Si chiamavano Ricchi e Poveri

Pubblicato: 5 maggio 2016 in Musica, Non si fa così

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Ci avevate pensato? Si chiamavano Ricchi e Poveri. Questo già doveva dirci qualcosa, perché non si chiamavano Ricche e Poveri, ma nemmeno Ricchi e Povere. L’unica possibilità è che ci fosse un ricco, una ricca, un povero e una povera. Quando se ne andò Marina Occhiena fu un momento importante. Lei tentò la carriera da solista e ovviamente fallì, l’unica possibilità sarebbe stata chiamarsi Ricca (o anche Povera avrebbe funzionato, ma meno). Se si fosse chiamata Ricca allora la brunetta sarebbe stata povera e metà del mistero sarebbe stato risolto!

Il vero oltraggio alla trasparenza fu che il gruppo non cambiò nome. Come potevano chiamarsi ancora Ricchi e Poveri quando erano solo in tre? Questa è una storia tipica italiana, dove si vuole sempre nascondere tutto. Dovevano chiamarsi Ricchi e Povera o Ricchi e Povero o magari Ricca e Poveri oppure Ricco e Poveri. Ma certo Ricchi e Poveri no! Questo fu il momento in cui molti di noi si disamorarono del gruppo, il loro rifiuto di far sapere a tutti il loro status sociale generò grande amarezza tra il pubblico.

Ieri Franco Gatti ha annunciato l’abbandono del gruppo. Io vedo grandi possibilità. Questo è il momento di cambiar nome: chiamatevi Ricca e Povero o Ricco e Povera oppure Ricchi o anche Poveri. Sarebbe un grande gesto. Sarebbe soddisfare una richiesta che il vostro pubblico vi sta facendo da più di mezzo secolo.

Le ali della lib

Pubblicato: 16 ottobre 2015 in Senza Categoria

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Sì per La mossa del tapiro avevo proposto questa variante: Antônio si perde nella pianura padana a causa della nebbia di una sera d’inverno. Gli ultimi abitanti di un paesino semiabbandonato sulle rive del Po lo salvano da morte certa e lo accolgono nella loro comunità. Passa il tempo e Antônio inizia ad apprezzare i ritmi lenti della vita in quel paesino, le notti passate al bar con gli ultimi quattro o cinque anziani che ancora lo abitano a giocare a scopone scientifico. Ogni tentativo di uscire dal paesino viene funestato dalla nebbia, Antônio impara a riconoscere le decine di specie di zanzare che infestano la zona e i quasi mitologici miroll, che sarebbero dell bisce aggressive che gli anziani usavano come minaccia ai ragazzini “Non andate nei campi che ci sono i miroll, che poi vi attaccano”. Comunque, di ragazzini in quel paese non ce ne sono più, il più giovane ha 18 anni e se ne sta per andare, non vedeva l’ora. Poi ci sono le libellule, di tutte le dimensioni e di tutti i colori. (eccetera, Antônio sarebbe uscito dal paese ormai massimo esperto mondiale di scopone scientifico e poi boh (in effetti da qui in poi il soggetto diventava un po’ più vago (i coautori della mossa del tapiro avevano accolto questa idea con un mezzo sorriso (son tutte cose che mi immagino, non avendoli mai visti di persona durante la stesura (nemmeno dopo – almeno Laura)))).

Ecco, in quel paese ci sono cresciuto, e ho imparato forse l’unica cosa che mi sia mai venuta davvero bene nella mia vita: catturare le libellule. Non è difficile, quando si posano ripiegano le ali sul dorso e apparentemente dietro hanno una zona cieca o forse non guardano perché pensano che dietro non ci sia nulla di interessante. Comunque se si avvicina la mano da dietro si possono afferrare per le ali e loro non possono fare niente. (ho scoperto di recente non senza sconcerto che non riesco più a farlo, mi fanno paura, esito, non riesco nemmeno più ad avvicinarmi a una libellula)

Passavo le giornate nei campi di mais transgenico ad acchiapparle, ad ammirare gli enormi occhi o le mandibole aliene. Poi le lasciavo andare per subito cercarne altre da prendere. Sarà stato il mais transgenico, non so, dei miroll nessuna traccia, libellule invece quante ne volevo.

