Pugni e mosche, poche le mosche (parte seconda)

Pubblicato: 10 gennaio 2013 in Senza Categoria

(qui la prima parte)

Mi aspettavo un volo breve e invece siamo qui mano nella mano che giriamo vorticosamente come il coglionauta che si è buttato dalla stratosfera. La sento appena urlare non so se per paura o per l’eccitazione, attorno alcune sporadiche luci danno l’idea della pazzesca velocità a cui stiamo cadendo.
Cadiamo e cadiamo finché una grande piscina non interrompe il nostro volo. È illuminata internamente e irradia una luce rossa molto rassicurante.
Nell’impatto le nostre mani si staccano e l’acqua non troppo calda non mi consola affatto di questo distacco. Provo ad aprire gli occhi, le forme che vedo sono troppo confuse e non riconosco nessuno.

Mi isso sul bordo e scopro di essere nudo, come la donna accanto alla quale mi siedo e che sulle prime non riconosco e come tutti quelli che ci stanno attorno.

– Sono pudìca.

(si dice pùdica o pudìca?)

– A me (invece) piace molto stare seduto sul bordo con i piedi in acqua; potrai sopportarmi?
– Vedremo.

Intanto gli altri devono essere arrivati, non li riesco a vedere tutti ma da quelli che mi stanno attorno capisco che non può mancare nessuno.

Il Signor Data sta conversando con un donnone vestita di spandex che mi sembra di aver già visto da qualche parte (in un monitor di certo, tutto quello che ho visto l’ho visto dentro un monitor) ma non saprei dire dove.

Sei persone stanno telefonando con un apparecchio A FILO e curiosamente sono tutti mascherati da personaggi di secondo piano di Paperopoli: Brigitta tiene la cornetta in un modo strano mentre abbraccia languidamente Spennacchiotto; Paperetta Yè Yè è avvinghiata a Filo Sganga e se vanno avanti così si strangolano con i fili del telefono, vorrebbero baciarsi ma le maschere glielo impediscono. Altri due più indietro rimangono composti, si sfiorano le mani mentre parlano sottovoce nelle cornette. Non li riconosco, lui potrebbe essere Anacleto, lei forse è Reginella.

– Stanno guarendo i loro amici, ma perché funzioni ci vuole il filo, non si può fare con i cellulari.
– Ma tu ci credi?

Non avevo capito che aveva un corpo così, era stata brava a nasconderlo (o ero stato bravo io, come al solito, a guardare altrove).

– No, non ci credo.

Ormai tranne noi due sono quasi tutti in acqua, si tengono vicini apparentemente per combattere il freddo ma sono convinto che lo farebbero comunque. Oltre a noi manca solo Zaphod che si sta attardando a piegare in maniera ossessiva il suo accappatoio (lo appoggia a una sdraio, non è contento, lo riprende, lo ripiega, lo appoggia, non è contento…) e Columbia che è rimasta vestita e guarda tutti leccando pensierosa un chupachupa aggiustandosi di quando in quando le orecchie di Topolino.

Ora riconosco chi mi sta seduta a fianco, è sempre lei (ma aveva quel corpo lì? ma siamo sicuri? ma possibile che non me ne fossi accorto prima?), ci riprendiamo per mano, è ora di andare. Un brivido di eccitazione mi scuote la schiena mentre raggiungiamo gli altri, è bellissimo, mi dimentico di lei, mi dimentico di tutto. E proprio in quel momento altrimenti perfetto arriva Deckard, la prende e se la porta via, maledetto, maledettissimo.

E lei? Lei sorride. Mi guarda, mi saluta.

Non faccio in tempo a esprimere la mia rabbia, o la mia frustrazione, che due mani piccole e forti mi stringono le spalle e mi fanno girare su me stesso.

commenti
  1. […] Pugni e mosche, poche le mosche (parte seconda) […]

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