Le ali della lib

Pubblicato: 16 ottobre 2015 in Senza Categoria

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Sì per La mossa del tapiro avevo proposto questa variante: Antônio si perde nella pianura padana a causa della nebbia di una sera d’inverno. Gli ultimi abitanti di un paesino semiabbandonato sulle rive del Po lo salvano da morte certa e lo accolgono nella loro comunità. Passa il tempo e Antônio inizia ad apprezzare i ritmi lenti della vita in quel paesino, le notti passate al bar con gli ultimi quattro o cinque anziani che ancora lo abitano a giocare a scopone scientifico. Ogni tentativo di uscire dal paesino viene funestato dalla nebbia, Antônio impara a riconoscere le decine di specie di zanzare che infestano la zona e i quasi mitologici miroll, che sarebbero dell bisce aggressive che gli anziani usavano come minaccia ai ragazzini “Non andate nei campi che ci sono i miroll, che poi vi attaccano”. Comunque, di ragazzini in quel paese non ce ne sono più, il più giovane ha 18 anni e se ne sta per andare, non vedeva l’ora. Poi ci sono le libellule, di tutte le dimensioni e di tutti i colori. (eccetera, Antônio sarebbe uscito dal paese ormai massimo esperto mondiale di scopone scientifico e poi boh (in effetti da qui in poi il soggetto diventava un po’ più vago (i coautori della mossa del tapiro avevano accolto questa idea con un mezzo sorriso (son tutte cose che mi immagino, non avendoli mai visti di persona durante la stesura (nemmeno dopo – almeno Laura)))).

Ecco, in quel paese ci sono cresciuto, e ho imparato forse l’unica cosa che mi sia mai venuta davvero bene nella mia vita: catturare le libellule. Non è difficile, quando si posano ripiegano le ali sul dorso e apparentemente dietro hanno una zona cieca o forse non guardano perché pensano che dietro non ci sia nulla di interessante. Comunque se si avvicina la mano da dietro si possono afferrare per le ali e loro non possono fare niente. (ho scoperto di recente non senza sconcerto che non riesco più a farlo, mi fanno paura, esito, non riesco nemmeno più ad avvicinarmi a una libellula)

Passavo le giornate nei campi di mais transgenico ad acchiapparle, ad ammirare gli enormi occhi o le mandibole aliene. Poi le lasciavo andare per subito cercarne altre da prendere. Sarà stato il mais transgenico, non so, dei miroll nessuna traccia, libellule invece quante ne volevo.

Un giorno una libellula tutta blu non dissimile da quella nell’immagine si aggirava vicino al portone di casa mia. Non ci misi molto a catturarla e a portarla in casa. Quella volta sapevo cosa fare, avevo un piano. Mia madre era una sarta e una cosa che in casa non mancava mai era il cotone. Le legai una coda con un lunghissimo filo che mi sembrava dello stesso blu (ma non lo era, il suo blu era inimitabile) e legai l’altro capo del filo alla maniglia della persiana.

La libellula prese immediatamente il volo ma non si comportò come mi aspettavo (cioè come si aspettava un bambino di sette o otto anni). Volò dritto finché potè, finché il filo non si tese e poi continuò a volare sforzandosi senza sosta di liberarsi, di allontanarsi. Era un lontanissimo e patetico aquilone vivente. Non fece l’animale domestico che mi ero immaginato. non rimase lì intorno, magari facendosi ogni tanto un giro per poi tornare a vedere che si diceva in casa.

Tutto questo mi è ricaduto addosso il giorno che mia figlia tornando da scuola mi ha raccontato che nell’ora di filosofia (che in realtà qui si chiama “Studi Religiosi” ma che in pratica è filosofia) si sono messi a parlare della libertà, passando dalle guerre e dal problema dei migranti. E siamo fortunati, pare abbia detto la prof, ad avere in classe con noi proprio una migrante, che ci può raccontare di prima mano come sia questa esperienza.

NOI NON SIAMO MIG stavo per intervenire quando invece no, cioè sì, siamo migranti, la sua prof ha ragione, che sciocco non averci mai pensato prima, a volte vedi come le cose più ovvie ci sfuggano, emigrati così si diceva, mia madre ne parlava un po’ con rispetto un po’ scuotendo la testa, ecco cosa siamo.

Mi è ricaduto addosso il pensiero che io sono come quella libellula, più preoccupato di tirare un filo che non capisco per liberarmi da chissà che cosa; sono peggio di lei perché ho trascinato con me la mia intera famiglia senza guardarmi indietro, seguendo un istinto primordiale e irresistibile che mi dice vai, lontano, più lontano, ancora più lontano.

La mattina dopo ho trovato la libellula morta, appesa al mio filo come una marionetta, probabilmente morta di fatica per il suo istintivo ininterrotto volare. Piansi per un po’ e poi stranamente me ne dimenticai per più di quarant’anni.

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