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Occhi-verdi-luminosi

Da quando vivo qui sarò andato a comprare la frutta e la verdura nel negozio dietro l’angolo boh? cento volte? Alla cassa c’è quasi sempre Sally, ho scoperto da poco che si chiama così, con un’aria tutta Pitipitumpah! che non trasuda intelligenza né molta furbizia ma che regala sempre grandi sorrisi. Difficile darle un’età ma non credo che superi di molto i vent’anni, è la figlia della padrona e da quanto ho capito finita precocemente la sua esperienza scolastica non ha fatto altro nella vita che vender frutta e verdura. È vero, gli inglesi parlano sempre del tempo ma lei sembra non noti altro: Che fortuna, anche oggi siamo sopra i cinquanta gradi (Fahrenheit, qui si usa questo), Brrr con trenta nodi di vento non mi bastano due maglioni, e avanti così tutte le sante volte.

L’ortolano dietro l’angolo non è il più fornito né tanto meno il più economico ma a) è letteralmente dietro l’angolo e b) c’è Sally, per cui vado spesso lì a comprare qualcosa per pranzo. La disposizione della merce è assolutamente priva di senso: l’unico piccolo ambiente è diviso in due da un lungo bancone centrale, cosa che costringe i clienti a costeggiare il muro per potersi infilare in coda per la cassa. Le prime cose che si incontrano sono fagioli in scatola, miele, marmellate, sottaceti, tutto assieme. Poi vengono mele e pere ma anche le patate, carote e le decine di varietà di rape che si mangiano qui; zucchine e meloni; melanzane e melograni; frutti della passione, mango e peperoni; la verdura in foglia, le spezie e i funghi, anche di questi ci sono mille varietà, tutto mescolato con frutti di bosco e uva, e infine le uova.

Non sono tutti così gli ortolani inglesi. L’altro ortolano della città, quello dove non c’è Sally, tiene la frutta con la frutta e la verdura con la verdura. È più facile, però non c’è Sally.

Anche oggi sono andato da Sally a fare un po’ di spesa ma lei non era alla cassa. Al suo posto c’era la madre, anch’essa molto sorrisi e bel tempo, che quando fa i conti sarà un milione di volte più lenta di Sally. Sally batte sulla tastiera il prezzo senza mai una minima esitazione, veloce, precisa. Sua madre si guarda intorno, chiede, se c’è lei alla cassa il tempo non passa mai.

Tornando a casa mi squilla il telefono e siccome ben conosco il fastidio che provano gli inglesi nei confronti di chi parla al cellulare in pubblico mi infilo in un vicolo a caso per rispondere, un vicolo che non avevo nemmeno mai notato forse perché solitamente chiuso da un rudimentale cancello di legno.

Seduta su una pietra appena fuori da quella che evidentemente è la porta del retro del negozio, un mozzicone di sigaretta già spento tra le dita, le guance rigate di lacrime c’è Sally. Mi guarda e mi dice Sessantotto.

È vero, vivo qui da quasi due anni, ma con la lingua ancora non ci siamo. Se a parlare è uno speaker della BBC che per qualche motivo ha deciso di rallentare e farsi capire ancora ancora. Una parola sussurrata tra i denti con un forte accento del Kent non è necessariamente una parola che sono in grado di decifrare. La guardo incerto sul da farsi, il telefono a mezz’aria che diffonde nel silenzio del vicolo la voce del mio interlocutore.

Ciao, mi sussurra, Zero vento oggi, proprio zero, fa un gesto con la testa come per comprendere tutto quello che sta intorno, o per sospirare, tirare su con il naso, non so.

Pensavo mi avessi detto sessantotto, le dico come per darmi dello scemo.

Sì, mi risponde guardandomi, sessantotto, sessantotto. Le lacrime non smettono di scendere, due torrentelli impetuosi.

Ah, ecco… cerco di prendere tempo facendo una scansione mentale di tutto quello che può essere contemporaneamente Sally e sessantotto ma niente; io e sessantotto? niente; io e Sally? figuriamoci.

Però se contiamo le volte che indossavi quelle scarpe allora fa solo venticinque. E quei pantaloni? Sono ventotto ma di solito porti trenta vero?

Ventott… il mio pensiero è fulmineo, sì, in effetti di solito porto i 34/30 e invece ho trovato un negozio da qualche parte online che aveva i 34/28.

