In attesa della riforma universitaria

Pubblicato: 1 novembre 2008 in Bella Italia
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Nel delirante legiferare di questo governo l’università viene per ora citata soltanto nell’articolo 16 del decreto legge 133/2008, ma il ministro Gelmini ha promesso di rimediare entro settimana prossima, nel quale si indicano le linee guida per trasformare le università in fondazioni:

Art. 16.
Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università

1. In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.

Non è questa la sede per capire se sia un bene o un male l’ufficializzazione di un processo di privatizzazione degli atenei cominciato ormai molti anni fa, quello che conta è che di fatto questo intervento non modifica di una virgola la situazione in cui versano oggi le università i cui problemi, se non erro, si possono riassumere in:

  • Baroni al potere messi lì dalla classe politica, da cui dipende:
  • l’intero sistema clientelare d’accesso alle cattedre, che dipende da:
  • l’istituzione di concorsi predeterminati o addirittura ad personam, per i quali:
  • diventa pressoché assente un sistema meritocratico, cosa che permette:
  • ai baroni di rimanere lì dove sono per sempre.
  • Poi c’è il problema dei precari e dei ricercatori trattati come ultime ruote del carro, non dimentichiamocelo.

Ebbene la 133 non affronta nessuna di queste questioni. La filosofia del governo è, e qui dimostro la mia più totale ingenuità, “la trasformazione delle università in fondazioni inietterà capitale che è la medicina di tutti i mali ed i problemi si risolveranno come per magia”.
Faccio notare en passant che lo stesso governo adotta una filosofia diametralmente opposta per quanto riguarda la scuola primaria “l’ingente afflusso di capitale ha permesso negli anni di arrivare ad una scuola di qualità e quindi tagliamo che di lì soldi ne arrivano troppi”.

Il tutto, a sua volta, diametralmente opposto a quello che succede con gli istituti bancari, che quando sono in profitto vanno privatizzati e quando vanno a rotoli vanno invece aiutati con soldi pubblici.

L’articolo 16 è solo uno specchietto per le allodole. I fatti sono che in Italia, in questo istante, i privati possono tranquillamente investire nelle università solo che, semplicemente, non lo fanno. Come non investono da nessuna parte non investono nemmeno nell’università. Se non ci credete potete dare un’occhiata a questo forum, dove sono riportati un po’ di dati, cito un estratto da un discorso del rettore del Politecnico di Milano:

La possibilità di trasformare le università in Fondazioni
E’ stato detto in molti interventi che l’articolo di legge che consente alle università statali di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato e non dice come e con la partecipazione di chi, che è talmente vago da essere non attuabile, che, con esso, si annuncia un cambiamento di strategia da parte del Governo nei riguardi del sistema della formazione e della ricerca italiano.
Vediamo di ragionarci un attimo. Un Ateneo potrebbe trasformarsi in fondazione se, accanto allo Stato, intervenissero dei partners privati disposti a sostenere economicamente l’Ateneo.
L’On. Mauro, vice presidente del Parlamento europeo, si è chiesto recentemente in un convegno: dove si può trovare un imprenditore così pazzo da caricarsi l’onere di contribuire finanziariamente alle spese correnti di un Ateneo o di una Scuola che, per definizione, non sono in grado di restituire utili? Quale privato può investire a fondo perduto?
Si potrebbe pensare a una Fondazione che veda Stato, Regione, Provincia, Comune insieme a Fondazione Bancarie e Associazioni varie. Ci si dimentica che è necessario una quota di contribuzione privata maggiore del 50% per rendere “privata” una fondazione e quindi per renderla indipendente dalle regole imposte dal contenimento della spesa pubblica (i famosi parametri di Maastricht).
E’ oggi impensabile che le Fondazioni bancarie si sostituiscano in larga misura allo Stato per finanziare annualmente il sistema della formazione e della ricerca e quindi gli Atenei.
Non vi sono altre alternative: in tutto il mondo le Università funzionano perché ricevono il loro prevalente fabbisogno finanziario o dalla Collettività Sociale o dalla contribuzione diretta degli Allievi. Nel primo caso l’Università si caratterizza come pubblica, nel secondo come privata (in Italia la prima è denominata statale, la seconda non statale).
Il primo modello considera prevalente il vantaggio di avere formazione e ricerca a servizio della competitività della intera Comunità sociale. Il secondo modello considera prevalente il vantaggio del singolo (allievo o impresa) che riceve la possibilità di incrementare la propria competitività personale.
In Europa è sicuramente prevalente il primo modello tanto che la quasi totalità di studenti universitari frequentano università pubbliche (in Italia sono oggi il 94%).

Traete voi le vostre conclusioni. Ad oggi studenti e precari dell’università hanno ben più di un motivo per scendere in piazza, aspettiamo settimana prossima per vedere quali altri motivi avranno.

commenti
  1. rbadoglio scrive:

    A riguardo, vorrei segnalare questo interessante post che mette in luce i vantaggi di avere le fondazioni universitarie anche in Italia:

    http://blog.trentaelode.it/2008/11/23/quanto-costa-l-universita-in-italia-e-le-fondazioni/

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