Pugni e mosche, poche le mosche

Pubblicato: 4 gennaio 2013 in Senza Categoria

Lei è già arrivata e mi aspetta seduta con i piedi che ballonzolano nel vuoto dal cavalcavia. Sotto di noi le auto sembrano velocissime e in effetti il rumore che fanno ricorda un mare in tempesta, anche il rumore che sta facendo il mio cuore ricorda un mare in tempesta.
Il ponte di Calatrava è sporco, gli scarichi dei veicoli hanno già steso un velo nero e unto che da sotto non si vede ma che mi fa esitare: non sono sicuro di volermi sedere su quella roba.

– Sono sporca di te – mi dice senza girarsi, la sua attenzione attratta dal retro del cartello dell’uscita di Reggio Emilia. Come al solito sembra in grado di entrare nella mia testa e come al solito la confusione che trova non le permette di ascoltare chiaramente quello che sto pensando.
Mi siedo di fianco a lei. Sento il nero penetrare dal fondo dei miei jeans, lo sento muoversi e salire verso la mia schiena, questa cosa fa schifo, questo ponte fa schifo. Visto da sotto sembra basso e invece è altissimo. Le mie scarpe vecchie oscillano a un’altezza impossibile, mi aggrappo a uno dei tiranti, anche questo enorme visto da qui (non sono fili, sono giganteschi cavi d’acciaio).

– La mia vita – prosegue lei, e non sono più sicuro che stia parlando con me, non sono nemmeno tanto sicuro che si sia accorta della mia presenza – assomiglia a questa uscita. Quanta gente uscirà da qui? Zero. In rapporto a quanta gente ci passa davanti? Zero. E anche adesso che hanno fatto questo ponte pensi che sia cambiato qualcosa? Tutti guardano il ponte ma continuano a tirar dritti.

Finalmente si volta. Il suo viso non corrisponde a quello stato d’animo. Nei suoi occhi c’è ancora la stessa luce e la stessa gioia immutata si sprigiona dal suo corpo.

– Sei sicura di volerlo fare? – Non abbiamo mai avuto ripensamenti ma all’improvviso il dubbio mi soffoca. Nell’istante in cui pronuncio questa domanda mi rendo conto che potrebbe non essere sicura, potrebbe alzarsi e andarsene così e magari potrebbe farlo proprio per causa mia e per colpa di questa domanda.

Lei invece sorride. Nel velo lacrimale le scorrono immagini del suo passato, alcune tumultuose, alcune dolorose. Vedo le sue scelte e i momenti in cui si è sentita incastrata, di alcune intuisco il perché, spesso però non capisco nulla, sono auto che sfrecciano, camion pieni di dubbi che non si accorgono di niente.

– La felicità – mi disse qualcuno – è quando vinci i cento metri alle Olimpiadi e non eri il favorito, è quando piangi con la medaglia al collo e tutto il dolore di allenamenti che pensavi inutili finsice in quelle lacrime. È la fiammella della speranza, debole, che osavi tenere in mano solo nelle ore più buie e solitarie della notte e che così spesso ti sembrava spenta che all’improvviso ti riscalda e riscalda tutti coloro che ti stanno intorno. Il suo sorriso ha quel sapore e mi piace.

Un clacson potente ci squote: sono loro, motrice bianca e cassone rosso. Ci prendiamo per mano, la sua stretta è calda e decisa. Nell’abitacolo si intravvedono due persone, stanno ridendo.

– Pronta?
– Pronta.

E saltiamo.

(segue)

commenti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...