Archivio per la categoria ‘Nuove forme di pacifismo di sinistra’

Dunque ho deciso di fondare un nuovo partito politico
Si chiama “Partito Marte” ed è fondato su principi che renderanno ottimale una colonizzazione umana di Marte. Il Partito Marte è un partito politico a tutti gli effetti e non si interessa di chi nel frattempo sarà già su Marte se non a fini statistici e di test. Il Partito promuove una cultura positiva nei confronti della colonizzazione da sperimentare sulla Terra.

Marte è un sogno, realizziamolo sulla Terra.

  1. La diversità è il principio fondante del partito, se vogliamo colonizzare un altro pianeta dobbiamo limitare al massimo la stagnazione genetica. Ma “diversità” è da intendersi nel senso più lato possibile.
  2. La tolleranza reciproca è un altro elemento fondante. I coloni dovranno vivere in condizioni estreme e in spazi ristretti per lunghissimo tempo, dobbiamo selezionare solo persone potenzialmente in grado di sopravvivere a questa sfida, cioè che abbiano la condivisione, la compassione e il supporto reciproco come obiettivi di vita primari.
  3. Gli atteggiamenti antiscientifici saranno considerati nocivi. Stiamo andando su Marte, bitches!
  4. Il partito non sarà però solo aperto alla comunità scientifica, anzi. Promuovere un concetto di cultura globale comprendente contemporaneamente umanesimo, arti e scienze è obiettivo del partito.
  5. La promiscuità sessuale sarà incoraggiata, sempre per quella questione del pool genetico, non per altro.
  6. Il partito promuove la cultura fisica e una dieta equilibrata seguendo le raccomandazioni della comunità scientifica, su Marte ci sarà poco spazio per essere schizzinosi.
  7. Tutta l’infrastruttura informatica verrà selezionata seguendo direttive di solidità ed efficienza, no JVM, no Javascript, no linguaggi con triplo uguale.
  8. Tutti gli esponenti pubblici del partito dovranno avere chiarissima la distinzione tra ruolo pubblico e ruolo privato. Ciascuno ha i suoi valori ma i valori del partito sono quelli che devi esporre pubblicamente con la consapevolezza che la tua vita privata contribuirà comunque all’immagine del partito.
  9. L’iscrizione al partito avviene in cicli trimestrali di tesseramento dove sarà possibile tesserare al più n*(1/2) persone con n numero di persone già tesserate. Il numero iniziale di tesserati sarà 3.
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Mi dispiace Genova.
Abbiamo avuto un rapporto travagliato, Genova, una volta pensavo che fossi la città dove avrei voluto vivere, ora so che sei la città in cui vorrei morire.
Sono stato dentro di te ma tu non mi hai voluto, ti sono stato lontano e tu mi hai richiamato. In questi pochi giorni sei stata capricciosa ed insolente, hai dato il meglio ed il peggio di te.
Ho conosciuto persone, ho conosciuto un mucchio di persone a Genova, e sembravi gelosa. Quando mi innamorai, perché fu a Genova che mi innamorai, ti mostrasti in tutta la tua calcolata distanza. Vivere a Genova. Vivere a Genova significa vivere lontani da tutto; è come vivere in un’isola, solo che non ci sono traghetti.

C’era emtivì, e allora ti ho odiata Genova.
Avevo ancora negli occhi L’Aquila, e non riuscivo ad accettare la mia immagine sorridente riflessa dalle vetrate del porto antico. Non riuscivo a mandar giù la birra senza sentire quanto vuoto ci fosse dentro di me. E dentro di te. E dentro tutti noi.

All’Aquila dovevamo essere, sai Genova?

Quelli di emtivì perché non erano all’Aquila? li odio.

E noi? perché non siamo andati a mangiare pane, calce e sangue anziché trofie e pansoti? perché a riflettere le nostre anime morte non c’erano cumuli di macerie ma soltanto il putrescente odore del mare?

