L’ortolana ha gli occhi verdi

Pubblicato: 26 aprile 2015 in Storie di vita vissuta

Occhi-verdi-luminosi

Da quando vivo qui sarò andato a comprare la frutta e la verdura nel negozio dietro l’angolo boh? cento volte? Alla cassa c’è quasi sempre Sally, ho scoperto da poco che si chiama così, con un’aria tutta Pitipitumpah! che non trasuda intelligenza né molta furbizia ma che regala sempre grandi sorrisi. Difficile darle un’età ma non credo che superi di molto i vent’anni, è la figlia della padrona e da quanto ho capito finita precocemente la sua esperienza scolastica non ha fatto altro nella vita che vender frutta e verdura. È vero, gli inglesi parlano sempre del tempo ma lei sembra non noti altro: Che fortuna, anche oggi siamo sopra i cinquanta gradi (Fahrenheit, qui si usa questo), Brrr con trenta nodi di vento non mi bastano due maglioni, e avanti così tutte le sante volte.

L’ortolano dietro l’angolo non è il più fornito né tanto meno il più economico ma a) è letteralmente dietro l’angolo e b) c’è Sally, per cui vado spesso lì a comprare qualcosa per pranzo. La disposizione della merce è assolutamente priva di senso: l’unico piccolo ambiente è diviso in due da un lungo bancone centrale, cosa che costringe i clienti a costeggiare il muro per potersi infilare in coda per la cassa. Le prime cose che si incontrano sono fagioli in scatola, miele, marmellate, sottaceti, tutto assieme. Poi vengono mele e pere ma anche le patate, carote e le decine di varietà di rape che si mangiano qui; zucchine e meloni; melanzane e melograni; frutti della passione, mango e peperoni; la verdura in foglia, le spezie e i funghi, anche di questi ci sono mille varietà, tutto mescolato con frutti di bosco e uva, e infine le uova.

Non sono tutti così gli ortolani inglesi. L’altro ortolano della città, quello dove non c’è Sally, tiene la frutta con la frutta e la verdura con la verdura. È più facile, però non c’è Sally.

Anche oggi sono andato da Sally a fare un po’ di spesa ma lei non era alla cassa. Al suo posto c’era la madre, anch’essa molto sorrisi e bel tempo, che quando fa i conti sarà un milione di volte più lenta di Sally. Sally batte sulla tastiera il prezzo senza mai una minima esitazione, veloce, precisa. Sua madre si guarda intorno, chiede, se c’è lei alla cassa il tempo non passa mai.

Tornando a casa mi squilla il telefono e siccome ben conosco il fastidio che provano gli inglesi nei confronti di chi parla al cellulare in pubblico mi infilo in un vicolo a caso per rispondere, un vicolo che non avevo nemmeno mai notato forse perché solitamente chiuso da un rudimentale cancello di legno.

Seduta su una pietra appena fuori da quella che evidentemente è la porta del retro del negozio, un mozzicone di sigaretta già spento tra le dita, le guance rigate di lacrime c’è Sally. Mi guarda e mi dice Sessantotto.

È vero, vivo qui da quasi due anni, ma con la lingua ancora non ci siamo. Se a parlare è uno speaker della BBC che per qualche motivo ha deciso di rallentare e farsi capire ancora ancora. Una parola sussurrata tra i denti con un forte accento del Kent non è necessariamente una parola che sono in grado di decifrare. La guardo incerto sul da farsi, il telefono a mezz’aria che diffonde nel silenzio del vicolo la voce del mio interlocutore.

Ciao, mi sussurra, Zero vento oggi, proprio zero, fa un gesto con la testa come per comprendere tutto quello che sta intorno, o per sospirare, tirare su con il naso, non so.

Pensavo mi avessi detto sessantotto, le dico come per darmi dello scemo.

Sì, mi risponde guardandomi, sessantotto, sessantotto. Le lacrime non smettono di scendere, due torrentelli impetuosi.

Ah, ecco… cerco di prendere tempo facendo una scansione mentale di tutto quello che può essere contemporaneamente Sally e sessantotto ma niente; io e sessantotto? niente; io e Sally? figuriamoci.

Però se contiamo le volte che indossavi quelle scarpe allora fa solo venticinque. E quei pantaloni? Sono ventotto ma di solito porti trenta vero?

Ventott… il mio pensiero è fulmineo, sì, in effetti di solito porto i 34/30 e invece ho trovato un negozio da qualche parte online che aveva i 34/28.

La gamba, dice interrompendomi e rifacendo quel gesto che sembra comprendere tutto e che invece forse è per aggiustarsi i capelli o grattarsi un orecchio.

Mi guarda ancora, i due torrentelli che non accennano a rallentare, chissà da dove viene tutta quell’acqua. Ho detto a mamma che sarei rientrata dopo cento clienti, siamo a settantatrè. Stiamo lì a guardarci per una frazione di secondo di troppo, lei scuote la testa, sospira e passa il dorso di una mano per asciugarsi inutilmente uno dei torrentelli.

La gente pensa che io sia un’idiota, lo pensi anche tu, vero?

Ma no! Le dico poco convinto, Pitipitumpah! noi in Italia diciamo Pitipitumpah! per quelli come te, cioè sempre allegri, spensierati, con la fissa patologica della metereologia (no, questo non gliel’ho detto), di una bellezza da far torcere le budella ogni volta (nemmeno questo le ho detto).

Allegra? Io nel 2015 sono stata allegra solo otto volte e spensierata zero volte, proprio zero.

