Il padiglione U.S.A. alla XI Biennale di architettura

Pubblicato: 14 settembre 2008 in Architettura
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La biennale di architettura è come un acciottolato, una graniglia meglio, di sassettini tutti brutti e tutti uguali nel quale ogni tanto spicca, solitario ed un po’ nascosto, qualche splendida perla.
Bisogna cercare bene, il contagio della visione provinciale e populista del curatore Aaron Besky ci priva della parte più vitale del panorama architettonico contemporaneo.
La biennale di architettura assomiglia ormai ad una brutta biennale d’arte, con allestimenti poveri e sporchi quando non addirittura sbagliati. Colpisce in genere l’incapacità degli invitati, che sono architetti, lo ricordiamo, e non solo italiani, di interpretare gli spazi espositivi come tali, l’assenza di riflessione sulle possibilità offerte da un evento che a conti fatti dovrebbe essere fondamentalmente comunicativo e che come già visto a Torino spesso manca completamente l’obiettivo.
Anche questa in qualche modo è responsabilità di Besky, che richiedeva ai partecipanti di snaturare la propria professionalità per affrontare tematiche proprie dell’arte contemporanea. Proposta affascinante, che gli architetti fanno fatica a rifiutare e fanno fatica ad elaborare con la consapevolezza e la profondità di cui sono capaci gli artisti.
Una spinta alla spettacolarizzazione avallata di buon grado dai media, completamente incapaci di cogliere la frammentazione delle proposte e pronti soltanto a comportarsi alla stregua di tristi avvoltoi nei confronti dei nomi più famosi. Architetti trattati come rock star.

La punta di diamante della biennale è senza dubbio rappresentata dal padiglione U.S.A., ed è una piacevole novità. Il curatore Bill Menking è stato in grado di interpretare la spinta alla multidisciplinarietà e la necessità di un salto di qualità dal punto di vista comunicativo invitando una dozzina di realtà che, ciascuna con modalità originali e spesso distanti tra loro, sono state capaci di incidere sul territorio con progetti piccoli ma di grande importanza sociale e politica.
Non solo architetti: studiosi, artisti e attivisti partecipano alla composizione del panorama che anima l’esposizione. In polemica con l’amministrazione corrente la nuova ventata di idee del gruppo americano prova a rimettere le “community” al centro dell’attenzione. Il coinvolgimento della popolazione in progetti artistici ai margini della città, la trasformazione delle scuole in luoghi commestibili, la progettazione di architetture effimere da utilizzare in caso di catastrofi, il mosaico si compone attorno ad un’idea forte e condivisa: la creazione della community. L’iniezione di un virus capace di ipersensibilizzare chi viene contagiato ai problemi ed alle risorse connessi ai progetti. In nessun caso si parla, mai, di “gradimento”. Il rifiuto da parte delle community delle proposte progettuali è sempre messo in conto e anzi rappresenta spesso il segnale che il virus è entrato in circolo e che sta iniziando a sortire i suoi effetti. La parabola di alcuni progetti inizia più di vent’anni fa e la loro potenza culturale continua a crescere ed a rafforzarsi: la fase dell’indifferenza lascia posto al rifiuto, momento fondamentale di crescita, il rifiuto genera un dibattito che porta al completamento del progetto, di solito molto differente da come era stato originariamente pensato e genera un nuovo livello di consapevolezza da cui partire per nuove sfide e nuovi obiettivi.
Siamo ad anni luce dall’America delle star, inseguite a destra e a manca dai nostri cronisti totalmente inconsapevoli di quello che gli succede intorno. L’architettura si riavvicina bruscamente alla gente ritrovando la sua anima policentrica ed una nuova delicatezza, andata perduta nei violenti interventi dei “grandi architetti” ormai votati ad un sistema che non ha più il miglioramento sociale, il miglioramento del mondo, tra i suoi obiettivi.
Un bravo di cuore a chi ha reso possibile questo padiglione, l’America con i suoi errori e le sue tragedie è ancora qui ad insegnarci la libertà e la democrazia.

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