6 giorni dopo

Pubblicato: 17 ottobre 2011 in Bella Italia, I maestri

Oggi sono ripassato da Kabul (non è una maledizione, io da lì ci devo passare per forza) e ho visto un topo morto. Mi sono sentito come il dottor Rieux.

La sera stessa, Bernard Rieux, in piedi nel corridoio dello stabile, cercava le chiavi
prima di salire al suo appartamento quando vide sorgere dal fondo scuro del corridoio
un grosso topo dall’andatura incerta e dal pelame bagnato. La bestia si fermò, sembrò
che cercasse un equilibrio, prese la corsa verso il dottore, di nuovo si fermò, girò su
se stessa con un piccolo grido e poi cadde vomitando sangue dalla boccuccia
semiaperta. Il dottore la guardò un momento, poi salì in casa sua.

E mi sono accorto che mi sento spesso come il dottor Rieux; da quando Roma ha un sindaco fascista sempre più spesso.

Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che
quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si
può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che
può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta
pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce
e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste
avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.

(Alber Camus, La Peste)

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