La gamba, dice interrompendomi e rifacendo quel gesto che sembra comprendere tutto e che invece forse è per aggiustarsi i capelli o grattarsi un orecchio.

Mi guarda ancora, i due torrentelli che non accennano a rallentare, chissà da dove viene tutta quell’acqua. Ho detto a mamma che sarei rientrata dopo cento clienti, siamo a settantatrè. Stiamo lì a guardarci per una frazione di secondo di troppo, lei scuote la testa, sospira e passa il dorso di una mano per asciugarsi inutilmente uno dei torrentelli.

La gente pensa che io sia un’idiota, lo pensi anche tu, vero?

Ma no! Le dico poco convinto, Pitipitumpah! noi in Italia diciamo Pitipitumpah! per quelli come te, cioè sempre allegri, spensierati, con la fissa patologica della metereologia (no, questo non gliel’ho detto), di una bellezza da far torcere le budella ogni volta (nemmeno questo le ho detto).

Allegra? Io nel 2015 sono stata allegra solo otto volte e spensierata zero volte, proprio zero.

E nel 2014? Le chiedo dandomi immediatamente dell’imbecille.

Novantuno volte allegra e trentuno spensierata. Il 2015 è un anno molto meno allegro e decisamente meno spensierato. Sta ANCORA piangendo come una fontana.

Sbircia dentro al negozio dalla porta del retro. Ottantasette, fra poco devo tornare, a novanta sarà meglio che smetta di piangere.

Quindi sessantotto sono le volte che sono venuto da voi?

Sì, le volte che sei venuto e che c’ero io, sei venuto altre volte che io non c’ero?

Boh, sì qualche volta può essere successo.

Mi guarda disgustata. Ripete lentamente Qualche volta, poi ancora lentamente Qualche volta, qualche volta. Poi mi chiede Quante volte?

Mi inchioda con il suo sguardo, mi sento con le spalle al muro. UNDICI! Dico alzando un po’ troppo la voce.

Il suo sguardo mi trafigge, sento i suoi occhi esplorare ogni mio neurone alla ricerca della verità. Undici?

Undici, dico con aria molto professionale, trattenendomi a forza dal dire “circa” temendo che mi sarebbe fatale.

Da quando sei venuto a vivere qui sono stata assente tredici volte, è un po’ strano che ben undici volte tu sia venuto no?

MA COSA VUOI CHE NE SAPPIA QUANTE VOLTE SONO VENUTO E TU NON C’ERI MA TI PARE CHE MI INTERESSI NON LO SO, NON LO SO. Tutto questo dentro. Fuori proprio mentre penso che potrei cominciare a piangere da un momento all’altro le sue lacrime smettono di scorrere, un rubinetto che si chiude. Da una tasca del grembiule si prende un fazzolettino di carta con cui si asciuga le guance. Si alza in piedi, butta il mozzicone in un cartoccio che c’è per terra e dice Novanta facendo spallucce.

Fa di nuovo quel gesto con la testa ma questa volta alla fine il suo viso è profondamente diverso, ha assunto quell’espressione sorridente che le ho sempre visto e che, adesso capisco, è spaventosamente artificiale.

Ti piace come ho messo il negozio? Sapessi le discussioni con mamma.

Intendi quell’interessantissima disposizione che mescola sapientemente merci di natura del tutto differente tra loro?

Beh, sì, ammetto che ho avuto qualche problema a capire se mettere prima il frutto del drago o i fichi d’india, cioè all’apparenza hanno lo stesso, uhm, come si chiama…

Lo stesso… parte di nuovo una scansione mentale a) cos’è il frutto del drago? mai sentito b) cosa può avere in comune con il fico d’india? lo stesso? numero di spine? colore?

Novantasei!

Mi appoggio al muro, mi sento stanchissimo. Lei ha ricominciato a parlare.

Anche a scuola era così, tutti pensavano che fossi un’idiota. Vieni guarda, vedi Caroline? Quella signora lì, è una buona cliente, oggi è la duecentonovantatreesima volta che la vedo, vedi? Mette le cose nel cestino, vedi? Prima le cose che hanno più, uhm, come si dice? Poi man mano quelle che ne hanno meno. Così non si schiacciano, no?