Un giorno una libellula tutta blu non dissimile da quella nell’immagine si aggirava vicino al portone di casa mia. Non ci misi molto a catturarla e a portarla in casa. Quella volta sapevo cosa fare, avevo un piano. Mia madre era una sarta e una cosa che in casa non mancava mai era il cotone. Le legai una coda con un lunghissimo filo che mi sembrava dello stesso blu (ma non lo era, il suo blu era inimitabile) e legai l’altro capo del filo alla maniglia della persiana.

La libellula prese immediatamente il volo ma non si comportò come mi aspettavo (cioè come si aspettava un bambino di sette o otto anni). Volò dritto finché potè, finché il filo non si tese e poi continuò a volare sforzandosi senza sosta di liberarsi, di allontanarsi. Era un lontanissimo e patetico aquilone vivente. Non fece l’animale domestico che mi ero immaginato. non rimase lì intorno, magari facendosi ogni tanto un giro per poi tornare a vedere che si diceva in casa.

Tutto questo mi è ricaduto addosso il giorno che mia figlia tornando da scuola mi ha raccontato che nell’ora di filosofia (che in realtà qui si chiama “Studi Religiosi” ma che in pratica è filosofia) si sono messi a parlare della libertà, passando dalle guerre e dal problema dei migranti. E siamo fortunati, pare abbia detto la prof, ad avere in classe con noi proprio una migrante, che ci può raccontare di prima mano come sia questa esperienza.

NOI NON SIAMO MIG stavo per intervenire quando invece no, cioè sì, siamo migranti, la sua prof ha ragione, che sciocco non averci mai pensato prima, a volte vedi come le cose più ovvie ci sfuggano, emigrati così si diceva, mia madre ne parlava un po’ con rispetto un po’ scuotendo la testa, ecco cosa siamo.

Mi è ricaduto addosso il pensiero che io sono come quella libellula, più preoccupato di tirare un filo che non capisco per liberarmi da chissà che cosa; sono peggio di lei perché ho trascinato con me la mia intera famiglia senza guardarmi indietro, seguendo un istinto primordiale e irresistibile che mi dice vai, lontano, più lontano, ancora più lontano.

La mattina dopo ho trovato la libellula morta, appesa al mio filo come una marionetta, probabilmente morta di fatica per il suo istintivo ininterrotto volare. Piansi per un po’ e poi stranamente me ne dimenticai per più di quarant’anni.

Occhi-verdi-luminosi

Da quando vivo qui sarò andato a comprare la frutta e la verdura nel negozio dietro l’angolo boh? cento volte? Alla cassa c’è quasi sempre Sally, ho scoperto da poco che si chiama così, con un’aria tutta Pitipitumpah! che non trasuda intelligenza né molta furbizia ma che regala sempre grandi sorrisi. Difficile darle un’età ma non credo che superi di molto i vent’anni, è la figlia della padrona e da quanto ho capito finita precocemente la sua esperienza scolastica non ha fatto altro nella vita che vender frutta e verdura. È vero, gli inglesi parlano sempre del tempo ma lei sembra non noti altro: Che fortuna, anche oggi siamo sopra i cinquanta gradi (Fahrenheit, qui si usa questo), Brrr con trenta nodi di vento non mi bastano due maglioni, e avanti così tutte le sante volte.

