Diclofenac

Pubblicato: 22 aprile 2012 in Senza Categoria

Ore 5.43 nonostante lo stordimento riesco a lavare via con la spugna abrasiva la patina grigia della notte che come sempre si posa sulla mia pelle e su tutto quanto. Anche il cielo è grigio e il suo riflesso sul tavolo d’acciaio ricorda il corpo abbandonato della puttana di ieri sera. Il latte è finito da tre giorni, oggi le bustine le sciolgo nel fondo di bottiglia di mirto che è rimasto, domani si vedrà. I cerotti transcutanei invece non so mai dove metterli.
L’intossicazione da diclofenac per adesso è una costosa delusione: venti bustine e dodici cerotti due volte al giorno e il dolore non accenna a diminuire, anzi ho la sensazione che in alcuni punti sia perfino peggiorato. I cerotti non so mai dove metterli, le zone del mio corpo che mi provocano fitte sono centinaia, cambiano continuamente, si muovono, si mescolano tra loro.
Il Professore dice di aspettare, dice che due mesi sono troppo pochi. L’ultima volta che ci siamo visti aveva gli occhi liquidi ricoperti di un gel azzurrognolo e le labbra secche e bianche così screpolate da sembrare fatte di sabbia.
Ho riempito seicento pagine di spazzatura che fa così schifo che penso finirà a decomporsi nell’umido assieme ai torsoli di mela e alle matite troppo masticate per essere ancora utilizzabili.
L’unico effetto collaterale interessante è l’irrigidimento dell’ultimo tratto della colonna vertebrale e di tutto quello che le sta attorno. Ecco spiegato il mio improvviso successo con le donne, ci sarebbe da ridere se non facesse così male.
Detesto uscire di casa. All’angolo con via Lisbona c’è sempre Francesca che mi chiede “perché non chiami Federico? perché non lo chiami? lui ti vuole bene, è l’ultimo che ti vuole ancora bene”. Non la sopporto e la ucciderei se le braccia non fossero così rigide e se le mani non mi formicolassero così tanto da non consentirmi di tenere in mano nessuna mazza, nessun coltello, niente.
Ma devo uscire, mangiare direttamente la polvere delle bustine mi provoca conati inarrestabili. Mi metto una maglietta grigia, una felpa grigia e una giacca grigia di tre grigi diversi che fanno a pugni l’un l’altro.
“Grazie,” mi ha detto l’ultima volta con quel suo sorriso malato, “grazie, ci possiamo rivedere?” Non serve nemmeno fingere, basta fingere di fingere, non ci vuole nessun coinvolgimento e si può finire tutto spingendola fuori dalla porta e coprendo il rumore della sua caduta con una risata, tanto la ritorvo sempre lì all’angolo con via Lisbona, i suoi tacchi, il suo rossetto slabbrato e Federico.
Non so perché non chiamo Federico, aspetto un altro mese, forse tra un mese il dolore sarà diminuito un po’, forse la prossima volta ne parlo al Professore.

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