Il padiglione Italia alla XI Biennale di architettura

Pubblicato: 17 settembre 2008 in Architettura
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Il tema scelto per la manifestazione: “Architecture Beyond Building” ha portato a galla la questione della necessità sentita dagli architetti di espandere i loro orizzonti: l’architettura non basta più all’architettura. Di tutte le critiche che si possono fare, legittime, all’impostazione e all’organizzazione della biennale, una cosa mi pare comunque positiva, lo sforzo di ragionare su quali sono le discipline da cui si possono attingere spunti, metodologie e risultati ha coinvolto tutti, giovani e vecchi elefanti. Gli stessi vecchi elefanti che intossicano con le loro clientele i concorsi di dottorato e lo fanno a cielo aperto sapendo di essere impuniti ed impunibili, si sono presentati con la loro povertà intellettuale allo sguardo severo dei critici presenti che hanno risposto con più di una scossa di capo agli orrori messi in mostra.
Sui giovani il discorso da fare è diverso. In Italia siamo sotto la schiavitù di una certa “cultura ufficiale” che non ammette tra i suoi ranghi una serie di discipline che in altri posti del mondo sono divenute senza scossoni o rivoluzioni “mainstream”. Non sono ammissibili i fumetti, la musica rap, i cartoni animati, i videogiochi ma anche la cultura contadina (che non è una vera cultura, no?), quella artigiana, quella montanara, quella marinara. Cultura è solo leggere i loro libri impolverati ed imparare a parlare in modo incomprensibile, il resto è vergogna. I giovani italiani vivono così una specie di sdoppiamento perché ci sono campi del sapere che potrebbero contribuire alle visioni, alla creazione, alla complessità, che vengono chiuse in un angolo per una forma di rispetto, lasciandoli privi di quelli stimoli che invece sono diffusi altrove nel loro quotidiano.
Il messaggio ai giovani potrebbe essere questo: gli strumenti da usare nella vostra ricerca possono essere tutti, anche quelli che fanno storcere il naso ai governi ed ai matusa, soprattutto quelli.
Il paragone con il piccolo padiglione giapponese è impietoso. Un giovane architetto attinge dai manga come dalla cultura contadina, dagli haiku come dall’architettura classica per dipingere, letteralmente, un affresco potente, visionario ed affascinante della sua Architecture Beyond Building.
In Italia vige invece la legge dell’eterno studente. Il momento in cui inizia la tua vita viene continuamente procrastinato da una serie infinita di corsi, master, formazioni, sempre più specializzate, nella quale gli italiani colti buttano via gli anni intellettualmente più fertili della loro esistenza. Corsi (e ricorsi) dove il processo di integrazione delle varie culture, anche e soprattutto quelle minori, non avviene mai ed anzi succede l’esatto opposto: un continuo disgregarsi del sapere in rivoli e sottorivoli.
Se per chiunque questo può essere deleterio, per gli architetti è un colpo mortale. La loro disciplina è una disciplina di integrazione e composizione e questa dispersione serve solo a far perdere di vista quelli che possono essere i temi sui quali possano basare la loro ricerca i futuri architetti. Sì perché in Italia gli architetti sono sempre futuri architetti.
Nel padiglione Italia, ma anche all’Arsenale a dire il vero, abbiamo visto proprio questo fenomeno espanso a livello mondiale. Architetti spaventati da sé stessi (ti piace l’heavy metal? vergogna!) che provano senza successo a tracciare nuove rotte nel mare del sapere, in generale privi di un tema, di una ricerca, di un obiettivo generale che ne possa dirigere i segni. Architetti magari affermati come architetti che falliscono la loro opera di intellettuali, impantanati in improbabili forme biomorfe, mostromorfe o qualsiasicosamorfe. Oppure architetti privi di idee in grado solo di insultare l’intelligenza dei presenti con installazioni inutili e poverissime.
Nel padiglione Italia qualcuno ha ragionato sulle vie di espansione della disciplina, esplorando con più o meno successo dottrine anche lontanissime dall’architettura, e questo è un segnale positivo. Ora dobbiamo attendere con fiducia i primi risultati, che sono quelli che contano, anche se in campo architettonico sappiamo bene che l’inerzia culturale è enorme e i semi piantati oggi potrebbero metterci decenni a germogliare.

Approfondimenti:
R&Sie(n) a Venezia
Biomimicry

commenti
  1. Miki,
    hai ragione bisogna distarsi, guardare alto/ve, l’architettura degli architetti conduce verso l’archiautismo.
    Saluti Salvatore D’Agostino

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