Motus: Rumore rosa (recensione se così si può dire)

Pubblicato: 13 febbraio 2008 in Teatro
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Crediti per l’immagine: scanner.it

Lo confesso, non ero preparato. Non ero preparato per la splendida estraneità di quei corpi, di quelli che un tempo angeli si sono incarnati nelle donne dolenti di Fassbinder che sbattono sulla mia faccia vergine le loro note di morte. In quante, una due tre, poco importa. Colpisce forte il ribaltamento narrativo che Motus ci regala con questo Rumore rosa. I corpi astratti giocati da donne concrete ed il totale annullamento dell’eroticità giocato sul filo del sangue e del dramma personale.
Non sono i Motus che mi aspettavo, sono Motus rotti e rimessi in discussione, incompleti e tesi, che ci fanno pesare, e sono macigni, l’ossessiva assenza di contatto fisico, l’evitarsi con cura, la solitudine malata:

Siamo partiti facendo lavorare le attrici sole con l’intento successivo di incrociare le loro pseudo-storie: è stato impossibile, si sono innestati tre corto circuiti celibi, incisi separatamente, come solchi su vinile nero.

(via motusonline.it)

Ed è questa estraneità che mi avvolge e mi lascia, all’accendersi delle luci, all’uscire dalla sala. Io non ero donna, non ero lì, e ne volevo ancora, ne volevo di più.

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