Il dilemma del lettore

Pubblicato: 29 gennaio 2011 in Amici amici amici un cazzo, Consigli, Letteratura, Non si fa così

scusate ho la mania delle lettere collettive, che sono per me dichiarazioni d’amore a chi so mi vuole bene. Volevo dirvi che il mio libro tra poco sarà in libreria[…]
Vi scrivo per dirvi che cosa significa per me questo libro: è come vedere finalmente realizzata una necessità. La necessità di condividere una solitudine con gli altri. Perché la poesia si compone in solitudine violenta con dentro l’umanità degli altri. Come una volta mi aveva detto al telefono con la sua voce da streghetta buona Maria Lai. Mi aveva detto che non dovevo avere paura perchè i poeti si portano dentro l’umanità di tutti, e sono gli altri ad avere bisogno di loro e non viceversa. Dunque abbiate bisogno di me, prendetemi, prendete il mio libro, leggetelo. C’è dentro anche un po’ di voi.


Dunque ho un’amica che scrive un libro di poesie e me lo dice così ciao ti amo ho scritto un libro di poesie. Che la volta prima invece era un ciao ti amo e ho fatto un film e quella ancora prima era ciao ti amo metto in scena una cosa vieni a vedermi.

Non è facile avere un’amica che scrive un libro di poesie.

Con il cinema ed il teatro ancora ancora, vado, la vedo lì, vedo il suo corpo, sento la sua voce e me ne innamoro. Ci vado in giro, ci chiacchiero e passo tutto il tempo a fingere che no, non mi sono innamorato anzi lo sguardo trasognato non lo faccio mica a te perché sei te è che mi viene così di natura, è il mio sguardo trasognato spontaneo marchio registrato. Che tu hai già negli occhi il prossimo progetto, le prossime parole ed io sono lì assieme a te ma vedo solo l’orizzonte non riesco a guardare vicino e l’orizzonte sono due nastri d’asfalto che si separano inesorabilmente uno percorso da carri bestiame e bifolchi puzzolenti e l’altro da bellissime persone che danzano e cantano. E scrivono libri di poesie. Che schifo di metafora.

Con la poesia è molto difficile. Ora sono qui, con il libro davanti, “Mai più la parola cielo” e sono qui da circa dieci ore, guardo la copertina, è un libricino piccolo piccolo, 58 pagine, lo prendo in mano, lo giro e rigiro, lo ripongo, lo riprendo. Ho altri amici che scrivono e dei quali ho letto i libri. Non è facile nemmeno in quel caso, la voce che sentono le mie orecchie e quella che leggono i miei occhi è spesso discordante e questo a volte provoca fastidio o dolore. Non posso immaginare con la poesia come possa essere.

Mi ricordo l’effetto che mi fece l’incipit di “Storie di cronopios e di fama” di Cortázar, me lo ricordo come se fosse ieri perché mi sono esplose le meningi, perché ho provato un senso di meraviglia, sono rimasto così stupefatto e da quella volta gli incipit hanno un sapore diverso per me e rischiano di essere approssimazioni sbiadite di questa:

Il lavoro di ammorbidire il mattone tutti i giorni, il lavoro di aprirsi un passaggio nella massa gommosa che si proclama mondo, ogni mattina inciampare nel parallelepipedo dal nome ripugnante, con una canina soddisfazione che tutto è al suo posto, la stessa donna accanto, le stesse scarpe, lo stesso sapore dello stesso dentifricio, la stessa tristezza delle case di fronte, della sporca scacchiera delle persiane con la scritta HÔTEL DE BELGIQUE.

Uno scrittore scrive per necessità o perché è furbo o per mille altri motivi ma un lettore non ha motivo alcuno per leggere se non il gusto di leggere (i lettori professionisti non lo so ma credo che se fanno quella professione senza gusto sono certamente persone molto tristi). E leggere poesie per me è molto costoso, significa doversi annullare e donare completamente al testo, significa riuscire ad aspettare il significato sapendo che potrebbe non arrivare, potrebbe non arrivare subito, potrebbe non arrivare mai.

