La notte che bruciammo Google

Pubblicato: 19 febbraio 2007 in Digital Unite, Internet, Mondo boia
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Faceva un freddo porco, la notte che bruciammo Google. Vai, dissi quando fu il momento. Non potevo vederlo ancora ma sapevo che quelle mura ci attendevano. Abbiamo appena detto a Google che siamo un’ispezione fiscale. Stringi le chiappe. Eravamo tutt’e due bravi nel nostro mestiere, ma per una ragione o per l’altra il colpo grosso non era ancora arrivato.

L’informatica ci ha resi liberi. Siamo liberi di scrivere, siamo liberi di parlare, siamo liberi di farci vedere. Te lo dico con gmail, te lo pubblico su blogger, su youtube. Te lo scrivo con i docs, te lo leggo con il reader. Siamo liberi, siamo liberi come liberi non siamo mai stati.

Andai a New York per tastare il polso al mercato. Era evidentemente un programma militare. Non potei fare a meno di sorridere. Scoprilo tu a cosa serve. Io la roba la vendo e basta. Lo comprai.
Siamo veloci, veloci. Siamo macchie d’olio pensanti, trasportate lungo corridoi d’ombra.

Siamo liberi di mettere il dito sul cilindro di un hard disk. Siamo liberi di indicare così l’ora il giorno il minuto il secondo nei quali le nostre chiappe si sono appoggiate, le nostre ciglia hanno battuto, il nostro gomito si è ritratto.

– Ciao – disse lei. Gambe nude, lunghe e dritte. Capelli castani con venature bionde, mossi dal vento, le nascondono la faccia. La vedo salutarmi con la mano.
Il castello di Google si sta dissolvendo. L’abbiamo già paralizzato, oppure un campanello sta suonando da qualche parte, una spia rossa lampeggia?

Siamo anche liberi di giocare tra le mani di un folle, un nuovo demiurgo incapace come i suoi illustri precedenti. Un folle con un grande bottone rosso con il quale spegnere le nostre parole, i nostri suoni e le nostre vite.

Io ero in piedi vicino al banco di lavoro e guardavo il cielo istupidito dal pomeriggio gelido e dall’umidità, e lei mi toccò, mi toccò la spalla.
Mi sentivo come un teppista che fosse uscito per comprare un coltello a serramanico e fosse tornato a casa con una piccola bomba a neutroni.

Oggi tutta questa libertà si è trasformata nella libertà di creare monopòli, nella libertà di colonizzare tutto il colonizzabile, di lasciare ai pochi superstiti l’idea che questo sia nella natura delle cose. Nuovi latifondi elettrici, questa non è terra ma terra conquistata.

Un lavoro folle. In tutto ci vollero sei settimane per preparare l’attacco. Eravamo in cerca di un certo servizio che entrambi consideravamo come parte essenziale dell’economia clandestina del mondo, ma che probabilmente non aveva mai più di cinque clienti contemporaneamente, e che non si faceva mai pubblicità.

Terra conquistata che si aggiunge a terra conquistata. Quasi ogni movimento, ogni sospiro, va contro l’impero. Non una parola scritta, non una nota suonata. Li danneggiamo, dicono, li uccidiamo, li strozziamo, li soffochiamo.

Un braccio informe si allunga dalla torre di buio, troppo tardi. Ce l’abbiamo fatta. Mi è sembrato di aver sentito Google urlare, ma non è possibile. Ci avevamo messo meno di otto minuti per bruciare Google. Ci volle un’ora prima che i soldi cominciassero a raggiungere i due conti correnti che avevamo aperto a Zurigo.

Invece sapete cosa? Noi siamo quel mondo parallelo, quello di cui si fantastica nelle storie. Quello che lotta per sopravvivere ed infine ci riesce, magari per un colpo di fortuna, o perché considerato insignificante.

Io appoggiai le valigie nel corridoio e la baciai, rovinandole il fondo tinta, e qualcosa si mosse dentro di me. Un arrestarsi improvviso del respiro, in un posto dove non ci sono parole. Ma lei aveva un aereo da prendere.
Ma immagino che abbia incassato il prezzo del biglietto di ritorno, oppure che non ne abbia avuto bisogno, perché non è tornata.

Ora devo andare. Le pareti dell’ultimo ICE si stanno sfaldando per sempre.

Eterni ringraziamenti a William per le sue bellissime parole.

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