Archivio per la categoria ‘Senza Categoria’

Le ali della lib

Pubblicato: 16 ottobre 2015 in Senza Categoria

libe04

Sì per La mossa del tapiro avevo proposto questa variante: Antônio si perde nella pianura padana a causa della nebbia di una sera d’inverno. Gli ultimi abitanti di un paesino semiabbandonato sulle rive del Po lo salvano da morte certa e lo accolgono nella loro comunità. Passa il tempo e Antônio inizia ad apprezzare i ritmi lenti della vita in quel paesino, le notti passate al bar con gli ultimi quattro o cinque anziani che ancora lo abitano a giocare a scopone scientifico. Ogni tentativo di uscire dal paesino viene funestato dalla nebbia, Antônio impara a riconoscere le decine di specie di zanzare che infestano la zona e i quasi mitologici miroll, che sarebbero dell bisce aggressive che gli anziani usavano come minaccia ai ragazzini “Non andate nei campi che ci sono i miroll, che poi vi attaccano”. Comunque, di ragazzini in quel paese non ce ne sono più, il più giovane ha 18 anni e se ne sta per andare, non vedeva l’ora. Poi ci sono le libellule, di tutte le dimensioni e di tutti i colori. (eccetera, Antônio sarebbe uscito dal paese ormai massimo esperto mondiale di scopone scientifico e poi boh (in effetti da qui in poi il soggetto diventava un po’ più vago (i coautori della mossa del tapiro avevano accolto questa idea con un mezzo sorriso (son tutte cose che mi immagino, non avendoli mai visti di persona durante la stesura (nemmeno dopo – almeno Laura)))).

Ecco, in quel paese ci sono cresciuto, e ho imparato forse l’unica cosa che mi sia mai venuta davvero bene nella mia vita: catturare le libellule. Non è difficile, quando si posano ripiegano le ali sul dorso e apparentemente dietro hanno una zona cieca o forse non guardano perché pensano che dietro non ci sia nulla di interessante. Comunque se si avvicina la mano da dietro si possono afferrare per le ali e loro non possono fare niente. (ho scoperto di recente non senza sconcerto che non riesco più a farlo, mi fanno paura, esito, non riesco nemmeno più ad avvicinarmi a una libellula)

Passavo le giornate nei campi di mais transgenico ad acchiapparle, ad ammirare gli enormi occhi o le mandibole aliene. Poi le lasciavo andare per subito cercarne altre da prendere. Sarà stato il mais transgenico, non so, dei miroll nessuna traccia, libellule invece quante ne volevo.

Un giorno una libellula tutta blu non dissimile da quella nell’immagine si aggirava vicino al portone di casa mia. Non ci misi molto a catturarla e a portarla in casa. Quella volta sapevo cosa fare, avevo un piano. Mia madre era una sarta e una cosa che in casa non mancava mai era il cotone. Le legai una coda con un lunghissimo filo che mi sembrava dello stesso blu (ma non lo era, il suo blu era inimitabile) e legai l’altro capo del filo alla maniglia della persiana.

La libellula prese immediatamente il volo ma non si comportò come mi aspettavo (cioè come si aspettava un bambino di sette o otto anni). Volò dritto finché potè, finché il filo non si tese e poi continuò a volare sforzandosi senza sosta di liberarsi, di allontanarsi. Era un lontanissimo e patetico aquilone vivente. Non fece l’animale domestico che mi ero immaginato. non rimase lì intorno, magari facendosi ogni tanto un giro per poi tornare a vedere che si diceva in casa.

Tutto questo mi è ricaduto addosso il giorno che mia figlia tornando da scuola mi ha raccontato che nell’ora di filosofia (che in realtà qui si chiama “Studi Religiosi” ma che in pratica è filosofia) si sono messi a parlare della libertà, passando dalle guerre e dal problema dei migranti. E siamo fortunati, pare abbia detto la prof, ad avere in classe con noi proprio una migrante, che ci può raccontare di prima mano come sia questa esperienza.

NOI NON SIAMO MIG stavo per intervenire quando invece no, cioè sì, siamo migranti, la sua prof ha ragione, che sciocco non averci mai pensato prima, a volte vedi come le cose più ovvie ci sfuggano, emigrati così si diceva, mia madre ne parlava un po’ con rispetto un po’ scuotendo la testa, ecco cosa siamo.

Mi è ricaduto addosso il pensiero che io sono come quella libellula, più preoccupato di tirare un filo che non capisco per liberarmi da chissà che cosa; sono peggio di lei perché ho trascinato con me la mia intera famiglia senza guardarmi indietro, seguendo un istinto primordiale e irresistibile che mi dice vai, lontano, più lontano, ancora più lontano.