Senti, le dico mentre i mattoni su cui sono appoggiato lasciano impronte sempre più profonde nella mia schiena, Io non sto capendo, anche se il mio cervello frulla a tutta velocità, Mi stai dicendo che la merce è ordinata per peso specifico?

Ecco sì bravo, ecco sì. Peso specifico. Ecco. L’acqua è uno, proprio uno.

Cioè tu sei così quindi. Tipo che mi puoi dire quanti sono i mattoni di questa colonn…

Duecentosettantasei fino alla finestra, se vuoi ti dico quante formiche ci sono in quel formicaio, è ancora presto, ogni anno il numero cambia, finché la temperatura non si stabilizza sopra ai sessanta non si faranno vedere. L’anno scorso erano…

No, ferma, le dico mettendo le mani avanti, So che ti sembrerà strano ma non lo voglio sapere. La mia mano destra sarà a tre centimetri dal suo viso, devo frenare l’impulso di darle una carezza e anche quello di darle una sberla. È un attimo, vedo i suoi occhi mettere a fuoco le mie dita, le sue labbra muoversi velocemente, STA CONTANDO LE LINEE DELLE MIE IMPRONTE DIGITALI!

CAZZO SALLY! Urlo nel vicolo ritraendo la mano.

Lei mi guarda con uno sguardo soddisfatto, come dirmi Troppo tardi caro, ce l’ho fatta a contarti pure i follicoli.

Da scuola poi mi hanno cacciata, prosegue un discorso forse mai iniziato, Nel nono anno mi hanno dato quarantasei provvedimenti disciplinari e si è riunita non so, una commissione, e mi hanno espulsa. Otto mie compagne continuano a venirmi a trovare, con tre di loro ci siamo viste undici, venti e trentuno volte nel 2015. I compagni non li vedo più, zero proprio. Cioè ho incontrato tredici di loro per un totale di novanta volte per strada ma è sempre un salutarsi veloce, un parlare del tempo, non abbiamo niente da dirci, a loro io davo fastidio, come a te.

No, Sally, non mi dai fastidio è che a certe cose uno deve farci l’abitudine, anzi con me caschi bene, io modestamente con i numeri…

Cento, dice girandosi salutandomi con la mano, ingrandendo quel suo falsissimo sorriso e già intonando un primo Salllllveeeee ha viiistoooo cheeee beeeel teeeempoooo oggiiiii alla prima cliente che incontra.

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Volevo ringraziare tutti coloro che sono stati buoni con me e non hanno usato violenza.

Volevo anche ringraziare chi non ha voluto avere niente a che fare con me, quelli che sono rimasti defilati ad ascoltarmi, perché sono quelli che mi assomigliano di più.

Volevo infine ringraziare Philip Dick perché se dici cose a una platea per le quali una qualunque perizia legale di media qualità ti garantirebbe il carcere a vita con diversi tipi di trattamenti psichiatrici coatti basta aggiungere “ecco perché mi piace molto Philip Dick” per vedere un sacco di gente sorridere e fare sì con la testa.

Siamo malati, questo è evidente, abbiamo tutti una specie di febbre.

Entro ed esco dalla Zona con facilità, mi basta essere sdraiato su un vecchio pavimento di legno e fare il pesce. Se GDM non mi parla dopo pochi secondi mi sento sprofondare e questo più o meno è tutto.
Alzarmi in piedi costa una fatica enorme, i piedi appoggiano su una superficie molle e viscosa che li trattiene e mi impedisce quasi di camminare. Da lì in poi però sono nella Zona e cambia tutto. Se lo avessi saputo fare vent’anni fa mi sarei risparmiato volentieri il compito di invecchiare.

Santateresa è così abbronzata da sembrare una negra. Finché mi tiene la mano tutto bene, ti amo, ti amo, sussurra con quell’accento sballato. Però poi all’improvviso si alza, se ne va ed io perdo conoscenza. Dove vai Santateresa? perché non resti con me?
Esco dalla Zona che lei si sta contorcendo sul pavimento con la bava alla bocca emettendo suoni disumani. Premo con tutta la mia forza sui suoi pterigoidei laterali, che sono bellissimi, conoscendo bene il dolore che questo le provoca.
E niente, si gira di spalle, mi ignora, si copre con un velo, la tocco per l’ultima volta e me ne vado.

