quale bellezza). Mi dice “ma guardi non è provata alcuna correlazione tra il volume dell’encefalo e la sua funzionalità” ma io già non la sto capendo, cosa che dovrebbe invece provare una qualche correlazione.

Tipo che in prima elementare ti dicono cosa distingue gli animali dall’uomo? che l’uomo ha il cervello più grosso, più grosso, ce l’ha più grosso, più grosso della tigre, più grosso del fagiano, ce-l’ha-più-grosso. La balena ha un testone così? hahahaha ma noi ce l’abbiamo più grosso! Più grosso capito? non più lungo, più piatto, più denso, più puzzolente, più correlato, più peloso, no, più grosso.

Ecco invece non è provata alcuna correlazione tra il volume del mio cervello ed il comportamento di un babbuino lasciato solo a morire in Alaska, e se lo merita con quel cervellino ridicolo misucolo insignificante che si ritrova.

Stronza. Poteva starsene zitta, cosa le costava? hai il pisello piccolo, dimmi così, hai il pisello piccolo ma il cervello non lo so, mi sembra, più o meno, cosa vuole che le dica, uguale. Ma se hai visto il pisello in un’immagine radiologica della testa non significa che… non fa niente, lasciamo perdere.

L’ho sempre saputo. E’ tutta la vita che ho pensieri piccoli, che provo sentimenti piccoli (magari adesso viene fuori che anche il mio cuore è piccolo), piccoli dispiaceri e piccole gioie, vivo su un piccolo pianeta di questa piccolo sistema solare, passando piccoli giorni aspettando piccoli domani, e guardano piccoli uomini che fanno come me piccole cose, piccoli uomini con enormi cervelli, e mi sento sì proprio come quel babbuino lasciato solo in Alaska, angosciato ma poco.

Le persone attorno a me si sono cambiate il nome. Non si chiamano più come prima. Se le amo si cambiano il nome più di frequente. Se le odio non se lo cambiano. All’inizio sembrava un fenomeno isolato. Ha cambiato nome una mia amica, la amo segretamente dal giorno in cui l’ho vista la prima volta, ci vediamo e mi dice “Da oggi mi chiamo Bernarda”. Così (ora non la amo più). Poi un altro tizio che conosco meno, Mariuccio (si chiamava Carlo). Poi nel palazzo ho notato che cominciava a comparire qualche pecetta sul citofono. Poi sempre di più. Ora è tutto pieno, rimane vuota solo la casellina che corrisponde al mio appartamento. Hanno cambiato nome tutti. In comune hanno aperto un ufficio apposta, c’è la fila fuori enorme, ordinata, gioiosa. Ventiquattr’ore su ventiquattro.
I genitori dei compagni di classe di mia figlia se lo sono scambiati: Marta ora si chiama Cristiana e viceversa, Fabio e Giovanni, Marisa ed Eleonora. Gli altri non me li ricordo perché sono ancora frastornato.
Se qualcuno cambia nome accade qualcosa di strano nel mio cervello, rimane come una casella vuota, la figurina che corrispondeva a quel corpo e a quel nome se ne va da un’altra parte e lì resta il vuoto.
E allora il mio cervello si sta sempre più svuotando, per favore, per favore smettela di cambiarvi il nome, così mi uccidete.

Milvio

Cambiare vita

Pubblicato: 11 ottobre 2010 in Architettura, Sano localismo

L’esperienza che ho vissuto due settimane fa, che è in effetti la somma di due esperienze una molto positiva ed una tragica, ha cambiato la mia vita. Sabato scorso ho iniziato una cosa la cui portata futura è fuori fuoco ma che già oggi ha cambiato la mia vita (ancora!).
Io sono un esperto nel cambiare vita, la mia biografia, quella in continuo aggiornamento, oggi recita:

Negli anni seguenti inaugura un ingegnoso sistema di depistaggio continuando a spostarsi tra Genova e Roma con una frequenza tale da ricadere perfettamente nel principio di indeterminazione di Heisenberg: si sa dov’è, ma non quando.

e anche:

All’età di 42 anni si trasferisce a Brescia spinto dal suo insensato amore per la besciamella, dove si rende conto che Attivissimo è un soprannome e non un cognome (in realtà si tratta di un sopraggnome). Decide quindi di trasferirsi negli Stati Uniti per riformare le regole del baseball, imponendo un limite di 5 set, con l’ultimo al tie-break. Il presidente dei New York Yankees, George Steinbrenner, lo etichetta come il più grande fallimento dopo il black tuesday. Bob Ctvrtlik, il suo unico sostenitore in questo tentativo di riforma, definisce Miki “il più grande visionario di tutti i tempi”.

