MezzoMondo alla conferenza di architettura

Pubblicato: 7 giugno 2007 in Architettura, Personaggi, Viaggi
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Nonostante la mia ormai ventennale frequentazione di assemblee che a vario titolo vengono definite conferenze, la partecipazione ad una conferenza di architettura è sempre un’esperienza un po’ speciale. Non nego di soffrire anch’io della “sindrome da BarCamp”, una patologia complessa e difficile da guarire a causa della quale se non c’è la possibilità di prendere e chiacchierare con il primo che capita, se non si può semplicemente pensare ad alta voce che subito qualcuno ti risponde a modo, insomma se lo scambio non ha almeno un po’ di reciprocità mi sembra che ci sia qualcosa di sbagliato.

Le premesse per una conferenza scoppiettante in ogni modo c’erano tutte. Lisbona anzitutto, con i suoi contrasti e con le sue singolarità. La scelta molto appropriata del tema, i vuoti urbani, che se caratterizzano Lisbona più di ogni altra capitale occidentale non si può certo dire che ne siano monopolio. Il concetto stesso di vuoto, che in architettura è forse il più fecondo in assoluto.
Poi c’erano i nomi, garanzia di qualità: Morphosis, Zaha Hadid, Eduardo Souto de Moura solo per citarne alcuni.
La conferenza si è tenuta al Teatro Camões, nell’area dell’Expo, l’ingresso costava 300 euri e 250 se ti prenotavi via web, cioè tanto anche per manifestazioni di questo livello. La pagina web delle prenotazioni ha avuto un po’ di problemi finché una settimana prima dell’inizio della conferenza il tutto si è risolto con un terrificante Sold Out. Fortunatamente vengo a sapere da un ragazzetto all’aeroporto che la stessa conferenza sarebbe stata trasmessa in videoconferenza in una sala della facoltà di architettura della scuola tecnica di Lisbona nel quartiere di Ajuda, cioè agli antipodi dell’Expo. In effetti sono andato a controllare sul sito e dietro ad un link “Attenti al leopardo” in una pagina in nero su sfondo nero c’è una scritta di 3 pixel che dice: “videoconferenza: 75 euro per gli architetti, 50 euro per gli studenti”. Sono bell’e che fregato, non sono né uno né l’altro.
Tutto questo accade prima di capire che il Portogallo è il Portogallo, se lo avessi saputo mi sarei comportato diversamente.
Vado all’Ajuda, pago, entro. Presenti: 10 paganti: 3, cioè noi, gli altri sono tutti studenti della facoltà, a cui è stato concesso l’ingresso gratuito. Nessun’altro.
Arrivano le prime immagini via ISDN scattanti e con un audio un po’ complicato dal teatro. Anche là sala semivuota e moltissimi ragazzi.

L’organizzazione degli interventi era pensata molto bene, a parte che non c’era un orario, gli interventi iniziavano e finivano a caso e la videoconferenza ne soffriva un po’. Ogni mezza giornata aveva un tema: “Redefining the centre”, “Reality and scenography”, “Forms of cosmopolitanism”, “Flow and permanence”, “The centre of the periphery” e “Instant cities, Instant Centres?”, un moderatore brillante, due architetti dalle visioni in qualche modo contrapposte ed un critico. Gli architetti ed il critico fanno la loro presentazione e poi segue dibattito.

Sarebbe stato tutto perfetto se non ci fossero stati gli architetti, ed è per questo che una coferenza di architettura è sempre un’esperienza un po’ speciale.
In sostanza che cosa fa un architetto posto davanti a temi così interessanti? se ne frega e presenta 10 suoi progetti. Come se ad una conferenza sulla legislazione fiscale ogni commercialista facesse l’elenco delle fatture di dieci suoi clienti. D’altronde gli architetti si devono limitare a fare gli architetti mica ci si può aspettare che sappiano PERFINO ragionare.
Che non si dica più che la diffusione dell’architettura è un problema culturale, please.
Questo scollamento tra la professione e la capacità di astrazione rispetto al tema era direttamente proporzionale alla qualità dell’analisi fornita dal critico (ed anche dal moderatore, spesso) tanto che durante i dibattiti della prima giornata il comportamento degli architetti è risultato addirittura imbarazzante, con Saskia Sassen e Mark Wigley incapaci di coinvolgere gli architetti di turno in una riflessione che non uscisse da “forma materiali contesto”.

Continuavo ad immaginarmi di intervistare, che ne so, João Luís Carrilho da Graça:
MezzoMondo: João Luís Carrilho da Graça, come risolviamo il problema dei vuoti urbani a Lisbona, João Luís Carrilho da Graça?
João Luís Carrilho da Graça: Ho fatto un progetto così, con il parallelepipedo cosà e un taglio, e la luce che scende da lì e la rampa e crea una piazza e i materiali.
MezzoMondo: Sì João Luís Carrilho da Graça, capisco, vabbé cambiamo discorso, mi dica João Luís Carrilho da Graça, non pensa che questo tema della ridefinizione del centro sia ormai un po’ vetusto, che bisognerebbe parlare d’altro in un contesto come questo, João Luís Carrilho da Graça?
João Luís Carrilho da Graça: Ho fatto un altro progetto cioè una roba di cemento senza finestre che però crea una continuità e poi va a formare una piazza racchiude, slancia, si collega, e poi ci metto due alberi davanti e quattro dietro.
MezzoMondo: Ecco… ma cosa le fa pensare Saskia Sassen quando dice che il territorio non è “compito” dell’architettura, João Luís Carrilho da Graça?
João Luís Carrilho da Graça: Siccome c’era la droga e la prostituzione e la malavita mi hanno chiamato per risolvere. Allora ho fatto un progetto così, tutta una roba lunga di pietra con le finestre piccole che guardano verso la montagna, provocatorio neh? poi il materiale, il taglio l’assimmetria la pianta, la sezione, il dettaglio ho progettato anche le maniglie perché ogni bravo architetto deve saper progettare tutto, mi ha insegnato il mio maestro.

Povero João Luís Carrilho da Graça, non è stato nemmeno il peggiore e per fortuna non sono stati tutti così, qualcuno tra gli architetti (pochi, a dire il vero) si è distinto davvero per purezza e capacità speculativa.

La triennale ha un suo blog, sul quale con velocità portoghese stanno confluendo un po’ di materiali della conferenza.

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