Una grande congiuntura planetaria

Pubblicato: 12 settembre 2010 in Sport
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DFW News:

09/12/2008
We have incredibly sad and shocking news. According to news sources, David Foster Wallace hanged himself at his home on September 12, 2008. Here is a link to one of the news stories about his death.

David Foster Wallace was an incredibly talented author whose words touched so many people around the world. Because this news is fresh, it’s hard to know what to make make of it or to figure out why this happened. In the end, the world has lost a great writer and a great thinker, and that cannot be reversed. The best wishes of all David Foster Wallace fans go out to his friends and family in this sad time.

David Foster Wallace (1962-2008), Rest in Peace

Voi forse non lo sapete ma la questione centrale della vicenda è il tennis. E con vicenda non intendo solo quel piccolo spiraglio da cui guardare elettrizzati un corpo di 46 anni che penzola da una corda appesa ad un soffitto, anzi non lo intendo affatto. Intendo vicenda in senso più ampio, dell’avere una vita e poi non averla più, di avere un corpo e poi non averlo più.

There’s a great deal that’s bad about having a body. If this is not so obviously true that no
one needs examples, we can just quickly mention pain, sores, odors, nausea, aging, gravity,
sepsis, clumsiness, illness, limits — every last schism between our physical wills and our actual
capacities. Can anyone doubt we need help being reconciled? Crave it? It’s your body that dies,
after all. (David Foster Wallace – Federer as a religious experience)

Il tennis è una perfetta metafora, guardi l’altro, guardi te stesso, l’altro, te stesso, l’altro, te stesso, l’altro e poi alla fine l’altro è stato meglio di te.

Mario sat next to K.D. Coyle – who was kind of mentally slow, especially after a hard loss – and they played rock-paper-scissors for two hundred clicks or more, not saying anything, engrossed in trying to locate patterns in each other’s rhythms of choices of shapes, which they both decided there weren’t any. (David Foster Wallace – Infinite Jest – pag 282)

Il tennis è una malattia che prende i giovani, pericolosa e qualche volta mortale. All’inizio è semplice: hai in mano uno strumento perfetto per colpire oggetti in movimento e con questo strumento devi colpire un oggetto in movimento studiato in ogni minimo dettaglio allo scopo di essere colpito. Eppure ci si accorge presto che la semplicità è solo apparente. Lo strumento si ribella, l’oggetto fa movimenti bizzarri e soprattutto bisogna, necessariamente, confrontarsi con qualcuno. E’ un fastidio che non va via. Dall’altra parte della rete c’è qualcuno da far soffrire e la sua sofferenza è inversamente proporzionale alla nostra felicità. E allora cominci ad estraniarti. La ripetizione ossessiva di ogni gesto, e nel tennis le situazioni di gioco che necessitano particolari gesti sono tante, ti aiuta ad astrarti dal piano di gioco e spostarti in quello che è il vero nucleo della malattia: la geometria.
Nessuna mente pensante, da un certo livello in poi, potrebbe giocare a tennis. Il corpo deve agire ad una velocità e con una precisione che va al di là del ragionamento cosciente. E bisogna essere cinici, estremamente cinici. Ogni pensiero sarebbe un ostacolo.

By way of illustration, let’s slow things way down. Imagine that you, a tennis player, are standing
just behind your deuce corner’s baseline. A ball is served to your forehand — you pivot (or
rotate) so that your side is to the ball’s incoming path and start to take your racket back for
the forehand return. Keep visualizing up to where you’re about halfway into the stroke’s
forward motion; the incoming ball is now just off your front hip, maybe six inches from point
of impact. Consider some of the variables involved here. On the vertical plane, angling your
racket face just a couple degrees forward or back will create topspin or slice, respectively;
keeping it perpendicular will produce a flat, spinless drive. Horizontally, adjusting the racket
face ever so slightly to the left or right, and hitting the ball maybe a millisecond early or late,
will result in a cross-court versus down-the-line return. Further slight changes in the curves
of your groundstroke’s motion and follow-through will help determine how high your return passes over the net, which, together with the speed at which you’re swinging (along with certain
characteristics of the spin you impart), will affect how deep or shallow in the opponent’s court
your return lands, how high it bounces, etc. These are just the broadest distinctions, of course
— like, there’s heavy topspin vs. light topspin, or sharply cross-court vs. only slightly crosscourt,
etc. There are also the issues of how close you’re allowing the ball to get to your body,
what grip you’re using, the extent to which your knees are bent and/or weight’s moving forward,
and whether you’re able simultaneously to watch the ball and to see what your opponent’s
doing after he serves. These all matter, too. Plus there’s the fact that you’re not putting a static
object into motion here but rather reversing the flight and (to a varying extent) spin of a projectile
coming toward you — coming, in the case of pro tennis, at speeds that make conscious thought
impossible. (David Foster Wallace – Federer as a religious experience)