E nel 2014? Le chiedo dandomi immediatamente dell’imbecille.

Novantuno volte allegra e trentuno spensierata. Il 2015 è un anno molto meno allegro e decisamente meno spensierato. Sta ANCORA piangendo come una fontana.

Sbircia dentro al negozio dalla porta del retro. Ottantasette, fra poco devo tornare, a novanta sarà meglio che smetta di piangere.

Quindi sessantotto sono le volte che sono venuto da voi?

Sì, le volte che sei venuto e che c’ero io, sei venuto altre volte che io non c’ero?

Boh, sì qualche volta può essere successo.

Mi guarda disgustata. Ripete lentamente Qualche volta, poi ancora lentamente Qualche volta, qualche volta. Poi mi chiede Quante volte?

Mi inchioda con il suo sguardo, mi sento con le spalle al muro. UNDICI! Dico alzando un po’ troppo la voce.

Il suo sguardo mi trafigge, sento i suoi occhi esplorare ogni mio neurone alla ricerca della verità. Undici?

Undici, dico con aria molto professionale, trattenendomi a forza dal dire “circa” temendo che mi sarebbe fatale.

Da quando sei venuto a vivere qui sono stata assente tredici volte, è un po’ strano che ben undici volte tu sia venuto no?

MA COSA VUOI CHE NE SAPPIA QUANTE VOLTE SONO VENUTO E TU NON C’ERI MA TI PARE CHE MI INTERESSI NON LO SO, NON LO SO. Tutto questo dentro. Fuori proprio mentre penso che potrei cominciare a piangere da un momento all’altro le sue lacrime smettono di scorrere, un rubinetto che si chiude. Da una tasca del grembiule si prende un fazzolettino di carta con cui si asciuga le guance. Si alza in piedi, butta il mozzicone in un cartoccio che c’è per terra e dice Novanta facendo spallucce.

Fa di nuovo quel gesto con la testa ma questa volta alla fine il suo viso è profondamente diverso, ha assunto quell’espressione sorridente che le ho sempre visto e che, adesso capisco, è spaventosamente artificiale.

Ti piace come ho messo il negozio? Sapessi le discussioni con mamma.

Intendi quell’interessantissima disposizione che mescola sapientemente merci di natura del tutto differente tra loro?

Beh, sì, ammetto che ho avuto qualche problema a capire se mettere prima il frutto del drago o i fichi d’india, cioè all’apparenza hanno lo stesso, uhm, come si chiama…

Lo stesso… parte di nuovo una scansione mentale a) cos’è il frutto del drago? mai sentito b) cosa può avere in comune con il fico d’india? lo stesso? numero di spine? colore?

Novantasei!

Mi appoggio al muro, mi sento stanchissimo. Lei ha ricominciato a parlare.

Anche a scuola era così, tutti pensavano che fossi un’idiota. Vieni guarda, vedi Caroline? Quella signora lì, è una buona cliente, oggi è la duecentonovantatreesima volta che la vedo, vedi? Mette le cose nel cestino, vedi? Prima le cose che hanno più, uhm, come si dice? Poi man mano quelle che ne hanno meno. Così non si schiacciano, no?

Senti, le dico mentre i mattoni su cui sono appoggiato lasciano impronte sempre più profonde nella mia schiena, Io non sto capendo, anche se il mio cervello frulla a tutta velocità, Mi stai dicendo che la merce è ordinata per peso specifico?

Ecco sì bravo, ecco sì. Peso specifico. Ecco. L’acqua è uno, proprio uno.

Cioè tu sei così quindi. Tipo che mi puoi dire quanti sono i mattoni di questa colonn…

Duecentosettantasei fino alla finestra, se vuoi ti dico quante formiche ci sono in quel formicaio, è ancora presto, ogni anno il numero cambia, finché la temperatura non si stabilizza sopra ai sessanta non si faranno vedere. L’anno scorso erano…

No, ferma, le dico mettendo le mani avanti, So che ti sembrerà strano ma non lo voglio sapere. La mia mano destra sarà a tre centimetri dal suo viso, devo frenare l’impulso di darle una carezza e anche quello di darle una sberla. È un attimo, vedo i suoi occhi mettere a fuoco le mie dita, le sue labbra muoversi velocemente, STA CONTANDO LE LINEE DELLE MIE IMPRONTE DIGITALI!

CAZZO SALLY! Urlo nel vicolo ritraendo la mano.

Lei mi guarda con uno sguardo soddisfatto, come dirmi Troppo tardi caro, ce l’ho fatta a contarti pure i follicoli.

Da scuola poi mi hanno cacciata, prosegue un discorso forse mai iniziato, Nel nono anno mi hanno dato quarantasei provvedimenti disciplinari e si è riunita non so, una commissione, e mi hanno espulsa. Otto mie compagne continuano a venirmi a trovare, con tre di loro ci siamo viste undici, venti e trentuno volte nel 2015. I compagni non li vedo più, zero proprio. Cioè ho incontrato tredici di loro per un totale di novanta volte per strada ma è sempre un salutarsi veloce, un parlare del tempo, non abbiamo niente da dirci, a loro io davo fastidio, come a te.

No, Sally, non mi dai fastidio è che a certe cose uno deve farci l’abitudine, anzi con me caschi bene, io modestamente con i numeri…

Cento, dice girandosi salutandomi con la mano, ingrandendo quel suo falsissimo sorriso e già intonando un primo Salllllveeeee ha viiistoooo cheeee beeeel teeeempoooo oggiiiii alla prima cliente che incontra.

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