Game is my istinct

Pubblicato: 8 giugno 2013 in Finzioni


Lo scrivo qui perché fra qualche anno poi sembrerà impossibile che sia successo davvero e la memoria mi tradirà nascondendo o amplificando i dettagli.
Non ho passato una notte facile e questa mattina tutto quello che desideravo era sedermi al tavolo di un bar della riva sinistra con un caffè e un giornale, magari di pettegolezzi, tra le mani.
I parigini sembrano tutti impazziti. Dopo tutta l’acqua che hanno preso questo inverno non gli sembra vero uscire, poter fare colazione per strada, camminare, vedere gente. Intere famiglie si sono riversate attorno alla Senna e nonostante la temperatura non proprio calda la città è vivace in modo contagioso.
– Non è sempre così – mi dice il cameriere quando glielo faccio notare – se uno arriva oggi vede una Parigi sbagliata, è piovuto fino a ieri e domani comincerà a fare un caldo insopportabile e con il caldo arriveranno la puzza e i matti.
Simpatico il cameriere. Mi racconta che la città in estate si riempie di matti che fanno le cose più strane, e lui è convintissimo che sia colpa del caldo.
Sta di fatto che non c’erano quasi più tavoli liberi, a parte un paio in fondo nell’angolo tra il muro del palazzo e il paravento di vetro che separa questo bar dal successivo. Mi dispiace un po’ ma mi sembra di non avere alternative per cui mi siedo e ordino il caffè (che a Parigi fa schifo ma fa tanto romanzo poliziesco e non posso esimermi).
La folla è lontana, ci separano famiglie di parigini, coppie, un gruppo di turisti americani, tutti intenti a sorbirsi il loro orribile caffè, a chiacchierare e a guardarsi intorno. La città oggi è bellissima, coloratissima, le persone sorridono, si amano, conversano.
Il cameriere si avvicina con fare un po’ sospetto e mi sussurra – eccone una – di pazza intende.
In effetti c’è una spilungona che si aggira tutta ingobbita per i tavoli con atteggiamento ansioso, vestita con un soprabito nero tutto sgualcito e un paio di occhiali neri con le lenti enormi che le coprono il viso. Tiene una delle braccia all’interno del soprabito, come quelli nei telefilm che nascondono il fucile (incredibile cosa vado a pensare). I suoi capelli biondi sono scompigliati, anzi guardando meglio sono proprio bagnati, me ne accorgo perché si sono attaccati alle lenti e goccioline d’acqua scorrono sulle spalle del soprabito.
L’unico tavolo libero è di fianco a me, e vista la densità dei tavoli sarebbe stato meglio dire che l’unico tavolo libero è per metà all’interno della gabbia toracica (“eccoci qui”, penso, “a chi doveva capitare”?).
La pazza in quella posizione tutta curva in avanti con il braccio nascosto dentro al soprabito fa una discreta fatica a districarsi tra le gambe degli avventori, i tavolini, le brocche di succo di frutta, i sigari e così ho tempo di guardarla bene. Un campanellino d’allarme mi aveva cominciato a suonare fin dal primo momento in cui l’ho vista ma non riesco a capire perché, sarà quel braccio nascosto là sotto.
Mi rendo conto che sotto al soprabito nasconde effettivamente qualcosa. Il campanellino continua a suonare ma io lo ignoro. Forse non è un fucile, ma di certo tiene in mano qualcosa di lungo e rigido.
Arrivata finalmente a un passo da me per la prima volta solleva lo sguardo dai suoi piedi, mi guarda e la riconosco subito.
Sta piangendo, ha gli occhi gonfi e le lacrime escono da sotto le lenti e si mescolano con l’acqua che scende abbondande dai capelli bagnati. Gli occhi sono così gonfi che sembra gonfia tutta, anche le guance e le labbra.
Mi chiedo se è opportuno o no rivolgerle la parola e mi viene il dubbio che non ci sia nessuna lingua che ci accomuna, poi ricordo che lei parla inglese perfettamente, molto meglio di me in effetti e scioccamente mi viene da domandarle “ma il tuo fidanzato?”, mi trattengo a malapena.