Lavo via Irene all’Autogrill, lo faccio distrattamente, sono andato a pisciare e dopo mi sono lavato le mani.
Gesto automatico.
Guardo la mia pelle sotto il soffio caldo dell’asciugatore: di Irene non c’è più traccia. Guardo nel lavandino, apro gli sportelli sotto, cerco nel mio cuore. Sotto alle unghie. Sulla suola delle scarpe.
Niente.
Niente più Irene.
Addio.

Con Elena è più difficile. Mi fermo di nuovo a pisciare e mi lavo ancora le mani ma Elena è sempre lì. Sento che si muove da qualche parte nel petto e mi continua a ringraziare, piange e mi ringrazia, dice che sono speciale.
Mi piace guardare Elena negli occhi: sono grandissimi e di un colore violaceo. Dice che la prima volta che ha fatto l’amore con me si è dimenticata il suo nome per un anno intero ma è impossibile, ci siamo conosciuti solo ieri.
Anche se la prima volta che l’ho vista ero sicuro di conoscerla, ci conosciamo? le ho chiesto, non si ricordava ma mi ha sorriso e ha fatto uno strano gesto con le braccia. Come un’onda. Se solo sapesse la verità.

Tutto questo ieri, oggi è diverso.
Perché non l’abbiamo fatto prima?
Già, perché?
Esistiamo solo qui ed ora, spiacente. E poi ieri cercavi solo di copiarmi.

Quando il silenzio è arrivato, tutti quei sentimenti evaporati improvvisamente dal mio cervello mi hanno fatto sentire solo. L’uomo giusto al momento giusto. Ora finalmente Elena sorride. I suoi pensieri sono troppo forti e vanno a sbattere sulla parete interna dei denti facendo un rumore di vetri spezzati. Mi piace questo gioco.
Non mi puoi baciare finché non diventi tutto azzurro. Ma così morirò. Morirai comunque, Principe.

Vorrei ma non lo faccio, vorrei ma non lo faccio. Quando si guarisce? è come una specie di febbre, non la puoi guarire, si guarisce da sola. La fine non arriva ancora, cara. Trattieniti, trattieniti che tra poco vengo.

Infine?

La prossima volta che dici “persona” e “sbagliata” nella stessa frase ti stacco la testa, la prossima volta che mi ami così tanto ti porto con me nella Zona.

Ora preghiamo.

Grande Dea Madre
che ci proteggi dalla pioggia bianca
che lavi il nostro Tempio con acqua e mandorle
veglia su di noi
distribuisci la tua scintilla
da qualche parte
nel loro ileopsoas
e salvaci
da questi inutili saliscendi

Senti com’è diversa la mia voce? non so se è colpa di quell’enorme palo di frassino della montagna che avete dimenticato qui dentro.

Gli altri sono tutti cacciatori con frecce spuntate. Tendono il loro arco, tirano, il dardo sembra sufficientemente veloce ma alla fine quando arriva è come un soffio e nemmeno ti accorgi di esser stato colpito. Ci dobbiamo rivedere io e te, non pensavo potesse essere così bello. Allora ti sei accorta. No.

Ci disperdiamo in urla, rantoli e acqua. Siamo soli e distanti, i nostri contatti sono brevi e asciutti ed è chiaro che siamo malati. Abbiamo tutti una specie di febbre.

Grossomodo

Pubblicato: 26 luglio 2011 in Storie di vita vissuta

Oggi pomeriggio ho preso una linea del metrò che non prendo mai (non è che ce ne sono duemila come a New York, se non è l’una è l’altra e comunque l’altra io non la prendo mai) per andare in un posto dove non vado mai (e dove non andrò mai più) e al ritorno ad un certo punto sono saliti tutti insieme un sacco di russi. Si sono sparpagliati per diversi vagoni, il treno è uno di quelli con i vagoni passanti, non so se si capisce. E così ho provato a contarli e tra uomini e donne erano circa un centinaio.

Che fa grossomodo sei tonnellate di russi.