La mattina dopo ho trovato la libellula morta, appesa al mio filo come una marionetta, probabilmente morta di fatica per il suo istintivo ininterrotto volare. Piansi per un po’ e poi stranamente me ne dimenticai per più di quarant’anni.

Annunci

La mossa del tapiro

Pubblicato: 10 novembre 2014 in Senza Categoria
Tag:

Ovvero: io alla scrittura collaborativa non credevo.

tapiro_internalBook_cover_1000x1333

C’erano una volta un esperto di social networks (che non si ritiene tale), un emigrato e una donna misteriosa che per motivi che non mi sono ancora del tutto chiari si incontrano. E non è la trama del libro, è quello che è successo nella realtà.

Si incontrano per modo di dire, perché la donna misteriosa nessuno l’ha mai vista, anzi, nessuno ha la certezza che esista davvero, potrebbe non essere una donna, potrebbe essere tante donne. Però scrive, e questo è l’importante.

Si incontrano virtualmente e cominciano a sviluppare l’idea, scoprono che era molto buona, ci lavorano sodo tanto che nove mesi dopo (simbolico eh?) viene alla luce un romanzo emozionante e coinvolgente che parla di Amazzonia, calcio e amache:

Una città piovosa alle porte dell’Amazzonia. Una linea di centrocampo che corre esattamente lungo l’equatore. Un allenatore dalle strampalate teorie che nessuno ascolta si perde nella foresta. Il gioco potrebbe finire. O potrebbe cominciarne uno nuovo.
“Vi posso dire un segreto?”

Si trova su tutti i maggiori store, per esempio Amazon, e presto sarà disponibile anche in cartaceo.

“La mossa del tapiro” è la prova vivente del fatto che la scrittura collaborativa può funzionare, cosa nella quale non credevo tanto, e che può dare grandi emozioni e grande qualità. Anzi, ora che siamo concentrati nella promozione del libro sento già la mancanza di quella fase di stesura/revisione/scontro/ricerca di equilibrio che ha caratterizzato tutto il momento creativo. Ci sono stati momenti in cui non credevo saremmo arrivati in fondo e momenti di grade emozione, e anche oggi a rileggere parti del romanzo mi trovo emozionato come fosse la prima volta, credo che qualcosa di magico sia successo.

Abbiamo deciso di autopubblicarci (e dai numeri della prima settimana è evidente che ABBIAMO FATTO BENE), qui sotto ci sono i riferimenti “social”. Una cosa che i lettori di Mezzomondo possono fare è il passaparola di cui avremo sempre bisogno anche in futuro, sia attraverso i social networks sia scrivendo recensioni.

Buona lettura!