L’ortolano dietro l’angolo non è il più fornito né tanto meno il più economico ma a) è letteralmente dietro l’angolo e b) c’è Sally, per cui vado spesso lì a comprare qualcosa per pranzo. La disposizione della merce è assolutamente priva di senso: l’unico piccolo ambiente è diviso in due da un lungo bancone centrale, cosa che costringe i clienti a costeggiare il muro per potersi infilare in coda per la cassa. Le prime cose che si incontrano sono fagioli in scatola, miele, marmellate, sottaceti, tutto assieme. Poi vengono mele e pere ma anche le patate, carote e le decine di varietà di rape che si mangiano qui; zucchine e meloni; melanzane e melograni; frutti della passione, mango e peperoni; la verdura in foglia, le spezie e i funghi, anche di questi ci sono mille varietà, tutto mescolato con frutti di bosco e uva, e infine le uova.

Non sono tutti così gli ortolani inglesi. L’altro ortolano della città, quello dove non c’è Sally, tiene la frutta con la frutta e la verdura con la verdura. È più facile, però non c’è Sally.

Anche oggi sono andato da Sally a fare un po’ di spesa ma lei non era alla cassa. Al suo posto c’era la madre, anch’essa molto sorrisi e bel tempo, che quando fa i conti sarà un milione di volte più lenta di Sally. Sally batte sulla tastiera il prezzo senza mai una minima esitazione, veloce, precisa. Sua madre si guarda intorno, chiede, se c’è lei alla cassa il tempo non passa mai.

Tornando a casa mi squilla il telefono e siccome ben conosco il fastidio che provano gli inglesi nei confronti di chi parla al cellulare in pubblico mi infilo in un vicolo a caso per rispondere, un vicolo che non avevo nemmeno mai notato forse perché solitamente chiuso da un rudimentale cancello di legno.

Seduta su una pietra appena fuori da quella che evidentemente è la porta del retro del negozio, un mozzicone di sigaretta già spento tra le dita, le guance rigate di lacrime c’è Sally. Mi guarda e mi dice Sessantotto.

È vero, vivo qui da quasi due anni, ma con la lingua ancora non ci siamo. Se a parlare è uno speaker della BBC che per qualche motivo ha deciso di rallentare e farsi capire ancora ancora. Una parola sussurrata tra i denti con un forte accento del Kent non è necessariamente una parola che sono in grado di decifrare. La guardo incerto sul da farsi, il telefono a mezz’aria che diffonde nel silenzio del vicolo la voce del mio interlocutore.

Ciao, mi sussurra, Zero vento oggi, proprio zero, fa un gesto con la testa come per comprendere tutto quello che sta intorno, o per sospirare, tirare su con il naso, non so.

Pensavo mi avessi detto sessantotto, le dico come per darmi dello scemo.

Sì, mi risponde guardandomi, sessantotto, sessantotto. Le lacrime non smettono di scendere, due torrentelli impetuosi.

Ah, ecco… cerco di prendere tempo facendo una scansione mentale di tutto quello che può essere contemporaneamente Sally e sessantotto ma niente; io e sessantotto? niente; io e Sally? figuriamoci.

Però se contiamo le volte che indossavi quelle scarpe allora fa solo venticinque. E quei pantaloni? Sono ventotto ma di solito porti trenta vero?

Ventott… il mio pensiero è fulmineo, sì, in effetti di solito porto i 34/30 e invece ho trovato un negozio da qualche parte online che aveva i 34/28.

La gamba, dice interrompendomi e rifacendo quel gesto che sembra comprendere tutto e che invece forse è per aggiustarsi i capelli o grattarsi un orecchio.

Mi guarda ancora, i due torrentelli che non accennano a rallentare, chissà da dove viene tutta quell’acqua. Ho detto a mamma che sarei rientrata dopo cento clienti, siamo a settantatrè. Stiamo lì a guardarci per una frazione di secondo di troppo, lei scuote la testa, sospira e passa il dorso di una mano per asciugarsi inutilmente uno dei torrentelli.

La gente pensa che io sia un’idiota, lo pensi anche tu, vero?

