Quello che il corpo dimentica

Pubblicato: 16 febbraio 2011 in Senza Categoria

Quando Ghibli, Dio del vento, portatore di tanfi, Dio di tutto il Sudovest mediterraneo, soffia tra i monti Aliani, si apre il varco serpeggiando attraverso il passo delle Millevacche, in direzione del Mubaracco. Poi salta l’Atlante e insegue la propria ombra sulla città che sorge nella vallata dove il grande fiume si triforca. Se è arrabbiato porta tempeste di sabbia, se è triste porta la pioggia che disseta le labbra riarse della terra e fa sbattere le cigolanti persiane dei bazar.

Soffiando a nord, Ghibli spazza la piana catanese fino a quando gli sfugge, trasformandosi nelle pendici del vulcano. Soffia fresco oltre l’Aspro, sopra le morbide e lussureggianti colline dove i nastri argentei dei fiumi Amendolea, Petrace e Stilaro cercano mare con la loro pigra corrente. Poi supera lo spartiacque tra Campominore e Sibari, prostrandosi a ricevere una benedizione ai piedi del Vesuvio, avanza rapido e leggero lungo la rete di canali di Sabaudia e quella di Pomezia, attraversa indisturbato il grande raccordo e si alza per inaridire il cuore eterno. Quando ritorna, aggirando la grande Ichnusa e sospingendo le nubi mistraliche, si ferma a riposare sul seno del mar delle torri.

E crede che i suoi doni rendano felici gli abitanti dello stivale.

Oh, sciocco Ghibli!

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