Pagina facebook: https://www.facebook.com/lamossadeltapiro

Twitter: https://twitter.com/MossaDelTapiro

Blog: http://lamossadeltapiro.wordpress.com

Pressione

Pubblicato: 17 settembre 2013 in Senza Categoria

Sento una pressione insopportabile qui all’altezza delle spalle.
Dev’essere che l’aereo su cui mi trovo sta precipitando, pensavo però che mi sarei sentito più leggero e invece c’è questo peso qui all’altezza delle spalle. C’è una ragazza di fronte a me, vedo solo un’enorme chioma nera di capelli ricci e uno strano cappellino che le sta troppo piccolo, forse sarebbe giusto per lei ma con tutti quei capelli invece le sta piccolo, forse glielo hanno regalato quando aveva i capelli corti e lei ci si è affezionata e non smette di metterlo nemmeno adesso che ha tutti quei capelli, forse in un momento come questo dovrei pensare a qualcos’altro e non al cappello di quella davanti.
Ho letto da qualche parte una statistica che afferma che una percentuale SIGNIFICATIVA dei sopravvissuti ai disastri aerei indossava un indumento con il cappuccio e da quella volta lì metto sempre due indumenti con il cappuccio per attirare su di me qualche altro punto percentuale, magari per fare diventare questa percentuale MOLTO SIGNIFICATIVA.
È molto bella la ragazza. Ha i lineamenti di una donna di colore ma la pelle è bianca, forse non bianchissima slavata con il latte di capra come la mia ma comunque bianca, e due occhi sotto la falda di quel ridicolo cappello, due occhi taglienti.
Non dovevi indossare quel cappello, dovevi indossare un indumento con il cappuccio, meglio due, vedi? Figurati se trovo il coraggio di dirglielo. Non mi è chiara la dinamica, se chi indossa un indumento con il cappuccio è SIGNIFICATIVAMENTE più vivo di quelli che non lo fanno forse va proprio indossato anche il cappuccio, forse me li devo alzare questi due cappucci, forse dovrei dirglielo che ha sbagliato a mettersi quel cappello.
Tu cadi troppo piano, mi dice con una voce che puzza di sabbia asciutta e polverosa e di giornate passate nel vento, Io sì che cado veloce.
Quanto mancherà all’impatto? un minuto, forse meno. La cabina si depressurizza all’improvviso, i tre o quattro scemi che presi dal panico si sono slacciati la cintura finiscono fuori in men che non si dica, e assieme a loro finisce fuori anche il cappello della ragazza.
Forse il vantaggio di avere un indumento con il cappuccio è tutto qui, non finisce fuori come quel brutto cappello. Nonostante la depressurizzazione sento ancora quella pressione sulle spalle, cosa sarà.
Escono le maschere dell’ossigeno, ho sempre desiderato vederle uscire, peccato che succeda proprio oggi che stiamo precipitando e non in un’occasione più gioiosa, tipo in un momento in cui l’aereo fa finta di precipitare e le maschere escono e poi il comandante con voce goliardica ci avvisa Scusate stavamo solo scherzando ora potete rimettere a posto le maschere, anche se io non saprei come fare a rimetterle a posto, e direi che questo non è il momento per cercare di capirlo anche perché la ragazza di fronte, quella con il cappello ma ormai senza il cappello, ha un problema con la sua maschera.
Dicono sempre di tirare con forza per fare uscire l’ossigeno e lei sta sì tirando ma forse non abbastanza forte. Dicono anche che se bisogna aiutare qualcuno prima bisogna aggiustarsi la maschera, anche per aiutare i bambini prima bisogna aggiustarsi la maschera, mi è sempre sembrato così egoista.
Ecco perché non mi aggiusto prima la maschera e mi allungo per aiutare questa ragazza, che si gira e ha le lacrime agli occhi e mi guarda come dire Non vedrò più un tramonto? Non vedrò più il mio cavallo andare ad abbeverarsi alla pozza sotto la collina? (come faccio a sapere che lei possiede un cavallo e che quel cavallo va d’abitudine ad abbeverarsi alla pozza sotto alla collina mi sfugge).
Le prendo dalle mani la maschera e tiro, tiro con tutta la forza che ho in corpo che evidentemente non è poca perché la maschera mi rimane in mano, con il sacchetto e il tubicino che si svolge lento. Ma come? Anni e anni a sentir dire di tirare con forza e mi rimane in mano? Non mi perdo d’animo. Prendo la mia maschera, che avevo lasciato penzolare di fianco alla mia guancia e tiro, facendo attenzione a non tirare con tutta quella forza.
L’ossigeno inizia a uscire, ne sento il sibilo. Appoggio la maschera davanti alla bocca della ragazza, la sua pelle è morbidissima e calda. Lei mi guarda con gli occhi sempre pieni di lacrime e fa un cenno di ringraziamento con la testa.
Non mi devi ringraziare, stiamo precipitando che differenza vuoi che faccia, poi io indosso due cappucci, due capisci? Se c’è qualcuno che ha una chance di salvarsi quello sono io, tu respira pure in quella inutile mascherina.
Bella è bella è il mio ultimo pensiero nell’istante in cui la pressione sulle mie spalle, assieme a tutto il resto, cessa.

Il mio concetto di nuotare è circa questo: scelgo due gavitelli tra i quali fare la spola, entro in acqua e poi comincio ad andare avanti e indietro fino a che non sono sfiancato e non ce la faccio più, fino a quando il mio cervello smette di lanciare segnali d’allarme e passa direttamente alle visioni.

Cioè per circa un minuto e mezzo, contando anche l’andata.

E proprio in quel momento l’altro giorno guardando giù, grazie al fatto che l’acqua era cristallina, la mia vita si è trasformata in una scoreggia di Fabio Concato.

Qualcuno si è preso la briga di disegnare con pietre delle dimensioni di un melone un cuore del diametro di circa un paio di metri sul fondo del mare (circa tre metri), in un posto dove nessuno con un po’ di sale in zucca lo vedrà mai. Lo sforzo deve essere stato immane, perché nel posto in cui mi trovo e che non rivelerò per motivi di sicurezza (uno dei tanti porti da cui partono i traghetti per l’isola de La Maddalena) nessuno è capace di nuotare (per questo vengo qui). Per creare quel cuore inutile e invisibile qualcuno deve aver rischiato la pelle.