Certo è difficile passare inossevati, puoi coprirti finchè vuoi, puoi ingobbirti finché vuoi, solo le contorsioni che ha dovuto fare per riuscire a sedersi, con quelle gambe lunghissime, si sono girati tutti almeno una dozzina di volte.
Alla fine riesce a mettersi in una posizione scomodissima, il braccio destro sempre nascosto sotto al soprabito, il suo tavolino ormai quasi completamente conficcato nei miei polmoni. Io indosso la faccia più indifferente che possiedo, cosa vuoi che sia essere schiacciati tra un muro e due tavoli, soffoco un po’ ma posso farcela.
Mi giro verso di lei e le sorrido, quello che esce però deve assomigliare di più a uno spasmo perché lei fa una faccia di scusa e si fa piccola piccola, per quanto possibile, e riesce a regalarmi qualche centimetro in più d’aria.
Ci guardiamo per un istante, io so chi è, lei sa che io so e io finalmente so che lei sa che io so (ci metto un po’).
Ora. Mi rendo conto che fino ad oggi ho sempre detto che Maria Sharapova boh è sì bella ma di quella bellezza perfetta e ignorante, fredda bionda e glaciale, insomma non mi piace, dove sono i suoi sentimenti, dov’è il trasporto. Bene, scherzavo.
Chi guardiamo e io devo avere una faccia così idiota, ma così idiota che lei si mette a ridere, e questo cambia tutto. Si mette a ridere guardando me, non guardando astrattamente qualcuno, guarda me dritto negli occhi, con i suoi occhi chiari pieni di lacrime e la sua bellezza mi lascia senza fiato.
– Io la odio quella negra – dice proprio così, “negra” – la odio con tutta me stessa. Quando ero piccola miglioravo sempre, giorno dopo giorno, e pensavo che non mi sarei più fermata. E invece? E invece a un certo punto smetti di migliorare e anzi peggiori. Le altre cominciano a conoscerti e cominciano a farti male apposta, sempre più male.
– Ma quella negra no. Quella negra non ha mai smesso di migliorare, non so come ha fatto, è diventata grassa come un baule e poi è tornata più forte di prima, migliora, migliora sempre. Io mi avvicino e lei migliora. La odio, la odio.
Muovendo il braccio sinistro scosta il soprabito da cui spunta il suo completino bianco e grigio e, dovevo capirlo subito, lo “strumento”.
Si accorge che l’ho visto e diventa quasi timida – Sì beh – dice sempre sorridendo – sono pazza vero? Dai tempi di Nick non posso starne lontana per più di qualche ora, mi sento subito male, devo stringerla. Sono pazza?
Arriva il suo caffè, ordinato non so quando. Andandosene il cameriere mi fa uno sguardo come per dire “te l’avevo detto, ma è solo la prima, chissà quante ne vedrò quest’anno”.
– Adesso devo andare, grazie… ti chiami? – Miki – Grazie Miki, mi hai fatto ridere, mi piacciono gli uomini che mi fanno ridere.
Si alza, mi bacia sulla guancia e molto più agilmente di prima se ne va. La seguo con lo sguardo, una macchina dell’organizzazione accosta e la carica, fra due ore inizia la finale. Rimane il suo caffè intatto, ancora bollente, e la mia guancia che brucia come se fosse stata marchiata a fuoco.

commenti
  1. mooinjune scrive:

    E d’un tratto penso “l’avessi avuta io la stessa ispirazione!” Poi ci penso meglio? e se davvero l’avessi avuta io, la tua stessa ispirazione? Calcio, d’obbligo, non vedo il tennis praticamente da quando Panatta si siucidò contro Duprè a Wimbledon…avrei dovuto raccontare di Iniesta che rosica perché quel merdaiolo di Robben continua a segnare…per non parlare dell’effetto che mi avrebbe fatto un bacio sulla guancia da parte di Iniesta…Iniesta con un pallone sotto l’accappatoio in un bar di Monaco di Baviera…e se fa schifo un caffè a Parigi te lo immagini un caffè a Monaco? Un caffè mit kartoffel? Che orrore, menomale che questo post ‘hai scritto tu!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...