In “L’accostamento ad Almotasim” Borges parla, cioè metaparla (nel senso che questo non è il tema del racconto ma di ciò che il racconto racconta (perché il racconto racconta di un libro intricatissimo che a sua volta racconta di questo) a volte mi chiedo che senso abbia leggere Borges), di un uomo chiamato Almotasim che è talmente fantastico da essere in grado di trasmettere la sua fantasticità a chi gli sta accanto e così via a catena scendendo anche di molti gradi di separazione (fate conto che a 6 gradi di separazione, il massimo, a New York solo quattro persone sono state contagiate da questa fantasticità e tirate poi voi le vostre somme). Il racconto si svolge a ritroso, un investigatore cerca di arrivare a lui riconoscendo sprazzi della luce di Almotasim all’interno delle persone che via via incontra e pian piano risale l’albero delle conoscenze e con questo metodo si accosta sempre più al suo obiettivo.

Finché non ho tirato fuori dalla soffitta, che è un posto perfetto per dimenticare i libri che contengono gli sproloqui di certi vecchi tromboni, “Theoretical anxiety and design strategies” di Rafael Moneo, e finché questo saggio non è stato abbandonato sulla libreria messo sopra in orizzontale ad una fila di libri, non avevo mai trovato il modo di applicare con successo il racconto di Borges ai libri.

Libri che ahimè non sono capaci da soli di permearsi a vicenda con le loro parole, neanche poco poco, neanche tenendoli molto vicini, neanche schiacciandoli forte. E l’altro modo di accostarli, cioè bruciandone alcuni, magari in piazza, ed assistendo affascinati allo spargersi delle fiamme, ha un che di déja vu, un cliché, che disturba, e non mi son mai sentito di metterlo in pratica. Non che non ce ne siano a migliaia di libri che lo meriterebbero, è che così, il mio animo anche nel malumore più nero resta un animo gentile.

Cosa che invece in Francia ho visto fare più e più volte, ho visto usare libri per accendere camini, per accendere barbeques, per accendere fuochi. Ho visto cose.

Lungi da me l’idea di aprire “Theoretical anxiety and design strategies” di Rafael Moneo, il caso (che non esiste, come correttamente affermato in quella drammatica summa dell’occidentalizzazione delle filosofie orientali tutte che porta il nome di Kung Fu Panda) ha voluto che sotto a questo saggio rimanesse per qualche giorno un libro tutto sommato inutile (“Teorie del cinema” di Francesco Casetti) sul quale a sua volta ho appoggiato per non più di qualche ora “Le sirene di Titano” di Vonnegut.

Ora, la rivelazione, il mio infundibolo cronosinclastico personale, è stata che il libro di Vonnegut puzzava distintamente di soffitta, pur non essendoci mai stato “di persona”.

Parte da qui, e da oggi, la mia sperimentazione di book-marking, sdoppiato in “positivo” e “negativo”. Parte dall’acquisto di due boccettine di olio essenziale (di senape e di lavanda, di senape perché l’olio essenziale di merda non l’ho trovato, sono sicuro che qualcuno ci si è messo, ma la senape mi è sembrata sufficientemente irritante) e di due piccoli diffusori di profumo a tampone, due specie di piccoli timbri con una spugnetta che si impregna di profumo e che si possono facilmente nascondere nella mano per “timbrare” in giro non visti.

Parte da un giro per tutte le grosse librerie di Roma, nelle quali ho scelto con grande accuratezza cosa timbrare. Ed ora sono qui sereno ad aspettare un libro in cui si percepisca, anche lontano, uno dei due aromi per poi poter cominciare la risalita verso l’Almotasim che sia positivo o negativo ora non importa, sarà il caso a decidere.

Sarebbe interessante sapere quali libri timbrereste voi.

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