Ma no! Le dico poco convinto, Pitipitumpah! noi in Italia diciamo Pitipitumpah! per quelli come te, cioè sempre allegri, spensierati, con la fissa patologica della metereologia (no, questo non gliel’ho detto), di una bellezza da far torcere le budella ogni volta (nemmeno questo le ho detto).

Allegra? Io nel 2015 sono stata allegra solo otto volte e spensierata zero volte, proprio zero.

E nel 2014? Le chiedo dandomi immediatamente dell’imbecille.

Novantuno volte allegra e trentuno spensierata. Il 2015 è un anno molto meno allegro e decisamente meno spensierato. Sta ANCORA piangendo come una fontana.

Sbircia dentro al negozio dalla porta del retro. Ottantasette, fra poco devo tornare, a novanta sarà meglio che smetta di piangere.

Quindi sessantotto sono le volte che sono venuto da voi?

Sì, le volte che sei venuto e che c’ero io, sei venuto altre volte che io non c’ero?

Boh, sì qualche volta può essere successo.

Mi guarda disgustata. Ripete lentamente Qualche volta, poi ancora lentamente Qualche volta, qualche volta. Poi mi chiede Quante volte?

Mi inchioda con il suo sguardo, mi sento con le spalle al muro. UNDICI! Dico alzando un po’ troppo la voce.

Il suo sguardo mi trafigge, sento i suoi occhi esplorare ogni mio neurone alla ricerca della verità. Undici?

Undici, dico con aria molto professionale, trattenendomi a forza dal dire “circa” temendo che mi sarebbe fatale.

Da quando sei venuto a vivere qui sono stata assente tredici volte, è un po’ strano che ben undici volte tu sia venuto no?

MA COSA VUOI CHE NE SAPPIA QUANTE VOLTE SONO VENUTO E TU NON C’ERI MA TI PARE CHE MI INTERESSI NON LO SO, NON LO SO. Tutto questo dentro. Fuori proprio mentre penso che potrei cominciare a piangere da un momento all’altro le sue lacrime smettono di scorrere, un rubinetto che si chiude. Da una tasca del grembiule si prende un fazzolettino di carta con cui si asciuga le guance. Si alza in piedi, butta il mozzicone in un cartoccio che c’è per terra e dice Novanta facendo spallucce.

Fa di nuovo quel gesto con la testa ma questa volta alla fine il suo viso è profondamente diverso, ha assunto quell’espressione sorridente che le ho sempre visto e che, adesso capisco, è spaventosamente artificiale.

Ti piace come ho messo il negozio? Sapessi le discussioni con mamma.

Intendi quell’interessantissima disposizione che mescola sapientemente merci di natura del tutto differente tra loro?

Beh, sì, ammetto che ho avuto qualche problema a capire se mettere prima il frutto del drago o i fichi d’india, cioè all’apparenza hanno lo stesso, uhm, come si chiama…

Lo stesso… parte di nuovo una scansione mentale a) cos’è il frutto del drago? mai sentito b) cosa può avere in comune con il fico d’india? lo stesso? numero di spine? colore?

Novantasei!

Mi appoggio al muro, mi sento stanchissimo. Lei ha ricominciato a parlare.

Anche a scuola era così, tutti pensavano che fossi un’idiota. Vieni guarda, vedi Caroline? Quella signora lì, è una buona cliente, oggi è la duecentonovantatreesima volta che la vedo, vedi? Mette le cose nel cestino, vedi? Prima le cose che hanno più, uhm, come si dice? Poi man mano quelle che ne hanno meno. Così non si schiacciano, no?

Senti, le dico mentre i mattoni su cui sono appoggiato lasciano impronte sempre più profonde nella mia schiena, Io non sto capendo, anche se il mio cervello frulla a tutta velocità, Mi stai dicendo che la merce è ordinata per peso specifico?

Ecco sì bravo, ecco sì. Peso specifico. Ecco. L’acqua è uno, proprio uno.