All’inizio mi è sembrato un gesto commovente e romantico, tipico di una gioventù idealista alla quale forse appartenevo anch’io un tempo. Poi tre parole mi hanno fatto capire:

Scoreggia.
Fabio.
Concato.

Fanucci

Pubblicato: 14 giugno 2013 in Senza Categoria
Tag:,

Io a dire il vero ho sempre desiderato essere pubblicato da Fanucci.

Non sono sicuro di poter scrivere questa cosa proprio il giorno in cui un mio blog inizia ad essere ospitato da Blonk (un blonkblog, un bloblo), ma mi hanno detto “carta bianca, sappiamo che di te ci si può fidare” e quindi mi scuseranno, subirò strali e censure, ma questa cosa non posso più tenerla per me.

Ma torniamo a Fanucci.

Le loro vecchie edizioni dei romanzi o dei racconti di Philip K. Dick ancora sopravvivono a stento sulla mia libreria colpite da patologie dell’invecchiamento che oserei definire precoci e non dissimili dalle mie, ingiallimento, sfrarinamento delle colle (questa in particolare ricorda proprio la mia schiena che alcuni giorni non sembra aver più voglia di fare il suo lavoro), mancanza di alcune parti (andate perse nei traslochi, che sono proprio come i buchi della mia memoria). Insomma sono mucchi di fogli, spesso sparsi e disordinati, sempre amati, presi e ripresi in mano quante volte? cento, mille.
Ho sempre desiderato vivere in quelle pagine, per quanto quasi sempre terribili e spaventose, ho sempre desiderato ESSERE quelle pagine. Quindi ho sempre desiderato essere pubblicato da Fanucci, non nel senso che desideravo la presenza nel mondo di un oggetto fisico composto di fogli e una copertina che contenesse le mie parole stampate fronte-retro ma nel senso che avrei voluto sdraiarmi all’interno delle rotative di Fanucci, e venire ricoperto dalle parole, macchiato, stampato o sforacchiato come se le rotative fossero l’erpice di “Nella colonia penale” di Kafka:

Appena l’uomo è assicurato alle cinghie, il letto si mette in movimento. Con minuscole e velocissime oscillazioni vibra contemporaneamente sia di lato sia in su e in giù. Forse lei ha visto macchine simili nelle case di cura; ma nel nostro letto tutti i movimenti sono accuratamente calcolati; devono cioè essere accordati con precisione sui movimenti dell’erpice. E a questo erpice è affidata l’esecuzione vera e propria della condanna.

Riempito insomma di frasi di altri e, se avessi potuto scegliere (ma non osavo tanto, mi bastava il privilegio di essere pubblicato), naturalmente di frasi di Philip K. Dick. Anche se comprensibilmente mille dubbi mi assalivano e non ero tanto sicuro di poter essere quelle pagine, cioè di poter mai essere sfogliabile, tascabile, stampabile, librabile.

Oggi a distanza di anni siamo ancora qui in una libreria del centro a guardare tutte le bellissime copertine delle nuove edizioni dei libri di Philip K. Dick, sempre di Fanucci, che sono bellissime tutte assieme, e sono bellissime girate in modo che si possano effettivamente vedere tutte le copertine una vicina all’altra. Bisognerebbe comprarli tutti assieme e avere un lungo scaffale vuoto che li possa accogliere, ma come si fa?

Oggi no, non vorrei essere pubblicato da Fanucci, in nessuno dei due sensi, anche se devo ammettere che sono stato tentato, l’idea che in una libreria ci fosse una copertina bellissima come sono bellissime quelle nuove di Philip K. Dick sulla quale però campeggi il mio nome, magari mescolata ad arte tra quelle di Philip K. Dick era troppo forte per venire ignorata così. Così sono andato sul sito di Fanucci (sto scrivendo tante volte Fanucci perché spero che Google che è grande e saggio e ci governa tutti sia magnanimo e associ in qualche modo il mio nome a quello di Fanucci, chissà) e alla voce contatti ho letto:

Invio manoscritti

Coloro che volessero inviare dei manoscritti da sottoporre alla Fanucci Editore sono pregati di spedirli, unicamente in formato cartaceo, al seguente indirizzo:

Fanucci Editore
via delle Fornaci 66
00165 Roma

I tempi di lettura variano dai 6 agli 8 mesi, passati i quali, l’editore risponderà solo in caso di interesse. Per conoscere la linea editoriale della casa editrice potete consultare il nostro sito.

I manoscritti non verranno in alcun caso restituiti.

