Fanucci

Pubblicato: 14 giugno 2013 in Senza Categoria
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Io a dire il vero ho sempre desiderato essere pubblicato da Fanucci.

Non sono sicuro di poter scrivere questa cosa proprio il giorno in cui un mio blog inizia ad essere ospitato da Blonk (un blonkblog, un bloblo), ma mi hanno detto “carta bianca, sappiamo che di te ci si può fidare” e quindi mi scuseranno, subirò strali e censure, ma questa cosa non posso più tenerla per me.

Ma torniamo a Fanucci.

Le loro vecchie edizioni dei romanzi o dei racconti di Philip K. Dick ancora sopravvivono a stento sulla mia libreria colpite da patologie dell’invecchiamento che oserei definire precoci e non dissimili dalle mie, ingiallimento, sfrarinamento delle colle (questa in particolare ricorda proprio la mia schiena che alcuni giorni non sembra aver più voglia di fare il suo lavoro), mancanza di alcune parti (andate perse nei traslochi, che sono proprio come i buchi della mia memoria). Insomma sono mucchi di fogli, spesso sparsi e disordinati, sempre amati, presi e ripresi in mano quante volte? cento, mille.
Ho sempre desiderato vivere in quelle pagine, per quanto quasi sempre terribili e spaventose, ho sempre desiderato ESSERE quelle pagine. Quindi ho sempre desiderato essere pubblicato da Fanucci, non nel senso che desideravo la presenza nel mondo di un oggetto fisico composto di fogli e una copertina che contenesse le mie parole stampate fronte-retro ma nel senso che avrei voluto sdraiarmi all’interno delle rotative di Fanucci, e venire ricoperto dalle parole, macchiato, stampato o sforacchiato come se le rotative fossero l’erpice di “Nella colonia penale” di Kafka:

Appena l’uomo è assicurato alle cinghie, il letto si mette in movimento. Con minuscole e velocissime oscillazioni vibra contemporaneamente sia di lato sia in su e in giù. Forse lei ha visto macchine simili nelle case di cura; ma nel nostro letto tutti i movimenti sono accuratamente calcolati; devono cioè essere accordati con precisione sui movimenti dell’erpice. E a questo erpice è affidata l’esecuzione vera e propria della condanna.

Riempito insomma di frasi di altri e, se avessi potuto scegliere (ma non osavo tanto, mi bastava il privilegio di essere pubblicato), naturalmente di frasi di Philip K. Dick. Anche se comprensibilmente mille dubbi mi assalivano e non ero tanto sicuro di poter essere quelle pagine, cioè di poter mai essere sfogliabile, tascabile, stampabile, librabile.

Oggi a distanza di anni siamo ancora qui in una libreria del centro a guardare tutte le bellissime copertine delle nuove edizioni dei libri di Philip K. Dick, sempre di Fanucci, che sono bellissime tutte assieme, e sono bellissime girate in modo che si possano effettivamente vedere tutte le copertine una vicina all’altra. Bisognerebbe comprarli tutti assieme e avere un lungo scaffale vuoto che li possa accogliere, ma come si fa?

Oggi no, non vorrei essere pubblicato da Fanucci, in nessuno dei due sensi, anche se devo ammettere che sono stato tentato, l’idea che in una libreria ci fosse una copertina bellissima come sono bellissime quelle nuove di Philip K. Dick sulla quale però campeggi il mio nome, magari mescolata ad arte tra quelle di Philip K. Dick era troppo forte per venire ignorata così. Così sono andato sul sito di Fanucci (sto scrivendo tante volte Fanucci perché spero che Google che è grande e saggio e ci governa tutti sia magnanimo e associ in qualche modo il mio nome a quello di Fanucci, chissà) e alla voce contatti ho letto:

Invio manoscritti

Coloro che volessero inviare dei manoscritti da sottoporre alla Fanucci Editore sono pregati di spedirli, unicamente in formato cartaceo, al seguente indirizzo:

Fanucci Editore
via delle Fornaci 66
00165 Roma

I tempi di lettura variano dai 6 agli 8 mesi, passati i quali, l’editore risponderà solo in caso di interesse. Per conoscere la linea editoriale della casa editrice potete consultare il nostro sito.

I manoscritti non verranno in alcun caso restituiti.

Questo perché Fanucci fa della fantascienza uno dei suoi nuclei portanti anche a partire da queste cose. Sarei curioso di sapere che percentuale sul totale dei volumi pubblicati proviene da manoscritti inviati e quale proviene invece da una ricerca su Google che è grande e saggio e ci governa tutti nella quale per puro caso il nome di un autore risultava collegato alla parola “Fanucci”. Non mi fraintendete, io AMO Fanucci e credo che questo processo di scelta sia normalissimo nelle case editrici nate nella seconda metà dello scorso millennio, non ho proprio niente da dire.