Cioè tu sei così quindi. Tipo che mi puoi dire quanti sono i mattoni di questa colonn…

Duecentosettantasei fino alla finestra, se vuoi ti dico quante formiche ci sono in quel formicaio, è ancora presto, ogni anno il numero cambia, finché la temperatura non si stabilizza sopra ai sessanta non si faranno vedere. L’anno scorso erano…

No, ferma, le dico mettendo le mani avanti, So che ti sembrerà strano ma non lo voglio sapere. La mia mano destra sarà a tre centimetri dal suo viso, devo frenare l’impulso di darle una carezza e anche quello di darle una sberla. È un attimo, vedo i suoi occhi mettere a fuoco le mie dita, le sue labbra muoversi velocemente, STA CONTANDO LE LINEE DELLE MIE IMPRONTE DIGITALI!

CAZZO SALLY! Urlo nel vicolo ritraendo la mano.

Lei mi guarda con uno sguardo soddisfatto, come dirmi Troppo tardi caro, ce l’ho fatta a contarti pure i follicoli.

Da scuola poi mi hanno cacciata, prosegue un discorso forse mai iniziato, Nel nono anno mi hanno dato quarantasei provvedimenti disciplinari e si è riunita non so, una commissione, e mi hanno espulsa. Otto mie compagne continuano a venirmi a trovare, con tre di loro ci siamo viste undici, venti e trentuno volte nel 2015. I compagni non li vedo più, zero proprio. Cioè ho incontrato tredici di loro per un totale di novanta volte per strada ma è sempre un salutarsi veloce, un parlare del tempo, non abbiamo niente da dirci, a loro io davo fastidio, come a te.

No, Sally, non mi dai fastidio è che a certe cose uno deve farci l’abitudine, anzi con me caschi bene, io modestamente con i numeri…

Cento, dice girandosi salutandomi con la mano, ingrandendo quel suo falsissimo sorriso e già intonando un primo Salllllveeeee ha viiistoooo cheeee beeeel teeeempoooo oggiiiii alla prima cliente che incontra.

La mossa del tapiro

Pubblicato: 10 novembre 2014 in Senza Categoria
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Ovvero: io alla scrittura collaborativa non credevo.

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C’erano una volta un esperto di social networks (che non si ritiene tale), un emigrato e una donna misteriosa che per motivi che non mi sono ancora del tutto chiari si incontrano. E non è la trama del libro, è quello che è successo nella realtà.

Si incontrano per modo di dire, perché la donna misteriosa nessuno l’ha mai vista, anzi, nessuno ha la certezza che esista davvero, potrebbe non essere una donna, potrebbe essere tante donne. Però scrive, e questo è l’importante.

Si incontrano virtualmente e cominciano a sviluppare l’idea, scoprono che era molto buona, ci lavorano sodo tanto che nove mesi dopo (simbolico eh?) viene alla luce un romanzo emozionante e coinvolgente che parla di Amazzonia, calcio e amache:

Una città piovosa alle porte dell’Amazzonia. Una linea di centrocampo che corre esattamente lungo l’equatore. Un allenatore dalle strampalate teorie che nessuno ascolta si perde nella foresta. Il gioco potrebbe finire. O potrebbe cominciarne uno nuovo.
“Vi posso dire un segreto?”

Si trova su tutti i maggiori store, per esempio Amazon, e presto sarà disponibile anche in cartaceo.

“La mossa del tapiro” è la prova vivente del fatto che la scrittura collaborativa può funzionare, cosa nella quale non credevo tanto, e che può dare grandi emozioni e grande qualità. Anzi, ora che siamo concentrati nella promozione del libro sento già la mancanza di quella fase di stesura/revisione/scontro/ricerca di equilibrio che ha caratterizzato tutto il momento creativo. Ci sono stati momenti in cui non credevo saremmo arrivati in fondo e momenti di grade emozione, e anche oggi a rileggere parti del romanzo mi trovo emozionato come fosse la prima volta, credo che qualcosa di magico sia successo.

