Insegnare il fondamento

Pubblicato: 31 marzo 2007 in Illuminare il luminare

E così siamo arrivati a dire, con ragione, che il mercato non esiste.

Fin dall’antichità il lavoro dei filosofi è stato quello di andare a fondo nelle cose. Scomporre i problemi, cercare gli atomi. Fin dall’antichità la disciplina che più di tutte ha incarnato questa esigenza del fondamentale è stata la matematica, assieme e ancor più della logica. Quente fondamenta, oggi lo sappiamo, sono di burro, ma fino all’inizio del secolo scorso la matematica era circondata da una forma di mistica fiducia alla quale era obbligatorio votarsi. La fiducia di poter spiegare tutto.
L’ottocento si chiudeva con un corpus di studiosi, anche eccezionali, che si sentiva arrivato quasi al traguardo della completa conoscenza. Tra questi David Hilbert(*), eccentrico e brillante, s’era messo riuscendosi ad assiomatizzare la geometria, perseguendo l’idea che le imprecisioni che erano state notate nella geometria di Euclide fossero colpa di Euclide e non della geometria in sè. Dopo questo successo si dedicò all’intera matematica definendo una serie di problemi (*) risolti i quali si sarebbero messe a posto tutte le questioni enigmatiche che improvvisamente sembravano fiorire nella teoria matematica.
Di questi problemi le lunghe dita del crollo gella galassia si erano già impossessate, ma Hilbert non lo poteva sapere.
A fianco di questo corpus accademico erano ormai affacciati sulla scena una serie di personalità i cui ragionamenti stavano dando spallate inesorabili al solido edificio matematico.
Il primissimo problema di Hilbert richiede la dimostrazione di una cosa, l’ipotesi del continuo(*), che era stata al centro delle ricerce di un pazzo, Georg Cantor(*), che da buon pazzo finì i suoi giorni solo e povero in un manicomio. Cantor fu in grado di esplorare i misteri nascosti nella definizione di infinito e per primo capì che in questa perfezione c’era qualcosa di imperfetto. Non gli diedero una cattedra, se non in un liceo. Nessuno disse mai che quella di Cantor fosse matematica.
Ma l’ultima parola sulla questione l’ha messa Kurt Gödel(*) nel 1931. Aveva 25 anni, allora, e insegnò a tutti che parlare di fondamento, nella matematica, non ha senso(*).
La matematica non è una disciplina che può avere fondamento. Esisteranno sempre teoremi veri non dimostrabili, grazie a tutti ed arrivederci.

Questo però non ha ucciso la matematica, non ha ucciso la fisica, non ha ucciso un bel niente. La matematica si è semplicemente trasformata da scienza “pura” a scienza contaminata, qualcosa che assomiglia di più alla vita umana, se si vuole. Dal mio punto di vista ha aggiunto fascino e stimoli.

Dire “il mercato non esiste” nel contesto sociopolitico contemporaneo è per gli stessi motivi giusto e privo di senso. Il mercato esiste per il semplice motivo che esitono gli scambi commerciali. Esiste ed è privo di fondamento, non fa una piega. Quello di cui si dovrebbe parlare è quello che sul concetto di mercato, privo di fondamento, si può costruire. Quali modelli si possono elaborare, quale capacità predittiva questi modelli hanno. Questo fa la matematica, elabora modelli senza fondamento. Questo fa la fisica, la fisica chiaro? elabora modelli che non hanno un fondamento. Eppure i modelli funzionano, sono predittivi. E così in economia. Bisogna valutare i risultati.

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commenti
  1. Flavio ha detto:

    Mi pare che il punto centrale della lunga argomentazione di Raffaele sia ben riassunto dalla conclusione che egli stesso trae verso la fine del suo intervento: “L’idea che il sistema economico, lasciato a se stesso, produca automaticamente un risultato ordinato, è utopia”.

    Conclusione pienamente condivisibile, ma che non corrisponde affatto all’idea di mercato esistente nella maggior parte dei paesi democratici. Quello che Raffaele paventa è infatti il cosiddetto “liberismo sfrenato” alla Adam Smith (fine 1700). Oggi lo si puo’ trovare, per certi aspetti, in Russia e in alcuni stati del Sud America, in cui la politica è pesantemente corrotta o assente. Identificare questa nozione di mercato col mercato di cui si parla a proposito del decreto Bersani, scusami Raffaele, è una operazione in malafede.

    Da un paio di secoli a questa parte, nessun economista sano di mente sostiene più che il mercato sia un sistema che si autoregola senza bisogno di intervento da parte della politica. Questo approccio, condivisibile ai tempi di Adam Smith, ha portato storicamente a storture come i monopoli, i quali negano l’essenza stessa del mercato, cioè la libera concorrenza. Il mercato così come lo si intende oggi nei paesi democratici deve essere contemperato dalla politica, unico arbitro in grado di garantirne la correttezza.

    Restando all’esempio dei monopoli, un mercato funziona bene (ossia: riflette in ogni istante la legge della domanda e dell’offerta) se è regolato da leggi antitrust, ma le leggi antitrust sono un elemento aggiunto dalla politica, non sviluppato spontaneamente nell’economia.

    Una volta preso atto di questa compenetrazione necessaria tra economia e politica, mi pare che il ragionamento formalistico di Raffaele, al quale peraltro Miki ha risposto in modo molto sensato scendendo sul suo stesso campo, sia in effetti mal posto in partenza.

    La ragione si può riassumere in una frase: il mercato non è un sistema formale.

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