Confesso che ho sempre invidiato questi signori che alla mattina alle otto girano per il quartiere di Prati a Roma, sono tutte persone interessantissime, ci sono i tribunali, c’è la Rai, ci sono tante caserme, ci sono molti studi di professionisti, Prati in un certo senso è la crème de la crème, e calano verso le scuole con il piglio forte e sicuro della ricca borghesia benestante romana. Sono tutti così: figlio appeso al braccio ed un filo che esce da un orecchio, si ingrossa leggermente all’altezza della giugulare, scansa a fatica la cravatta e va a nascondersi in qualche saccoccia dei pantaloni o della giacca. Il bluetooth è definitivamente out, ragazzi.
Insomma gli occhiali da sole non bastano più, per il piglio forte e sicuro ci vuole anche un auricolare. Il mio telefono ne era sprovvisto e allora settimana scorsa cinque euro e me lo sono comprato e da allora posso anch’io sfoggiare quel piglio.
Solo che io con l’auricolare non ci telefono, ci ascolto i Pearl Jam.

(Non potrei telefonare, il microfono evidentemente progettato per il telefono di ultima generazione con quello di quint’ultima non funziona)
(Nella rarissima evenienza che qualcuno mi chiami devo staccare il jack e l’effetto che fa deve essere molto bizzarro)
(Qualcuno se ne deve essere accorto, comunque. Non riesco a non cantare e soprattutto non riesco a non fare tweing tweing con la bocca cercando di seguire gli assoli di chitarra)
(Rovinando così un po’ l’altrimenti magnifico tappeto sonoro del quartiere Prati di Roma)
(Vedi d’annà a fanculo anvedi ‘sto fijo de na mignotta is the new dacci oggi il nostro pane quotidiano)

Anzitutto un po’ di riferimenti culturali.

Ebbene nei giorni in cui accadeva la Blogfest a Riva del Garda io sono stato da un’altra parte a fare quella roba che ha reso famoso Sting, mica le canzoni, intendo quello che lo ha reso DAVVERO famoso.

E a Neko volevo dire di non ascoltare le baggianate saccenti dei cosiddetti beneinformati e confermare che la E.F. esiste eccome.

Consigliatissimo.

Sull’isola deserta non c’è un cane, anzi ce n’è uno zoppo e vecchio e non so come faccia a sopravvivere ai cinghiali. In compenso è piena di gente, l’isola deserta, gente ricca, su barche grandi, con marinai eleganti e bambini urlanti.
Finché non se ne vanno tutti, ognuno al suo porto, e ti lasciano lì.
Da solo.
Sull’isola deserta non ci sono motivi seri per inginocchiarsi ad adorare entità superiori, neanche da altre parti direte voi. Sull’isola deserta ci sono ancor meno motivi seri per farlo. C’è una chiesa, ma fortunatamente è chiusa. C’è il mare dappertutto ed è difficile da adorare. L’isola invece non è da nessuna parte e non è un’entità superiore.
C’è un buio, sull’isola deserta, che io non avevo mai visto. Ci sono sette fari intorno ma la loro luce intermittente è inutile, come quella delle stelle.
Non ci sono voci sull’isola deserta. Nessuna donna canta con una passione che non sentirà più nel cuore, come agitandosi tra le fiamme.
Non ci sono corpi nudi belli ed indimenticabili. Nemmeno brutti. O dimenticabili.
Non c’è nessuno.
Non ci sono pensieri sull’isola deserta. Uno crederebbe che con tutto quel buio, con tutto quel silenzio, con tutto quel mare.
Invece quando togli tutto quel poco che rimane è troppo presente e ti opprime.
Ti opprime il rumore delle onde, che viene da davanti ma anche da dietro ma anche da sopra. Ti opprime il vento, ti opprimono gli animali. E strani suoni gutturali, è la voce dell’Isola mi hanno detto, una voce rauca ed antipatica che chiama qualcuno e chiama e chiama.
E non si pensa a nulla, il cervello resta vuoto, un lenzuolo appeso, una scarpa vecchia, nessuna memoria, nessuna speranza.
La mia vita è sempre stata popolata di cose che non avevo ancora imparato a fare. Non ho ancora imparato a suonare la chitarra, ad andare a vela, ad amare gli altri, a giocare a scacchi. Sull’isola deserta ho capito che tutte queste ormai sono cose che non imparerò più a fare.
Come restare solo.
Alla prima luce dell’alba e al primo alito di vento, angosciato come mai prima, ho issato male la randa e sono naufragato verso casa.