Inoltre su questo nuovo blog che ho aperto presso Blonk (lo avevo già detto che ho un nuovo blog presso Blonk?) ho intenzione di leggere alcune pagine tra quelle che considero più preziose e importanti e spesso quelle pagine provengono proprio da quei mucchi ingialliti di fogli che un tempo erano libri di Fanucci.

Qui da Blonk le cose sono diverse.

Anzitutto si possono mandare i manoscritti anche in formato digitale, e poi, qui da Blonk, tutto quanto viene letto perché qui da Blonk c’è un robot che è capace di leggere dai 50 ai 100 romanzi AL SECONDO (dipende dalla lunghezza).
Dovrebbe essere un segreto ma con la questione “carta bianca, di te ci si può fidare” ho deciso di riverlarvelo perché quel robot lo conosco molto bene perché l’ho costruito io.
La prima versione era fatta di pongo vecchio, ne avevo trovata una cassa piena proveniente direttamente dalla mia infanzia e avevo deciso di utilizzarla.

Vi risparmio i dettagli di come sia riuscito in relativamente poco tempo a ricreare un cervello positronico esattamente uguale a quello che descrive Asimov nei suoi romanzi, di come io abbia evitato di programmare le famose tre leggi della robotica, considerando il pongo vecchio un materiale sufficientemente innocuo. Anzi, per fare uno scherzo al robot avevo programmato solo la terza legge: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.” e, non essendoci nessuna Prima o Seconda legge, vi lascio solo immaginare le gustose conseguenze.

Il robot di pongo vecchio è durato solo fino al romanzo di Silvia Salvagno e poi si è sciolto in quelle che io ho capito essere lacrime di pongo vecchio anche se qui in Blonk insistono che ci fosse un problema con il condizionatore e fosse estate e facesse caldo e altri argomenti da persone senza cuore.

Fanucci. (Era molto che non lo scrivevo)

Ora il robot di pongo vecchio giace in un angolo di camera mia, l’espressione sconsolata di chi non è mai stato capito nella vita, guarda fuori dalla finestra e non muove quasi mai la testa.

Il nuovo robot di Blonk l’ho costruito in rame per un motivo che credo c’entri con la conduzione di segnali elettrici. Bisogna pulirlo spesso perché a leggere tutti quei manoscritti in formato digitale diventa presto tutto verde, questo succederebbe a tutti, anche a me e anche a voi, è normale diventare verdi leggendo tutti quella roba, però per il resto sembra contento, sorride, si diverte e a quanto pare non sbaglia un colpo. Gli ho già detto che se rifiuta il mio prossimo romanzo lo smonto e lo spedisco da Fanucci (il robot, non il romanzo).

Se dovessi dare un consiglio ai giovani sarebbe quello di mettersi sempre in fondo all’aula, in disparte dai compagni (tranne da quello più carino o da quella più carina a seconda dei gusti, per negare sul campo il diffuso luogo comune che vuole l’insieme dei più carini e delle più carine coincidere spietatamente con quello dei più stupidi e delle più stupide) e di passare le ore di matematica, di italiano, anche di ginnastica perché no a scrivere sul proprio diario o dove si vuole, sul tablet, sulla lavagnetta (dico scrivere ma questo vale anche per molte altre attività: disegnare, suonare, scrivere software, guardare il cielo o il mare, innamorarsi, dare ascolto ai richiami della natura, vaneggiare sul perché di quel tocco, di quello sguardo, di quelle lacrime).
Questo perché così vi evitate di stare sempre al primo banco ad ascoltare tutto quello che vi dicono i prof e di arrivare poi a quarant’anni passati da un pezzo con una storia di successi nella scuola e ingloriose cadute nella vita; di risvegliarvi più vicini ai cinquanta che ai quaranta con una voglia incomprensibile di pubblicare un romanzo; di credere di avercelo nel cassetto e di credere che sia stato il vostro sogno segreto da sempre quando invece non avete mai messo in fila due righe due e il vostro cassetto è vuoto (dico scrivere ma questo vale anche per molte altre attività: partecipare alle Olimpiadi, sgasare l’acqua frizzante, monetizzare l’aria fritta).
Di questo, lo dico subito ai più giovani che si interessano di questi dettagli, il robot di rame si accorge subito.
A Blonk non sfuggite. Potete, se volete e se avete consultato il sito per conoscerne la linea editoriale, provare a spedire il manoscritto a Fanucci ma dovete stamparlo e pagare la spedizione e poi stare lì otto mesi ad aspettare sobbalzando ogni volta che sentite suonare il citofono o il campanello, ogni volta che vedete aggirarsi un postino vicino a casa, insomma è una vita terribile.
Anche se dubito che una cosa rifiutata dal robot di Blonk possa essere pubblicata da Fanucci che comunque, potete dire tutto quello che volete, ha la linea editoriale più bella del mondo, almeno per quel che riguarda la scelta di pubblicare Philip K. Dick.
Perché per quanto riguarda gli altri autori non credo di aver mai nemmeno tenuto in mano un libro edito da Fanucci che non sia di Philip K. Dick, cosa che presto cambierà visto che hanno cominciato (bravi) a far uscire (molto bravi) anche gli ebook (maledetti, così diventano un concorrente micidiale per Blonk) oltretutto a prezzi assolutamente accessibili (Philip K. Dick a € 4,90, doppiamente maledetti).