Abbiamo deciso di autopubblicarci (e dai numeri della prima settimana è evidente che ABBIAMO FATTO BENE), qui sotto ci sono i riferimenti “social”. Una cosa che i lettori di Mezzomondo possono fare è il passaparola di cui avremo sempre bisogno anche in futuro, sia attraverso i social networks sia scrivendo recensioni.

Buona lettura!

Pagina facebook: https://www.facebook.com/lamossadeltapiro

Twitter: https://twitter.com/MossaDelTapiro

Blog: http://lamossadeltapiro.wordpress.com

Io conto alla rovescia

Pubblicato: 14 gennaio 2014 in Doppler

Finalmente sono andato nello spazio, era da quando ero piccolo che lo sognavo.

Mi sono guardato tutte le puntate di UFO Minaccia Dallo Spazio sulla TV svizzera, che poi io ricordo come UFO Distruggete Base Luna ma è certamente un falso ricordo, è un falso ricordo anche UFO perché avevo tre anni, di UFO mi ricordo le minigonne che rendevano le protagoniste ben più aliene e terribili degli alieni stessi che erano semplicemente verdi e immersi in un letto di smegma. Le puntate duravano quarantasette minuti e non erano interrotte dalla pubblicità per cui io rimanevo in piedi immobile per quarantasette minuti cercando disperatamente di non battere nemmeno le ciglia, di stare fermo immobile per essere penetrato completamente da quelle storie.

Ho visto anche tutte le puntate di Spazio 1999 che all’inizio era bello e poi è diventato un po’ americano e metafisico, una gran stronzata insomma. Qui ero un po’ più grandino e oltre alle Aquila mi ricordo anche delle minigonne che rendevano le protagoniste ben più aliene e terribili degli alieni stessi che spesso non c’erano proprio o quando c’erano erano erano voci nella testa o gas intelligenti o quanto di più strano si potesse immaginare. Ero anche più abituato a stare immobile e ricordo che durante alcune puntate sono riuscito anche a non chiudere mai gli occhi, ad esempio durante la puntata di Piri (S1E11, ma non le chiamavo ancora così) riuscii a raggiungere un’immobilità completa e infatti ricordo quella puntata con una precisione sbalorditiva.

Quando è arrivato Star Trek ormai la strada era segnata, volevo andare nello spazio, era diventata la mia ragione di vita, e a parte i telefilm avevo cominciato ad allenarmi, allenamenti durissimi. Per andare nello spazio bisogna passare notti e notti a guardare le stelle, e giorni a guardare lontano, fermi, fermissimi, immobili, che ogni minimo movimento potrebbe perturbare il sogno e renderlo meno vivido. A scuola questo allenamento non ha avuto molto successo, guardare per intere mattine fuori dalla finestra non faceva levitare i voti in matematica. Oltre a stare fermissimi l’allenamento può prevedere altri tipi di viaggio. In prima media mi hanno messo all’ultimo banco in fondo verso il muro. Niente finestra allora ho disegnato tutti e settantaduemila fotogrammi di Piri, per esempio.

Si potrebbe pensare che con i voti così bassi in matematica sia impossibile andare nello spazio. Per qualcuno potrà essere stato anche vero ma io sono stato tenace e ci ho creduto. Non è stato facile, alle avversità si sono aggiunti anche i miei genitori che hanno cominciato a mettermi i bastoni tra le ruote, a scuotermi, a distogliermi dal sogno, a dirmi che dovevo studiare o almeno fare l’idraulico.

– Ma che idraulico, mamma, io voglio andare nello spazio.

