Edgar

Pubblicato: 17 settembre 2012 in Senza Categoria

Non dormo.

Ho trovato il modo di entrare di notte nell’acquario, mi vado a sedere nell’angolo della vasca sul tetto che non è coperto dalle camere di sorveglianza. Ero talmente stanco da aver messo i piedi nella vasca con ancora su le scarpe e adesso non so come tornerò al Novotel, se tornerò.

In questa città c’è troppa gente triste, troppa gente rovinata, i poveri sono ormai ovunque, sdraiati a decine nelle proprie feci ai lati della strada, non potrei più venire a vivere qui.

I ricchi se possibile sono ancora più tristi, rinchiusi nelle loro bettole laccate a divorare i loro indegni stipendi.

Edgar viene quasi subito, con il muso sembra sempre sorridere. Non so se davvero si chiama Edgar però il suono che emette quando parla di sé assomiglia a “Edgar” e allora io lo chiamo così e lui, paziente, mi risponde (anche se credo sia una femmina).

Mi permette di mettere il dito dentro allo sfiatatoio mentre emette i suoi cinguettii, mi piace e mi fa il solletico. I muscoli attorno allo sfiatatoio sono molto forti, riesce facilmente a prendermi il dito e a stringerlo e sembra quasi un morso. Quando è stufo emette sempre dallo sfiatatoio uno sbuffo e va a farsi un giro o due sott’acqua. Ma poi torna.

Edgar è il delfino segreto, viene tenuto nascosto ai visitatori, lo so perché quando vengo qui faccio sempre un ingresso per andare a vedere se c’è ma lui non c’è mai. Poi però se vengo di notte lo trovo. Forse è per via di quella macchia che ha sul fianco destro, non so.

Così come la tristezza di questa città risuona dentro di me sembra che anche la mia tristezza faccia effetto su di lui in qualche modo.

Non riesco a fargli capire bene il concetto di tristezza ma non è un problema suo, non è un problema di comprensione, non riesco a mappare la mia tristezza in qualcosa che lui conosca e che le assomigli.

Lui fa lo stesso con me. Per esempio le onde per lui hanno centinaia di nomi diversi, l’onda della sua pinna dorsale che emerge dall’acqua quando nuota veloce, l’onda sugli scogli, l’onda sulla spiaggia, perfino l’onda del branco di tonni ha un nome tutto suo.

Avevo mangiato un po’ di sushi, questo magari non ditelo a Edgar che sull’argomento cibo è molto sushettibile, e stavo facendo picio pacio con le mie scarpe seminuove (che finisce che butto dopo questa sera) leggendo nel frattempo sul teletolo cellulatico una cosa bellissima nella quale ci siamo io, David Foster Wallace, Emily Dickinson, Eddie Vedder e altri (è evidente che la sua bellezza non può dipendere da me). Una cosa in grado di eliminare all’istante ogni dolore sulla terra, non in modo permanente ma in modo perentorio.

Ebbene Edgar è venuto e per la prima volta mi ha baciato, non l’aveva mai fatto prima, deve aver capito qualcosa. Ha allungato il muso uscendo un bel po’ dall’acqua e l’ha accostato al mio facendo un suono con lo sfiatatoio simile al nostro pciù.

(Non riesco a mappare nemmeno “salsa di soia”, se è per questo).

Io e lui ci capiamo abbastanza bene. Sono riuscito a comunicargli 221 parole o modi di dire e lui me ne ha insegnati una cinquantina dei loro. Non appena arrivo ci salutiamo più o meno sempre così:

– Ciao Edgar come stai?
– Ciao Miki, molto bene, vieni a nuotare con me?
– No Edgar non posso.
– Peccato, ahahahah! (e se ne va a fare un giro o due sott’acqua)

Vorrei spiegargli la tristezza perché non la capisce.

Non è un compito facile, i delfini non sono mai tristi, quasi mai, e anche con eventi gravi come la morte hanno un atteggiamento molto più sereno del nostro.

L’acqua è fredda gelata.

L’unico argomento che forse posso utilizzare è quello del cibo: – Un’aringa cattiva? – mi risponde – impossibile! ahahahah.

Alla fine mi decido e mi tuffo, fanculo al freddo e all’acqua salata. Edgar è enorme e in acqua sviluppa una potenza spaventosa, a nuotare con lui ci si sente ridicoli. Sembra molto contento, fa due o tre salti altissimi sollevando spruzzi dappertutto per poi immergersi fino al fondo della vasca e tornare su facendo una vite.

– Il mare – gli chiedo – non ti mette tristezza?
– Il mare puzza – mi risponde.

Bravo Edgar, non credevo di essere riuscito a fartelo capire, a mappartelo.

– Anche la città puzza.
– E perché non vai in un acquario?

Acquario per Edgar è qualcosa di bello, di divertente.

– Infatti vengo qui quando posso.

Ho davvero troppo freddo, esco dalla vasca e mi asciugo come posso con la felpa.

– Miki adesso te ne vai?
– Sì Edgar, devo andare che se no muoio di freddo.
– Torna presto a trovarmi! ahahahah.

Niente, la tristezza, la mia tristezza, non riesco proprio a mapparla.

Sul bordo della vasca c’è un tipo nascosto nella penombra, ha gli occhi pungenti puntati verso di me con un’espressione di rimprovero. Ha in mano un iPad che gli illumina debolmente il volto che riconosco. Guarda lo schermo e poi mi guarda, poi ancora lo schermo, poi ancora me.

– Non sei tu – mi dice alla fine – mi dispiace, ti avevo giudicato male. Mi punta una pistola e spara.

Mentre l’impatto con il proiettile mi ribalta e mi fa ricadere nella vasca sento la voce di Edgar dire – Eh no, non tornerà, non tornerà, ahahahah.

(Grazie Stefano per quel proiettile)

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commenti
  1. mooinjune ha detto:

    Ma come fai a parlare con Edgar, che potrebbe definirsi solo marginalmente “mammifero”? (oddio, ma quand’è che si scende dalla montagna?)

  2. Miki ha detto:

    “Essere mammifero” è solo condizione necessaria, non descrive con precisione gli esseri dotati di favella. (mai)

  3. Miki ha detto:

    Ma no! ma che dico! ma non è nemmeno necessaria!

  4. […] A me (invece) piace molto stare seduto sul bordo con i piedi in acqua; potrai sopportarmi? – […]

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