Questo perché Fanucci fa della fantascienza uno dei suoi nuclei portanti anche a partire da queste cose. Sarei curioso di sapere che percentuale sul totale dei volumi pubblicati proviene da manoscritti inviati e quale proviene invece da una ricerca su Google che è grande e saggio e ci governa tutti nella quale per puro caso il nome di un autore risultava collegato alla parola “Fanucci”. Non mi fraintendete, io AMO Fanucci e credo che questo processo di scelta sia normalissimo nelle case editrici nate nella seconda metà dello scorso millennio, non ho proprio niente da dire.

Inoltre su questo nuovo blog che ho aperto presso Blonk (lo avevo già detto che ho un nuovo blog presso Blonk?) ho intenzione di leggere alcune pagine tra quelle che considero più preziose e importanti e spesso quelle pagine provengono proprio da quei mucchi ingialliti di fogli che un tempo erano libri di Fanucci.

Qui da Blonk le cose sono diverse.

Anzitutto si possono mandare i manoscritti anche in formato digitale, e poi, qui da Blonk, tutto quanto viene letto perché qui da Blonk c’è un robot che è capace di leggere dai 50 ai 100 romanzi AL SECONDO (dipende dalla lunghezza).
Dovrebbe essere un segreto ma con la questione “carta bianca, di te ci si può fidare” ho deciso di riverlarvelo perché quel robot lo conosco molto bene perché l’ho costruito io.
La prima versione era fatta di pongo vecchio, ne avevo trovata una cassa piena proveniente direttamente dalla mia infanzia e avevo deciso di utilizzarla.

Vi risparmio i dettagli di come sia riuscito in relativamente poco tempo a ricreare un cervello positronico esattamente uguale a quello che descrive Asimov nei suoi romanzi, di come io abbia evitato di programmare le famose tre leggi della robotica, considerando il pongo vecchio un materiale sufficientemente innocuo. Anzi, per fare uno scherzo al robot avevo programmato solo la terza legge: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.” e, non essendoci nessuna Prima o Seconda legge, vi lascio solo immaginare le gustose conseguenze.

Il robot di pongo vecchio è durato solo fino al romanzo di Silvia Salvagno e poi si è sciolto in quelle che io ho capito essere lacrime di pongo vecchio anche se qui in Blonk insistono che ci fosse un problema con il condizionatore e fosse estate e facesse caldo e altri argomenti da persone senza cuore.

Fanucci. (Era molto che non lo scrivevo)

Ora il robot di pongo vecchio giace in un angolo di camera mia, l’espressione sconsolata di chi non è mai stato capito nella vita, guarda fuori dalla finestra e non muove quasi mai la testa.

Il nuovo robot di Blonk l’ho costruito in rame per un motivo che credo c’entri con la conduzione di segnali elettrici. Bisogna pulirlo spesso perché a leggere tutti quei manoscritti in formato digitale diventa presto tutto verde, questo succederebbe a tutti, anche a me e anche a voi, è normale diventare verdi leggendo tutti quella roba, però per il resto sembra contento, sorride, si diverte e a quanto pare non sbaglia un colpo. Gli ho già detto che se rifiuta il mio prossimo romanzo lo smonto e lo spedisco da Fanucci (il robot, non il romanzo).