A dire il vero adesso vorrei essere Serena Williams. Pensate che fortuna sarebbe, per Serena Williams, se io fossi Serena Williams. Sarebbe una fortuna per tutti se io fossi Serena Williams. Anzitutto Serena Williams giocherebbe nel maschile e non nel femminile e quasto darebbe via libera alla Azarenka che amo. A proposito di Azarenka, queso amore poi potrebbe finalmente sbocciare, se io fossi Serena Williams che gioca nel maschile, perché adesso Serena Williams gioca nel femminile e l’amore non riesce a sbocciare. E poi la stessa Serena Williams cioè io, avrebbe finalmente una vita divertente ed emozionante e non dovrebbe sempre far finta di sbagliare qualche punto per non dare 6-0 6-0 a tutte, Azarenka compresa.

– Comunque mamma, quando avviene questo dialogo tra me e te Serena Williams non è ancora nata, quindi idraulico no, spazio sì.

Poi dopo tutto quell’allenarsi uno si abitua ai carichi di lavoro e smette di soffrire. Parlo di Serena Williams.

Per quanto riguarda lo spazio invece a un certo punto ho piantato la tuta spaziale al chiodo e ho smesso di allenarmi, un po’ anche deluso dal fatto che la tecnologia non avanzasse con passi da gigante come sembravano promettere certi telefilm della mia gioventù. Un paio di anni fa ho anche cercato di ridisegnre di nuovo tutti i fotogrammi di Piri ma al 53419esimo ho avuto un’incertezza e non sono più andato avanti.

Giovedì scorso poi, un po’ a sorpresa, il razzo è partito.