Mi dispiace, ma passeggiando per i tuoi vicoli continuavo ad immaginarti distrutta. Palazzo rosso sgretolato, il duomo a pezzi, una tendopoli in piazza De Ferrari (“il gioco preferito dei bambini aquilani è arrampicarsi nelle fontane spente”), portici inagibili, periferie rase al suolo, sopraelevate ritorte su sé stesse, camionette dell’esercito, mitra spianati.

Ti volevo deserta ed invece eri gremita, ti volevo abbattuta, abbandonata, irrisa dai potenti e dimenticata.

E invece l’emergenza era finita e tutto era tornato a posto, abbiamo potuto dare inizio alle danze, abbiamo potuto spassarcela. La città era di nuovo nostra, evviva! evviva!

Gli aquilano sono da soli, Genova. E senza il nostro aiuto non ce la potranno fare.

Per quel che conta in un paese impazzito.

Una sera di pioggia fredda e fastidiosa, una sera di solitudini condivise.
Una sera in cui il governo italiano e fascista impone la censura a the pirate bay in un modo così scontatamente arbitrario da sembrare farsesco.
Una sera triste per l’assenza di proteste, per la mancanza di rabbia.
Non so cosa devono fare alla mia Italia per farle trovare un po’ di anima, un po’ di orgoglio.
Possibile che nessun ISP, nessuna autorità, nessuno?
Una serata triste dove rimaniamo solo noi, sparuti ed inebetiti, a dire basta.

Per Mac io uso Hotspot Shield, è un sistema che permette il libero, libero da censure intendo, accesso alle risorse presenti in rete utilizzando collegamenti americani.

Ci sono sicuramente metodi analoghi per gli altri sistemi operativi e li scegnalerò.

Potrebbero decidere altrettanto arbitrariamente di censurare MezzoMondo, o il New York Times per quel che ne capiscono. O Google, magari.

Ho comperato il Corriere per farci la cartapesta (vedi qui) e già che c’ero, è irresistibile, ho provato a leggerlo. Oggi è il giorno in cui si commenta l’uscita della nuova tablet di Apple (vedi qui) ed infatti campeggia in prima pagina una foto di Steve Jobs (che secondo me ha l’aria schifata, e nemmeno secoli di allenamento davanti allo specchio per i Keynotes riescono a nasconderlo) che mostra l’oggetto in questione.
E poi c’è un articoletto che titola “Se in libreria arriva l’ostracismo” e di colpo mi è sembrato di aver capito cosa mi sono perso in tutti questi anni senza mai aver comperato nemmeno per una volta il Corriere.
Capite il genio? ostracismo!

ostracismo: Bando che colpiva, nell’antica Atene e nelle città che ne imitavano la costituzione, il cittadino ritenuto pericoloso per la sicurezza dello Stato; detto così dal frammento di terracotta (ostracon) sul quale il nome del concittadino inviso veniva scritto da coloro che votavano nell’assemblea popolare.
(dal Devoto – Oli del 2000, neretto mio)

di colpo capisco come la cultura abbia in qualche modo riconquistato le prime pagine dei giornali, che invece mi immaginavo impastoiate in piccole beghe pseudomonarchiche, questo collegamento tra la tavoletta di argilla e la tavoletta Apple, il pericolo che sente il mondo editoriale per l’affacciarsi di queste nuove tecnologie, le posizioni di principio che qualcuno, io compreso, ha assunto a favore dell’innovazione che magari sono troppo estreme, fino ad arrivare all’ostracismo. Insomma un titolone azzeccatissimo.

Il fatto è che poi ho letto l’articolo.

Lo scrive un certo Pierluigi Battista che non conosco ma da come scrivere deve essere anziano, forse un po’ in declino, perché non sembra affatto avere il polso della situazione né mordente, le cose che scrive scivolano via senza mai acchiappare l’attenzione del lettore. E non parla mica della tavoletta di Apple, no, parla di una cosa successa a Milano settimana scorsa, una cosa talmente piccola ed inutile che vien difficile pensare che trovi spazio in quei termini sul Corriere, dovrebbe essere costoso lo spazio di un quotidiano come il Corriere no?

Si parla di questo:

Ne aveva parlato Massimo Mantellini sul suo blog il 23 gennaio.