Se dovessi dare un consiglio ai giovani sarebbe quello di mettersi sempre in fondo all’aula, in disparte dai compagni (tranne da quello più carino o da quella più carina a seconda dei gusti, per negare sul campo il diffuso luogo comune che vuole l’insieme dei più carini e delle più carine coincidere spietatamente con quello dei più stupidi e delle più stupide) e di passare le ore di matematica, di italiano, anche di ginnastica perché no a scrivere sul proprio diario o dove si vuole, sul tablet, sulla lavagnetta (dico scrivere ma questo vale anche per molte altre attività: disegnare, suonare, scrivere software, guardare il cielo o il mare, innamorarsi, dare ascolto ai richiami della natura, vaneggiare sul perché di quel tocco, di quello sguardo, di quelle lacrime).
Questo perché così vi evitate di stare sempre al primo banco ad ascoltare tutto quello che vi dicono i prof e di arrivare poi a quarant’anni passati da un pezzo con una storia di successi nella scuola e ingloriose cadute nella vita; di risvegliarvi più vicini ai cinquanta che ai quaranta con una voglia incomprensibile di pubblicare un romanzo; di credere di avercelo nel cassetto e di credere che sia stato il vostro sogno segreto da sempre quando invece non avete mai messo in fila due righe due e il vostro cassetto è vuoto (dico scrivere ma questo vale anche per molte altre attività: partecipare alle Olimpiadi, sgasare l’acqua frizzante, monetizzare l’aria fritta).
Di questo, lo dico subito ai più giovani che si interessano di questi dettagli, il robot di rame si accorge subito.
A Blonk non sfuggite. Potete, se volete e se avete consultato il sito per conoscerne la linea editoriale, provare a spedire il manoscritto a Fanucci ma dovete stamparlo e pagare la spedizione e poi stare lì otto mesi ad aspettare sobbalzando ogni volta che sentite suonare il citofono o il campanello, ogni volta che vedete aggirarsi un postino vicino a casa, insomma è una vita terribile.
Anche se dubito che una cosa rifiutata dal robot di Blonk possa essere pubblicata da Fanucci che comunque, potete dire tutto quello che volete, ha la linea editoriale più bella del mondo, almeno per quel che riguarda la scelta di pubblicare Philip K. Dick.
Perché per quanto riguarda gli altri autori non credo di aver mai nemmeno tenuto in mano un libro edito da Fanucci che non sia di Philip K. Dick, cosa che presto cambierà visto che hanno cominciato (bravi) a far uscire (molto bravi) anche gli ebook (maledetti, così diventano un concorrente micidiale per Blonk) oltretutto a prezzi assolutamente accessibili (Philip K. Dick a € 4,90, doppiamente maledetti).

Quindi se devo riassumere, il consiglio che do ai giovani è di fare quello solo che vogliono e di trovarsi qualcuno che lo sappia già fare da seguire con referenza e ossessione, e soprattutto consiglio di non seguire mai i consigli, soprattutto quelli dati ai giovani.

Dublino: accumulatio H.G.

Pubblicato: 25 aprile 2013 in Senza Categoria
Tag:

Dublino assomiglia molto a una qualunque città italiana con la differenza che tutte le ragazze sono Hermione Granger (e tutti i ragazzi sono Andy Murray (che è scozzese (lo so) (non fa niente)).

Se la temperatura è appena al di sotto dei sei gradi centigradi e il vento spira attorno ai trenta nodi non è raro vedere dublinesi vestiti come Beppe Grillo chiacchierare fianco a fianco con gente vestita come Borat quando va in spiaggia.

grillo

Tipica divisa da passeggio dublinese

(a parte gli scherzi, ma non patiscono il freddo? fa un freddo da paura!)

51fkpib80bl

Tipico dublinese sulla spiaggia di Dublino quando ci sono -33° centigradi.

 

Qui a Dublino moltissime donne portano lo chignon, che in Italia invece sembra sparito.

Ovunque ti infili per proteggerti dal freddo viene diffusa (ovviamente) musica celtica. Nonostante l’atmosfera e le decine di Hermione Granger la musica celtica continua a far cagare anche qui.

Per strada c’è un sacco di gente all’apparenza molto felice. Forse il freddo dopo un po’ di tempo ti intacca definitivamente i centri del dolore o forse la droga è molto più diffusa che da noi (e deve anche essere migliore, da noi i drogati hanno tutti l’aria da drogati qui boh, sembrano tutti usciti da una sessione di cinquecento ore di amore tantrico).

Ho fatto una foto che se no non ci credete.

Sì, lo so, la droga si chiama Guinness.

Ho già detto che la musica celtica fa proprio cagare?

A Dublino le mamme sono giovani. La prima volta dici Uh una ragazzina con già tre figli! poi invece è la norma e penso che sia bello e giusto. Tornando in Italia proverò fastidio alla prima matrona o matrono (quale sono io) che vedrò spingere un passeggino.

Temperatura esterna: +5°. Percepita: -80°.

Il primo dublinese in assoluto che mi ha rivolto la parola (il tassista) mi ha parlato:

– Del sacrificio dei patrioti contro l’oppressore inglese.

– Del Papa.

– Della morte della Thatcher.

– Delle tette delle dublinesi che a suo dire tendono a essere più grandi per motivi legati all’isolamento genetico e alla dieta ricca di verdure (come quella delle mucche (testuale)).

– Infatti salutandomi mi ha detto: “mi raccomando verifica in prima persona questa cosa delle tette” (“non si preoccupi, ce la metterò tutta!” (“che Dio ti benedica” (“e benedica anche le tette!”) “ahahahah”) “ahahahah”).

Ho chiesto un thè earl grey e mi hanno dato un english breakfast, maledetta globalizzazione.