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Pressione

Pubblicato: 17 settembre 2013 in Senza Categoria

Sento una pressione insopportabile qui all’altezza delle spalle.
Dev’essere che l’aereo su cui mi trovo sta precipitando, pensavo però che mi sarei sentito più leggero e invece c’è questo peso qui all’altezza delle spalle. C’è una ragazza di fronte a me, vedo solo un’enorme chioma nera di capelli ricci e uno strano cappellino che le sta troppo piccolo, forse sarebbe giusto per lei ma con tutti quei capelli invece le sta piccolo, forse glielo hanno regalato quando aveva i capelli corti e lei ci si è affezionata e non smette di metterlo nemmeno adesso che ha tutti quei capelli, forse in un momento come questo dovrei pensare a qualcos’altro e non al cappello di quella davanti.
Ho letto da qualche parte una statistica che afferma che una percentuale SIGNIFICATIVA dei sopravvissuti ai disastri aerei indossava un indumento con il cappuccio e da quella volta lì metto sempre due indumenti con il cappuccio per attirare su di me qualche altro punto percentuale, magari per fare diventare questa percentuale MOLTO SIGNIFICATIVA.
È molto bella la ragazza. Ha i lineamenti di una donna di colore ma la pelle è bianca, forse non bianchissima slavata con il latte di capra come la mia ma comunque bianca, e due occhi sotto la falda di quel ridicolo cappello, due occhi taglienti.
Non dovevi indossare quel cappello, dovevi indossare un indumento con il cappuccio, meglio due, vedi? Figurati se trovo il coraggio di dirglielo. Non mi è chiara la dinamica, se chi indossa un indumento con il cappuccio è SIGNIFICATIVAMENTE più vivo di quelli che non lo fanno forse va proprio indossato anche il cappuccio, forse me li devo alzare questi due cappucci, forse dovrei dirglielo che ha sbagliato a mettersi quel cappello.
Tu cadi troppo piano, mi dice con una voce che puzza di sabbia asciutta e polverosa e di giornate passate nel vento, Io sì che cado veloce.
Quanto mancherà all’impatto? un minuto, forse meno. La cabina si depressurizza all’improvviso, i tre o quattro scemi che presi dal panico si sono slacciati la cintura finiscono fuori in men che non si dica, e assieme a loro finisce fuori anche il cappello della ragazza.
Forse il vantaggio di avere un indumento con il cappuccio è tutto qui, non finisce fuori come quel brutto cappello. Nonostante la depressurizzazione sento ancora quella pressione sulle spalle, cosa sarà.
Escono le maschere dell’ossigeno, ho sempre desiderato vederle uscire, peccato che succeda proprio oggi che stiamo precipitando e non in un’occasione più gioiosa, tipo in un momento in cui l’aereo fa finta di precipitare e le maschere escono e poi il comandante con voce goliardica ci avvisa Scusate stavamo solo scherzando ora potete rimettere a posto le maschere, anche se io non saprei come fare a rimetterle a posto, e direi che questo non è il momento per cercare di capirlo anche perché la ragazza di fronte, quella con il cappello ma ormai senza il cappello, ha un problema con la sua maschera.
Dicono sempre di tirare con forza per fare uscire l’ossigeno e lei sta sì tirando ma forse non abbastanza forte. Dicono anche che se bisogna aiutare qualcuno prima bisogna aggiustarsi la maschera, anche per aiutare i bambini prima bisogna aggiustarsi la maschera, mi è sempre sembrato così egoista.
Ecco perché non mi aggiusto prima la maschera e mi allungo per aiutare questa ragazza, che si gira e ha le lacrime agli occhi e mi guarda come dire Non vedrò più un tramonto? Non vedrò più il mio cavallo andare ad abbeverarsi alla pozza sotto la collina? (come faccio a sapere che lei possiede un cavallo e che quel cavallo va d’abitudine ad abbeverarsi alla pozza sotto alla collina mi sfugge).
Le prendo dalle mani la maschera e tiro, tiro con tutta la forza che ho in corpo che evidentemente non è poca perché la maschera mi rimane in mano, con il sacchetto e il tubicino che si svolge lento. Ma come? Anni e anni a sentir dire di tirare con forza e mi rimane in mano? Non mi perdo d’animo. Prendo la mia maschera, che avevo lasciato penzolare di fianco alla mia guancia e tiro, facendo attenzione a non tirare con tutta quella forza.
L’ossigeno inizia a uscire, ne sento il sibilo. Appoggio la maschera davanti alla bocca della ragazza, la sua pelle è morbidissima e calda. Lei mi guarda con gli occhi sempre pieni di lacrime e fa un cenno di ringraziamento con la testa.
Non mi devi ringraziare, stiamo precipitando che differenza vuoi che faccia, poi io indosso due cappucci, due capisci? Se c’è qualcuno che ha una chance di salvarsi quello sono io, tu respira pure in quella inutile mascherina.
Bella è bella è il mio ultimo pensiero nell’istante in cui la pressione sulle mie spalle, assieme a tutto il resto, cessa.

Il mio concetto di nuotare è circa questo: scelgo due gavitelli tra i quali fare la spola, entro in acqua e poi comincio ad andare avanti e indietro fino a che non sono sfiancato e non ce la faccio più, fino a quando il mio cervello smette di lanciare segnali d’allarme e passa direttamente alle visioni.

Cioè per circa un minuto e mezzo, contando anche l’andata.

E proprio in quel momento l’altro giorno guardando giù, grazie al fatto che l’acqua era cristallina, la mia vita si è trasformata in una scoreggia di Fabio Concato.

Qualcuno si è preso la briga di disegnare con pietre delle dimensioni di un melone un cuore del diametro di circa un paio di metri sul fondo del mare (circa tre metri), in un posto dove nessuno con un po’ di sale in zucca lo vedrà mai. Lo sforzo deve essere stato immane, perché nel posto in cui mi trovo e che non rivelerò per motivi di sicurezza (uno dei tanti porti da cui partono i traghetti per l’isola de La Maddalena) nessuno è capace di nuotare (per questo vengo qui). Per creare quel cuore inutile e invisibile qualcuno deve aver rischiato la pelle.

All’inizio mi è sembrato un gesto commovente e romantico, tipico di una gioventù idealista alla quale forse appartenevo anch’io un tempo. Poi tre parole mi hanno fatto capire:

Scoreggia.
Fabio.
Concato.