In sostanza questo signore che scrive sul Corriere, sembra incredibile, difende Bruno Vespa in nome della libera diffusione delle idee.

Ah, stavo cercando sul sito del Corriere l’articolo perché volevo copiarne delle parti che a mano non vorrei farlo ma non lo trovo, e già questo deve essere metafora di qualche cosa, ho visto però che questo Pierluigi Battista è definito una “firma autorevole”. Allora, anche se mi costa molta fatica, citerò solo una frase dalla quale secondo me si capisce tutto:

Oggi, invece, l’obiettivo è non leggere, non far scrivere, non perdonare chi scrive su giornali e per editori che è assolutamente vietato leggere.

Come vedete la forma è quel che è. L’obiettivo in questione è obiettivo di “non si sa quale Resistenza”, che ci fa capire che l’autore è perfettamente consapevole di partecipare di una dittatura, di esserne strumento di punta. Il “non far scrivere” ipotizza uno scenario paradossale e lisergico in cui le tipografie si rifiutino di chinare il capo di fronte all’unica entità economica che gli dà lavoro e smettano di stampare certe cose. Gli “editori che è assolutamente vietato leggere” sono quelli che di fatto hanno il monopolio dell’informazione. Non solo quindi non è vietato leggerli ma è circa obbligatorio.

Ogni giorno siamo sommersi da tonnellate di immondizia come questa, e l’iniziativa della libreria di togliere spazio ai potenti ed ai faziosi è, come dice Mantellini, meritoria. Quelli che vedono in questa operazione una forma di censura sono in mala fede. La censura non è cosa che si opera dal basso ma dall’alto, dall’alto di quei poteri che stanno soffocando con la loro presenza disgustosa ed imponente la libera circolazione delle idee.

La Resistenza siamo noi.

Aggiungo solo “delegittima ancora”. Devono andarsene. Tutti.

La campagna elettorale è incominciata bene, almeno a Roma. Due donne candidate (ed una, Bonino, che mi farà votare PD per la prima volta in vita mia), e cartelloni dai toni pacati.
Talmente pacato il tono della Polverini (a parte il fatto che ad ogni nuovo giro la photoshop-ringiovaniscono di un paio d’anni) da avermi fatto pensare, per un secondo, che ci sarebbe stata qualche speranza per il futuro.
Lo slogan della Polverini è “UNA REGIONE normale”, con il “normale” scritto diverso, con un font bruttino che simula un po’ la scrittura a mano.
Ne parlavo ieri sera a cena in famiglia, “pensa che per tutti questi giorni stavo anche per cascarci”.
E invece ieri pomeriggio, con la Signorina A. che mi girava attorno con tutta la velocità di cui è capace (molta), mi sono imbambolato di fronte ad uno dei cartelloni. Normale.

Normale.

Ma cosa significa normale?

Normale: Conforme alla consuetudine e alla generalità, regolare, usuale, abituale.

Normale, cazzo.

Il precedente governatore andava con una trans.

Normale.

Allora lo dirò con il tono pacato che si conviene a questo momento:

la Polverini vuole una regione normale, dove nessuno vada con le trans, normale, senza culattoni, senza figli bastardi nati fuori dal matrimonio, normale insomma, senza atei, agnostici o peggio ebrei in mezzo alle balle, dove tutti si vada assieme a messa la domenica portandoci i bambini, ai preti piacciono tanto i bambini anche le bambine, mi raccomando con la gonnellina le bambine, come dire? normale, dove piuttosto muore la madre ma di abortire non se ne parla, dove se vuoi morire non puoi morire e la tua opinione non conta, normale, dove convivere da dieci anni non valga nulla, neanche da venti, neanche da sempre, normale, senza divorziati tra i piedi, anzi dove il divorzio sia vietato retroattivamente, normale, dove la polizia ti possa pestare a morte perché sei un drogato, ti possa massacrare perché sei nomade, ti possa rastrellare perché senzatetto, o metter dentro perché negro, romeno, indiano, straniero, normale, dove si sia obbligati a farsi curare nelle strutture private perché in quelle pubbliche si fa in tempo a crepare.

A me, pacatamente, Renata Polverini fa vomitare.