Ho appena scritto una cosetta sul mio quadernetto, forse segnato dall’ennesimo episodio di grande amicizia che si trasforma in un “Sai il lavoro che ti dicevo? l’ho dato a mio zio / al mio professore / al mio gran maestro / al mio checcazzo”, insomma decisamente segnato dall’ennesimo episodio in cui mi accorgo che ci sono gruppi di persone ovunque, famiglie, mafie, logge, che hanno potere e sono chiuse, che gestiscono i soldi e dai quali queli come me di umili origini saranno per sempre esclusi, indipendentemente dalla bontà delle cose che fanno.
Così prendo a prestito le parole di Gianni Biondillo, che come è ovvio lo sa dire molto meglio di me, letto in “Metropoli per principianti” di Guanda:

Quando diciottenne scelsi la facoltà di Architettura, io, il primo della famiglia ad avere studiato, il primo a prendere un diploma, io che volevo fare l’università, cosa già di suo difficile da spiegare a mio padre che neppure sapeva cosa fosse, lui che già mi vedeva orgoglioso a fare il geometra comunale, io lo sapevo – altro che! – come sarebbe andata a finire. Proprio quell’estate del 1984, me la rammento come fosse ieri mattina, lessi un’intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista ad un certo punto chiese un consiglio da dare ai giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: “Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi”.
E io, figlio di morti di fame, come trovai arroganti quelle parole. Io, figlio di semianalfabeti, che rabbia furiosa mi montò nei confronti di quel trombone accademico. Io, che pulivo cessi la sera per pagarmi le tasse universitarie, come volevo dimostrarglielo a quel signore che non è da dove vieni che fa la differenza, ma il tuo valore personale.
Povero illuso quanto mi sbagliavo.
Perché Gregotti aveva ragione. Le sue parole erano dure, ma sincere. In Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica, mettiamocelo in testa una volta per tutte. Fare architettura, in Italia, è innanzitutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale, di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso di dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che, a parità di qualità creativa, non sono riusciti e non riusciranno mai neppure a fare una villetta in campagna?

Sì insomma bisognerebbe citarlo tutto, bisognerebbe tatuarselo addosso.
Facciamo così, Gianni, ogni click su questo post mi dai un millesimo di quanto guadagnato fino a quel momento dai diritti d’autore, così io e te facciamo una casta tutta nostra, che ovviamente è l’aspirazione di tutti i poveracci.

commenti
  1. Non so perché ma la tua proposta mi sa di fregatura…😉

  2. Miki scrive:

    No, è una fregatura solo se tu vendi pochi libri e se MezzoMondo totalizza tanti accessi.
    Sui libri non posso che farmi un’idea vaga ma per quanto riguarda MezzoMondo gli accessi sono molto lontani dall’essere “tanti”.

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