Quindi se devo riassumere, il consiglio che do ai giovani è di fare quello solo che vogliono e di trovarsi qualcuno che lo sappia già fare da seguire con referenza e ossessione, e soprattutto consiglio di non seguire mai i consigli, soprattutto quelli dati ai giovani.

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Game is my istinct

Pubblicato: 8 giugno 2013 in Finzioni


Lo scrivo qui perché fra qualche anno poi sembrerà impossibile che sia successo davvero e la memoria mi tradirà nascondendo o amplificando i dettagli.
Non ho passato una notte facile e questa mattina tutto quello che desideravo era sedermi al tavolo di un bar della riva sinistra con un caffè e un giornale, magari di pettegolezzi, tra le mani.
I parigini sembrano tutti impazziti. Dopo tutta l’acqua che hanno preso questo inverno non gli sembra vero uscire, poter fare colazione per strada, camminare, vedere gente. Intere famiglie si sono riversate attorno alla Senna e nonostante la temperatura non proprio calda la città è vivace in modo contagioso.
– Non è sempre così – mi dice il cameriere quando glielo faccio notare – se uno arriva oggi vede una Parigi sbagliata, è piovuto fino a ieri e domani comincerà a fare un caldo insopportabile e con il caldo arriveranno la puzza e i matti.
Simpatico il cameriere. Mi racconta che la città in estate si riempie di matti che fanno le cose più strane, e lui è convintissimo che sia colpa del caldo.
Sta di fatto che non c’erano quasi più tavoli liberi, a parte un paio in fondo nell’angolo tra il muro del palazzo e il paravento di vetro che separa questo bar dal successivo. Mi dispiace un po’ ma mi sembra di non avere alternative per cui mi siedo e ordino il caffè (che a Parigi fa schifo ma fa tanto romanzo poliziesco e non posso esimermi).
La folla è lontana, ci separano famiglie di parigini, coppie, un gruppo di turisti americani, tutti intenti a sorbirsi il loro orribile caffè, a chiacchierare e a guardarsi intorno. La città oggi è bellissima, coloratissima, le persone sorridono, si amano, conversano.
Il cameriere si avvicina con fare un po’ sospetto e mi sussurra – eccone una – di pazza intende.
In effetti c’è una spilungona che si aggira tutta ingobbita per i tavoli con atteggiamento ansioso, vestita con un soprabito nero tutto sgualcito e un paio di occhiali neri con le lenti enormi che le coprono il viso. Tiene una delle braccia all’interno del soprabito, come quelli nei telefilm che nascondono il fucile (incredibile cosa vado a pensare). I suoi capelli biondi sono scompigliati, anzi guardando meglio sono proprio bagnati, me ne accorgo perché si sono attaccati alle lenti e goccioline d’acqua scorrono sulle spalle del soprabito.
L’unico tavolo libero è di fianco a me, e vista la densità dei tavoli sarebbe stato meglio dire che l’unico tavolo libero è per metà all’interno della gabbia toracica (“eccoci qui”, penso, “a chi doveva capitare”?).
La pazza in quella posizione tutta curva in avanti con il braccio nascosto dentro al soprabito fa una discreta fatica a districarsi tra le gambe degli avventori, i tavolini, le brocche di succo di frutta, i sigari e così ho tempo di guardarla bene. Un campanellino d’allarme mi aveva cominciato a suonare fin dal primo momento in cui l’ho vista ma non riesco a capire perché, sarà quel braccio nascosto là sotto.
Mi rendo conto che sotto al soprabito nasconde effettivamente qualcosa. Il campanellino continua a suonare ma io lo ignoro. Forse non è un fucile, ma di certo tiene in mano qualcosa di lungo e rigido.
Arrivata finalmente a un passo da me per la prima volta solleva lo sguardo dai suoi piedi, mi guarda e la riconosco subito.
Sta piangendo, ha gli occhi gonfi e le lacrime escono da sotto le lenti e si mescolano con l’acqua che scende abbondande dai capelli bagnati. Gli occhi sono così gonfi che sembra gonfia tutta, anche le guance e le labbra.
Mi chiedo se è opportuno o no rivolgerle la parola e mi viene il dubbio che non ci sia nessuna lingua che ci accomuna, poi ricordo che lei parla inglese perfettamente, molto meglio di me in effetti e scioccamente mi viene da domandarle “ma il tuo fidanzato?”, mi trattengo a malapena.