Per circa un’ora ho sentito forte l’attrazione delle mie radici, il morale mi è andato sotto ai piedi e ha messo loro le ali. Ho camminato a tutta birra (ovviamente) per più di dieci kilometri (cosa che non mi capita tanto spesso) finché mi sono ricordato di essere completamente privo di radici, di non essermi mai sentito simile a niente e a nessuno (con alcune preziose eccezioni) o, nelle sere in cui il bicchiere (di birra, ovviamente) era mezzo pieno, di essermi sentito simile (almeno potenzialmente) a chiunque (con alcune disgustose eccezioni). Per me un posto vale l’altro e Dublino potrebbe andare benissimo, soprattutto se capissi chi è che vende quella droga da 500 ore di sesso tantrico.

Quelli (s)vestiti da Borat, non contenti, sorseggiano la loro Guinness seduti ai tavolini all’aperto, incuranti delle lame di vento ghiacciato che percuotono il loro corpo.

Una Hermione Granger su tre porta in spalla una custodia di uno strumento musicale (e quindi la percentuale è destinata a crescere tenuto conto che ci saranno anche Hermione Granger che suonano il flauto (malpensanti) o strumenti come il triangolo (evabbé, malpensanti)). Come al solito subisco il fascino dell’arte e dell’impegno per ottenere un risultato che abbia a che fare con la bellezza e questa diffusione di strumenti musicali mi è sembrata meravigliosa, mi sono immaginato questa orchestra di Hermione Granger ed era tutto bellissimo almeno finché non ho realizzato con orrore che quell’orchestra stava suonando quasi certamente musica celtica.

A Dublino vado spesso a sbattere contro le persone, credo che dipenda dalla guida a destra. Come già mi era successo in Inghilterra rimango sempre un po’ sconcertato dal fatto che non si arrabbino e anzi ogni tanto mi chiedano anche scusa. Andare così spesso a sbattere contro Hermione Granger bisogna ammettere che ha i suoi lati positivi.

I bambini dublinesi che si trovano allo stato brado (alcuni in canottiera e ciabatte a -80°) sui prati (tenuti all’inglese ma questo per qualche motivo ho la sensazione, l’istinto direi, che è meglio tacerlo) giocano tra loro a GOLF. Cioè mentre i nostri bambini allo stato brado sui prati all’italiana (tipico misto di erba e confezioni di merendine) giocano tra loro a pallone (lo so, non è vero, giocano con la DS facendo pericolosamente aumentare la percentuale di “confezioni di merendine” in quel delicato equilibrio rappresentato dal tipico prato all’italiana, ma volevo rievocare un’immagine della mia infanzia) qui giocano a golf. Dalla qual cosa si capisce che i bambini dublinesi sono meglio di quelli italiani se non altro per la questione della violenza sui prati. Quanto ci metterebbero i bambini italiani a prendersi a mazzate (e sto dicendo letteralmente) in testa?

Un’altra cosa che le Hermione Granger fanno è sedersi di fianco a me con fare amichevole mentre me ne sto seduto in vetrina in un pub a sorseggiare il thè sbagliato (forse in un pub non bisogna ordinare thè, ora che ci penso). Non sono solo amichevoli, sono anche incuriosite da quello che sto scrivendo sull’agendina e non sembrano per nulla intimidite dalla mia presenza. Lo dico perché il motivo principale per cui lungo la mia esistenza mi sono trasformato in un eterno wallflower è che le ragazze prima e le donne poi, generalmente poco o punto assomiglianti a Hermione Granger (bisogna ammettere), hanno spesso dimostrato di essere DEL TUTTO intimidite dalla mia presenza. Sarà che non scrivevo a mano da circa un secolo, sta di fatto che nemmeno se capissi alla perfezione l’italiano cara la mia cara Hermione Granger avresti qualche chance di decifrare questa grafia. A peggiorare le cose avere di fianco Hermione Granger che mi sbircia il quaderno mi mette addosso una strana agitazione e, come se non bastasse la grafia, ho cominciato a sbagliare sempre più spesso, spesso sbaglio due, tre, quattro parole di fila, tanto che ho pensato che a Dublino non funzionasse il correttore ortografico. QUALE CORRETTORE ORTOGRAFICO CHE STAI SCRIVENDO A MANO, COGLIONE? Solo molti minuti dopo che Hermione Granger se n’era andata questo campo minato di scarabocchi ed errori e cancellazioni e correzioni scritte con mano tremula sta finalmente tornando a essere (quasi) ordinato.