Ed infatti i giocatori stessi mica si rendono conto. Già al mio livello, chiamiamolo livello gastrite per l’effetto collaterale che il mio gioco mi provoca costantemente, la percezione del fluire delle cose è completamente alterata, il mondo diventa una enorme rete di traiettorie delle quali solo una piccola parte diventa di tanto in tanto percorribile. Ci sono traiettorie per i piedi, traiettorie per lo strumento, traiettorie per la palla, per la testa, per i capelli. Le traiettorie dei capelli sono qualcosa che mi ha sempre affascinato a tal punto da restarne ipnotizzato. Se guardo una giocatrice con i capelli lunghi mi perdo regolarmente a seguire le bizzarre forme che i capelli disegnano nell’aria. Ho giocato di recente un doppio misto nel quale tutti i miei errori erano dovuti ai capelli della mia compagna. Ero così affascinato da quel ritmo in controtempo (perché i capelli si muovono come fuori tempo; nell’istante del colpo i capelli stanno ancora seguendo la traiettoria dello spostamento del corpo e poi di colpo subiscono come un sobbalzo e cambiano direzione, però in maniera armonica e organizzata come guidati da un’intelligenza danzante) con tutti gli altri ritmi di gioco che mi dimenticavo totalmente della partita.

Allenati a non rendersi conto di niente, qui è Federer che parla:

“It’s interesting, because this week, actually, Ancic [Mario, the towering Top-10 Croatian whom Federer beat in Wednesday’s quarterfinal] played on Centre Court against my friend, you know, the Swiss player Wawrinka [Stanislas, Federer’s Davis Cup teammate], and I went to see it out where, you know, my girlfriend Mirka [Vavrinec, a former women’s Top-100 player, knocked out
by injury, who now basically functions as Federer’s Alice B. Toklas] usually sits, and I went to see — for the first time since I have come here to Wimbledon, I went to see a match on Centre Court, and I was also surprised, actually, how fast, you know, the serve is and how fast you have to react to be able to get the ball back, especially when a guy like Mario [Ancic, who’s known for his vicious serve] serves, you know? But then once you’re on the court yourself, it’s totally different, you know, because all you see is the ball, really, and you don’t see the speed of the ball…. ” (David Foster Wallace – Federer as a religious experience)

Alice B. Toklas.

E comunque quello che rimane alla fine è una geometria che per Federer non so ma per tutti noi è una geometria rotta, errata come quella di Cthulhu ed altrettanto spaventosa. Parabole che non atterrano correttamente e angoli che non rispettano alcuna legge, se non quella del più violento.

E insomma di tennis si può morire e questo lo capisco. Il tennis è un amore non corrisposto che puoi tenere a bada ma che facilmente ha il sopravvento e ti può sopraffare.

Se oggi 12 settembre 2010 ci fosse stato Federer a combattere nella finale degli US Open contro Nadal, che ormai è si consolidato come un atleta altrettanto geniale dello svizzero, si sarebbe verificato uno di quegli eventi al limite del mitologico che rendono questo sport così particolare.

Of course, in men’s sports no one ever talks about beauty or grace or the body. Men may profess their “love” of sports, but that love must always be cast and enacted in the symbology
of war: elimination vs. advance, hierarchy of rank and standing, obsessive statistics, technical analysis, tribal and/or nationalist fervor, uniforms, mass noise, banners, chest-thumping, facepainting, etc. For reasons that are not well understood, war’s codes are safer for most of us than love’s. You too may find them so, in which case Spain’s mesomorphic and totally martial Rafael Nadal is the man’s man for you — he of the unsleeved biceps and Kabuki self-exhortations. (David Foster Wallace – Federer as a religious experience)

Fortunatamente il tempo passa, i migliori se ne vanno, i giovani crescono e Federer non è più quel Federer tanto amato da Foster Wallace e da lui capito come forse nessun’altro è stato in grado di fare. Ed è quasi una fortuna che per DFW, come per molti di noi, resterà soltanto questo:

The thing with Federer is that he’s Mozart and Metallica at the same time, and the harmony’s
somehow exquisite. (David Foster Wallace – Federer as a religious experience)

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