Conversazione

Pubblicato: 15 dicembre 2006 in Bella Italia, La corsa di Miki al Senato
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Perché la politica italiana lascia questa sensazione diffusa di impotenza ed inutilità? Ci siamo trovati a parlare di questo e molti altri argomenti (a saltare di palo in frasca, precisamente) con un illustre candidato alla carica di senatore.

Candidato – La questione principale risiede nella definizione stessa delle questioni prese in considerazione da chi ci governa. I temi su cui dovrebbero concentrarsi le riflessioni ed i dibattiti politici dovrebbero essere centrali per la vita del paese, cioè dovrebbero coinvolgere direttamente o indirettamente una fetta consistente della cittadinanza. Purtroppo oggi invece si assiste ad un fiume in piena che trascina a valle solo argomenti sfittici ed astratti che per loro natura offrono il fianco alla strumentalizzazioni.

MezzoMondo – Puoi fare un esempio?

C – Ce ne sono molti. Tutto questo putiferio sull’eutanasia e quello passato sulla fecondazione assistita sono esempi di temi politicamente irrilevanti che hanno occupato inutilmente energie e risorse governative e parlamentari. Per non parlare dei partiti unici e delle lotte intestine nelle coalizioni.

MM – Irrilevanti?

C – Politicamente sì. Sono battaglie civili leggittime e sacrosante, il tono stesso della discussione dà la misura della povertà civile del nostro paese, ma per la politica ci sono, ci devono essere, priorità, cioè temi altrettanto importanti che coinvolgono un numero più ampio di persone. Non a caso i Radicali cercano di far passare l’idea che di casi Welby in Italia ce ne siano moltissimi (senza peraltro il supporto di dati precisi). Solo così infatti la discussione può essere legittimata sul piano politico e non solo strumentalizzata. Tanto per restare ai Radicali, i grandi successi del passato, divorzio ed aborto in primis, sono stati grandi successi politici prima che civili, successi che coinvolgevano enormi fette della popolazione.

MM – Quindi se non sono rilevanti politicamente non se ne dovrebbe parlare. Esempi di questioni politicamente rilevanti?

C – Ci sono sedi e sedi. Il parlamento ed il governo non sono sedi adatte per queste questioni. Di argomenti rilevanti ce ne sono moltissimi e sono un po’ i soliti. Anche i PACS in effetti sono un problema politico, per il numero di persone che coinvolgono e per l’atteggiamento scandaloso di ingerenza di un paese straniero sulla politica italiana. Tra tutti i grandi temi ce n’è però uno che spicca per la colpevole disattenzione ricevuta dalle istituzioni, ed è la scuola.

MM – Cosa succede alla scuola?

C – Succede qualcosa di molto curioso, che è la causa prima di molti dei disastri a cui assistiamo quotidianamente. Una scuola pubblica, accessibile e di qualità dovrebbe essere la priorità di ogni governo per un motivo ridicolmente semplice. Eppure in Italia si assiste ad un’alchimia letale tra precariato, sovvenzioni alla scuola privata e baronato universitario, alchimia che è stata in grado in pochi anni di trasformarci da un paese culturalmente all’avanguardia nel mondo, ad un paese sottosviluppato.

MM – E quale sarebbe la ricetta ridicolmente semplice? chiudere le scuole private?

C – No, naturalmente. Liberi di aprire tutte le scuole private che volete, a patto che 1) restino private e non accedano in nessun modo a fondi statali e 2) esista un sistema serio di riconoscimento di requisiti minimi di qualità verificabile centralmente, simile all'”accreditation” per le università americane. Io non ho parlato di ricette semplici, anche se in effetti una ricetta c’è ed è il finanziamento alle scuole pubbliche, finalizzato al debellamento della piaga del precariato, ma non con il sistema dilibertiano “turiamoci il naso e prendiamoli tutti” ma al contrario, con un sistema di assunzioni a tempo indeterminato che segua un rigido sistema meritocratico. Il potenziamento della base culturale della nazione provoca effetti virtuosi in tempi sorprendentemente brevi, dal punto di vista politico. In circa un decennio si potrebbe invertire la corsa verso la catastrofe a cui assistiamo oggi. Dandoci così il tempo di intervenire in modo drastico sull’università per la quale servono investimenti, riforme profonde e molto molto coraggio.

MM – Bisogna dichiarare guerra alle università?

C – In un certo senso. Quello che succede oggi si può riassumere in tre punti. La diffusione capillare e consolidata di meccanismi clientelari per i concorsi, la moltiplicazione delle sedi e l’assenza di attenzione (cioè di finanziamenti ma anche di agevolazioni) delle istituzioni nei confronti della ricerca. Fermo restando che il terzo punto, la questione economica, sarebbe presto risolto convogliando nella ricerca anche solo una parte dei soldi che oggi vengono buttati via in questioni di malaffare (finanziamento ai partiti, finanziamento ai quotidiani, 8 per mille, eccetera), il vero male dell’università è la pessima qualità dei concorsi. E qui la soluzione da adottare dovrà essere molto forte. Senza trasparenza nel concorso, senza un’opportuna distanza tra esaminato ed esaminatore si mettano in discussione cattedre e finanziamenti. Senza un bilancio positivo si chiudano le università (o più plausibilmente si tolga loro l’accreditation). Si mettono così i docenti nella condizione di trovare vantaggioso per se stessi l’innalzamento della qualità media dell’istituto pena la sua chiusura o la perdita di riconoscimenti statali.

MM – Avevi ragione, molto molto coraggio. Ma com’è che siamo passati da Welby all’università?

C – Perché in un paese civile il caso Welby avrebbe sollevato un dibattito di tutt’altro livello e se l’Italia è così com’è lo è per colpa delle sue scuole e delle sue università (e della chiesa, ma questa è un’altra questione, forse più grave).

commenti
  1. Simo scrive:

    Ok, però un discorso del genere, piuttosto condivisibile per quanto mi riguarda, è sostenibile nell’attuale clima politico? O si finirebbe a parlare di Welby discutendo di università? Questo è il vero punto.

  2. Simo scrive:

    Ok, però un discorso del genere, piuttosto condivisibile per quanto mi riguarda, è sostenibile nell’attuale clima politico? O si finirebbe a parlare di Welby discutendo di università? Questo è il vero punto.

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