Mi sono fermato a mangiare in un bar qualunque lungo Temple Bar (che non è un bar ma un quartiere, a Dublino c’è un quartiere che si chiama Bar) e c’è una partita di calcio, dalla partecipazione emotiva direi un derby, e tutti attorno a me stanno incitando o imprecando in gaelico. Non avete idea di quanto mi costi ammetterlo ma in effetti questa lingua (maledizione!) SUONA COME IL BERGAMASCO! adesso per esempio il capitano della squadra rossa (ci sono rossi contro azzurri, come in ogni capitale che si rispetti) che boh, forse si chiama Francesc O’Totti, ha appena fatto un numero mica da ridere accolto con un coro di approvazione degli astanti. È come se a cantare “Un capitano, c’è solo un capitano!” si fossero messi decine di Calderoli. Alla fine, che tristezza, ho scoperto che era il derby di Manchester, ecco contro cosa si infrange il sacrificio dei patrioti per la libertà dagli inglesi.

Quando il tassista mi ha chiesto da dove venivo io ero già rapito da quello che trasmettevano i finestrini (non mi ero ancora accorto di essere stato rapito) e gli ho detto “per me non sarebbe nemmeno difficile venire a vivere qui,” l’inglese mi usciva spontaneo e fluente, parlavo questa lingua come non mi era mai accaduto prima, “mi basterebbe mettere in candeggina l’unica bandiera che ho a casa. E nemmeno tutta la bandiera, solo un pezzettino e nemmeno tanto a lungo.” E poi ancora in questo inglese pazzescamente fluente “in fondo è quello che i nostri politici fanno continuamente, mettono le loro bandiere nella candeggina, loro però ce le tengono per mesi, a volte per anni, così poi possono colorarle a loro piacimento e quello che erano prima è bell’e dimenticato.” Alla fine il tassista stava ridacchiando “vede signore,” mi ha detto, “lei parla proprio come Tarzan”. Non sono sicuro che fosse un complimento.

La polizia di Dublino si chiama Garda e niente, fa già molto ridere così.

La sede della polizia di Dublino.

Lascio Dublino senza aver baciato nemmeno una Hermione Granger, ma è stato bello averlo desiderato.

Tradurre Shakespeare

Pubblicato: 15 marzo 2013 in Senza Categoria

L’uomo seduto alla sinistra di Persse, che traduce manuali di manutenzione per le motociclette Honda, lo informa di aver visto recentemente un dramma di Shakespeare recitato da una compagnia giapponese, dal titolo Lo strano caso della carne e del petto.
“Non mi sembra di conoscerlo” dice con gentilezza Persse.
“Lui vuol dire Il mercante di Venezia” spiega Akira.
“E’ questo il titolo in giapponese?” domanda deliziato Persse.
“Alcune delle traduzioni antiche di Shakespeare erano piuttosto libere,” risponde Akira in tono di scusa.
“Ne conosce degli altri, altrettanto buoni?”
“Buoni?” ripete perplesso il giapponese.
“Buffi.”
“Oh,” Akira sorride. Sembra che non gli sia mai balenato per la mente che Lo strano caso della carne e del petto sia un titolo divertente. Medita. “C’è Lussuria e sogni nel mondo transitorio,” dice. “Che sarebbe…”
“No, non me lo dica… mi lasci indovinare… Antonio e Cleopatra.”
“Romeo e Giulietta,” dice Akira. “E Spade di libertà…”
“Giulio Cesare?”
“Esatto.”
“Sapete,” dice Persse, “avete qui l’occorrente per un bel gioco di società. Potreste inventarvi voi i titoli… come ‘Il mistero del fazzoletto scomparso’ per l’Otello, o ‘Il triste caso di un pensionamento anticipato’ per il Re Lear.” Chiama il cameriere per offrire da bere al gruppo.
[…]
Il professor Umeda sbadiglia, si strofina gli occhi e accetta un whisky e quando gli viene spiegato il desiderio di Persse gli elenca ‘Lo specchio della sincerità’ (Pericle), ‘Il remo ben abituato all’acqua’ (Tutto è bene ciò che finisce bene) e ‘Il fiore nello specchio e la luna sull’acqua’ (La commedia degli errori).
“Oh, quest’ultimo li batte tutti!” esclama l’irlandese. “E’ veramente splendido!”
“E’ un modo di dire,” spiega Akira “Significa ciò che può essere visto ma non può essere afferrato.”

David Lodge
Il professore va al congresso (orig. Small world)
Tascabili Bompiani
Traduzione Mary Buckwell e Rosetta Palazzi
(9 Euri)

Che qualcuno che si chiama Rosetta faccia traduzioni di lavoro mi sembra bellissimo. Come questo libro peraltro.