(per dire). Eppure mi rendo conto che cambiare vita troppo di frequente può diventare uno stress, anzi è insito nel concetto stesso di cambiare vita il fatto che questo non possa accadere troppo di frequente, se no poi la vita diventa il cambiare vita e per cambiare il cambiare vita uno dovrebbe smettere di cambiare che a ben pensarci è paradossale: smettere di cambiare per cambiare. C’è inoltre una importante differenza tra il cambiare vita ed il percepire di cambiare vita, un po’ come quella cosa della temperatura percepita che se c’è vento è più bassa di quella che segnano i termometri, cosa che significa solamente che i termometri non sono gli strumenti adatti a misurare la temperatura, o meglio che la temperatura non è l’indice corretto per valutare il benessere, cioè quello che misurano i termometri a noi ci fa una sega; c’è differenza dicevo tra cambiare vita e percepire di aver cambiato vita. Perché la sensazione di aver cambiato vita secondo me è la sensazione più bella del mondo e ci sono giorni in cui io cammino per la strada evitando la merda dei cani come al solito sparsa dappertutto, con i soliti motorini che sfrecciano sui marciapiedi davanti alla scuola e con gli automobilisti che come sempre appena vedono le strisce pedonali urlano “UN POSTO LIBERO!” e si fiondano a parcheggiarci in due anche in tre possibilmente urtando qualche passeggino che era riuscito abilmente ad evitare merda e motorini; ci sono giorni in cui succede tutto questo ma ad ogni passo mi sembra di cambiare vita, ad ogni passo mi sembra che il futuro possa essere diverso ed in genere migliore.
Che incubo sarebbe se dovessi veramente cambiare vita ad ogni passo, subirei una pressione insopportabile, vivrei in una ininterrotta imponderabile incertezza.
Insomma spero di non dover più cambiare vita almeno per un po’, cioè per almeno ancora una settimana o due.
Facciamo una, và.

Sentinelle 2.0

Pubblicato: 28 luglio 2010 in Sano localismo

Ieri sera stavamo giocando con la Signorina A. alla versione 2010 di guardie e ladri o cowboys e indiani (il titolo non è ben chiaro, una roba tipo cyberguardiani delle scuderie dei draghi ad alta energia contro protorobot semiumanoidi con facce da pirla). Eravamo in una fortezza qui vicino che si prestava benissimo con i suoi camminamenti e le bertesche ed i merli a fingere assalti o creare storie di vario tipo.
Insomma ad un certo punto io riesco a penetrare la fortezza, arrivo fin quasi alle scuderie dei draghi quando la Signorina A. sbuca inaspettatamente da una guardiola, dopo essere riuscita ad accerchiarmi passando da un camminamento sulle mura e mi intima:

PASSWORD!

Sull’isola deserta non c’è un cane, anzi ce n’è uno zoppo e vecchio e non so come faccia a sopravvivere ai cinghiali. In compenso è piena di gente, l’isola deserta, gente ricca, su barche grandi, con marinai eleganti e bambini urlanti.
Finché non se ne vanno tutti, ognuno al suo porto, e ti lasciano lì.
Da solo.
Sull’isola deserta non ci sono motivi seri per inginocchiarsi ad adorare entità superiori, neanche da altre parti direte voi. Sull’isola deserta ci sono ancor meno motivi seri per farlo. C’è una chiesa, ma fortunatamente è chiusa. C’è il mare dappertutto ed è difficile da adorare. L’isola invece non è da nessuna parte e non è un’entità superiore.
C’è un buio, sull’isola deserta, che io non avevo mai visto. Ci sono sette fari intorno ma la loro luce intermittente è inutile, come quella delle stelle.
Non ci sono voci sull’isola deserta. Nessuna donna canta con una passione che non sentirà più nel cuore, come agitandosi tra le fiamme.
Non ci sono corpi nudi belli ed indimenticabili. Nemmeno brutti. O dimenticabili.
Non c’è nessuno.
Non ci sono pensieri sull’isola deserta. Uno crederebbe che con tutto quel buio, con tutto quel silenzio, con tutto quel mare.
Invece quando togli tutto quel poco che rimane è troppo presente e ti opprime.
Ti opprime il rumore delle onde, che viene da davanti ma anche da dietro ma anche da sopra. Ti opprime il vento, ti opprimono gli animali. E strani suoni gutturali, è la voce dell’Isola mi hanno detto, una voce rauca ed antipatica che chiama qualcuno e chiama e chiama.
E non si pensa a nulla, il cervello resta vuoto, un lenzuolo appeso, una scarpa vecchia, nessuna memoria, nessuna speranza.
La mia vita è sempre stata popolata di cose che non avevo ancora imparato a fare. Non ho ancora imparato a suonare la chitarra, ad andare a vela, ad amare gli altri, a giocare a scacchi. Sull’isola deserta ho capito che tutte queste ormai sono cose che non imparerò più a fare.
Come restare solo.
Alla prima luce dell’alba e al primo alito di vento, angosciato come mai prima, ho issato male la randa e sono naufragato verso casa.