Rochester Market cacatio mirabilis

Pubblicato: 23 ottobre 2012 in Senza Categoria

La cantina era quasi piena.

L’ultima che era entrata aveva lasciato appeso sulla porta quello strano meccanismo che permette di sollevare il naso o abbassare in contemporanea le due sopracciglia quando si sorride formando esattamente tre linee ondulate che sembrano i gabbiani che disegnano i bambini a scuola, va giù e torna su, va giù e torna su, va giù e torna su.
Prendete Silene, per esempio. Lei se lo metteva tutti i giorni e quando ti sorrideva tu pensavi che avesse una strana malattia che le increspasse quel punto preciso del viso. Poi scoprivi di non poter guardare altro. Avete presente Silene no? adesso non per dire ma un corpo come quello di Silene mica si vede tutti i giorni, e il suo viso, e i suoi occhi! eppure niente, guardi solo lì in mezzo al viso e aspetti un sorriso, dai sorridimi, dai sorridimi. E quando ti sorride e le si increspa così il naso ti senti talmente travolto dalla gioia che le prime volte ti senti svenire (anche dopo ti senti svenire, ti sentivi sempre svenire quando ti sorrideva Silene).

Quello appeso alla porta comunque non è quello di Silene, avete presente il naso di Silene, beh, no. Questo è più piccolo. È fatto meglio, ha un sottile filo d’argento ed è talmente piccolo che deve essere sicuramente invisibile.
Pensavo che ce l’avesse solo Silene, devono essere oggetti costosi, non so nemmeno bene come si chiamino. Non ho tempo di indagare, una volta che siamo chiusi dentro non c’è più tempo per parlare o guardarsi in giro.

Jen nel frattempo mi aveva scritto una cosa che mi ha lasciato perplesso: “Ciao, ecco quello che mi avevi chiesto, fanne buon uso: (G5, C4, C4, G4, G4)2, C4, G4, G4, D4, C6, G4, il resto è tutto 12 e 9 e non fa per te. Spero di vederti presto nel Tempio. Jen”.
Quindi mia madre sta morendo. È anziana, non sono di certo sorpreso e non è questo che mi lascia perplesso, è la storia del Tempio. Sono io che voglio vedere te nel tempio, Jen, e non viceversa. Il viceversa non è contemplato, non pensavo potesse mai esserlo.

Oggi oltre a Silene in cantina sono entrate con me altre tre o quattro donne, forse di più. La cantina era già gremita, abbiamo fatto fatica a trovare posto e poi ancora persone, e ancora altre.

Una tizia grande e grossa mi guarda e mi fa “te lo infilo io?” “scusa COSA mi infili?” le ribatto. “Devo farmi un po’ di spazio accanto alla colonna vertebrale ma vedrai che non ci vorrà più di un minuto”.

In effetti ci saranno voluti al massimo quindici secondi. La tipa grande e grossa era anche molto brava. “Strano il tuo,” mi ha detto. Un lungo filo grigio spesso zero, una fibra, un capello, di un grigio inquietante. Flessibile e vivo, l’ha infilato dal collo e adesso si nasconde dentro di me. Qui in cantina lo chiamano “la Zona”. “Questa è la vostra Zona interiore,” dicono, “dove potete rifugiarvi ogni volta che avete bisogno di un momento di amore.”

La mia Zona mi è difficile da raggiungere, è sfuggente. Solo quando Silene mi sorride sento che si muove. Quell’amore è però annodato, rugoso, acido e doloroso. La Zona provoca assuefazione. Ogni volta che ci vado la vite si stringe di un mezzo giro e sento l’osso cedere sempre più, fa un male cane e capisco che prima o poi non ce la farò e cederò del tutto. Eppure cerco sempre di andarci, non riesco più a starci lontano.

Tutto questo finché non spengono la luce, poi il mio mondo finisce e ne comincia un’altro fatto di polpacci e guancie e puzza e pelle di corpi e pelle senza corpo e Silene dove sei Silene, Silene.

Mi scrive ancora Jen: “Il nulla è tutto, sapevi che sarebbe potuto succedere, è successo a lei, dovresti esserne felice. Jen”. Sono tre giorni esatti che aspetto fuori dalla cantina, la gente continua a uscire a migliaia, a milioni. Silene non l’ho più vista. Mi è rimasta nelle mani la sensazione di quell’ultimo dito che non si voleva staccare dal mio dito, e nello stomaco quegli occhi chiari da cui il sorriso forzato non riusciva a levare la tristezza. Volevamo rimanere uniti a tutti i costi nonostante tutti coloro che ci stavano intorno si disgregavano a uno a uno, si perdevano in sbuffi rosso sangue e in grida che provenivano dal basso, da un basso che non conosco. E ci siamo riusciti, in un certo senso. Ma non nel senso che mi sarei aspettato: io da qui non me ne andrò mai più.

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