Ciao Elena questa è una dichiarazione d’amore non so se ce la faccio; questa è una confessione non so se ne ho il coraggio. Se tu fossi una perfetta sconosciuta l’avrei già letto, è ridicolo lo so, mi sarei letto queste 58 pagine, me le sarei bevute, o forse ne avrei letta una ed avrei piantato lì ma insomma la questione, se tu fossi una perfetta sconosciuta, sarebbe già risolta. Una Elena il cui significato mi sfuggisse, nel male o nel bene, troverebbe posto nel mio cuore o sarebbe troppo diversa dalla Elena il cui “significato” e stato così spontaneamente accolto in me di persona?

Sono sicuro che è un libro bellissimo, leggetelo voi e ditemi com’è, io non so se ce la faccio.

Elena Morando, “Mai più la parola cielo”.

Posso farcela.

Ora lo apro e leggo la prima pagina.

Solo la prima pagina.

Se leggo la prima pagina poi è fatta.

commenti
  1. elena morando scrive:

    Ciao, sono Elena, quella che ha scritto il libro “Mai più la parola cielo” e che danza tra i fiori insieme ad altri, mentre di fianco sfrecciano tir e pulman a due piani.
    Mi immagino che la strada che si biforca all’improvviso potrebbe essere in mezzo al deserto.
    Detto questo; credo che tu ce la farai, anche io e anche gli atri.
    Le strade poi qui, dove sto, a volte bisogna trovarsele tra il cisto: sono sentieri di campagna e da lontano si sente un asino che raglia.
    L’idea di sbucciarmi le ginocchia sull’asfalto non mi piace ma sono sicura che può essere un bel modo per omaggiare qualcuno: io propongo John Fante.
    Potresti iniziare con lui, trovo delle affinità a livello di irriverenza.
    Io invece voglio interpretare George Sand e attraversare la piazza del paese in un giorno di maestrale vestita con un completo da uomo completo di gemelli.
    Sono d’accordo sulla questione della prima pagina….a volte è l’ultima, a volte sta a metà: una sottilissima pagina in filigrana con una miniatura invisibile, le parole cesellate in una sola frase: roba da fare girare la testa.
    Quando la trovo mi emoziono troppo e chiudo il libro, è il caso di Pasternak, sentite qua, dopo circa venti pagine dall’inizio
    dal Dott. Zivago: Naja e Nika, due adolescenti, sono appena caduti nel lago dopo un litigio su una barchetta
    “cominciarono a litigare. A Nika venne in mente l’odio che la mattina aveva concepito per le donne. Minacciò Nadja di annegarla, se non smetteva di dire insolenze. Prova- disse lei. L’afferrò alla vita. Lottarono finchè non persero l’equilibrio e caddero in acqua….sapevano nuotare tutte e due, ma i gigli acquatici s’impigliavano alle braccia e alle gambe, e lì ancora non si toccava. Finalmente sprofondando nel limo risalirano sulla riva….. Nadja disse piano, come un’adulta-Pazzo!- non meno da adulto, Nika rispose-perdonami.
    Ed ecco poi, infine, a conclusione dell’episodio:
    “gli sembrò che più di ogni altra cosa avrebbe voluto cadere ancora una volta nello stagno con Nadja, e avrebbe dato molto, adesso, per sapere se un giorno mai gli sarebbe di nuovo capitato”.
    Per una settimana una frase così può bastare, che dite?
    Quindi faccio a tutti un invito, aspettate, datemi tempo, la poesia come dice bene Miki non è roba per fighetti, bisogna avere il coraggio di leggerla.
    Aspettate, c’è qualcosa che vi riguarda da vicino. Forse è il primo componimento oppure l’ultimo.

    Il paesaggio dal camion è sorprendente, quella massa di rincoglioniti continua a danzare e ora stanno lanciando petali di fiori, io ridacchio, ho preso un passaggio da uno che sembra a posto, ma se mi tocca lo fulmino.
    Stiamo ascoltando J. Casch.
    Tra poco passiamo la frontiera e scendo.

    Ciao e grazie della bellissima recensione,

    Elena

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