Certo è difficile passare inossevati, puoi coprirti finchè vuoi, puoi ingobbirti finché vuoi, solo le contorsioni che ha dovuto fare per riuscire a sedersi, con quelle gambe lunghissime, si sono girati tutti almeno una dozzina di volte.
Alla fine riesce a mettersi in una posizione scomodissima, il braccio destro sempre nascosto sotto al soprabito, il suo tavolino ormai quasi completamente conficcato nei miei polmoni. Io indosso la faccia più indifferente che possiedo, cosa vuoi che sia essere schiacciati tra un muro e due tavoli, soffoco un po’ ma posso farcela.
Mi giro verso di lei e le sorrido, quello che esce però deve assomigliare di più a uno spasmo perché lei fa una faccia di scusa e si fa piccola piccola, per quanto possibile, e riesce a regalarmi qualche centimetro in più d’aria.
Ci guardiamo per un istante, io so chi è, lei sa che io so e io finalmente so che lei sa che io so (ci metto un po’).
Ora. Mi rendo conto che fino ad oggi ho sempre detto che Maria Sharapova boh è sì bella ma di quella bellezza perfetta e ignorante, fredda bionda e glaciale, insomma non mi piace, dove sono i suoi sentimenti, dov’è il trasporto. Bene, scherzavo.
Chi guardiamo e io devo avere una faccia così idiota, ma così idiota che lei si mette a ridere, e questo cambia tutto. Si mette a ridere guardando me, non guardando astrattamente qualcuno, guarda me dritto negli occhi, con i suoi occhi chiari pieni di lacrime e la sua bellezza mi lascia senza fiato.
– Io la odio quella negra – dice proprio così, “negra” – la odio con tutta me stessa. Quando ero piccola miglioravo sempre, giorno dopo giorno, e pensavo che non mi sarei più fermata. E invece? E invece a un certo punto smetti di migliorare e anzi peggiori. Le altre cominciano a conoscerti e cominciano a farti male apposta, sempre più male.
– Ma quella negra no. Quella negra non ha mai smesso di migliorare, non so come ha fatto, è diventata grassa come un baule e poi è tornata più forte di prima, migliora, migliora sempre. Io mi avvicino e lei migliora. La odio, la odio.
Muovendo il braccio sinistro scosta il soprabito da cui spunta il suo completino bianco e grigio e, dovevo capirlo subito, lo “strumento”.
Si accorge che l’ho visto e diventa quasi timida – Sì beh – dice sempre sorridendo – sono pazza vero? Dai tempi di Nick non posso starne lontana per più di qualche ora, mi sento subito male, devo stringerla. Sono pazza?
Arriva il suo caffè, ordinato non so quando. Andandosene il cameriere mi fa uno sguardo come per dire “te l’avevo detto, ma è solo la prima, chissà quante ne vedrò quest’anno”.
– Adesso devo andare, grazie… ti chiami? – Miki – Grazie Miki, mi hai fatto ridere, mi piacciono gli uomini che mi fanno ridere.
Si alza, mi bacia sulla guancia e molto più agilmente di prima se ne va. La seguo con lo sguardo, una macchina dell’organizzazione accosta e la carica, fra due ore inizia la finale. Rimane il suo caffè intatto, ancora bollente, e la mia guancia che brucia come se fosse stata marchiata a fuoco.

Dublino: accumulatio H.G.

Pubblicato: 25 aprile 2013 in Senza Categoria
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Dublino assomiglia molto a una qualunque città italiana con la differenza che tutte le ragazze sono Hermione Granger (e tutti i ragazzi sono Andy Murray (che è scozzese (lo so) (non fa niente)).

Se la temperatura è appena al di sotto dei sei gradi centigradi e il vento spira attorno ai trenta nodi non è raro vedere dublinesi vestiti come Beppe Grillo chiacchierare fianco a fianco con gente vestita come Borat quando va in spiaggia.

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Tipica divisa da passeggio dublinese

(a parte gli scherzi, ma non patiscono il freddo? fa un freddo da paura!)

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Tipico dublinese sulla spiaggia di Dublino quando ci sono -33° centigradi.

 

Qui a Dublino moltissime donne portano lo chignon, che in Italia invece sembra sparito.

Ovunque ti infili per proteggerti dal freddo viene diffusa (ovviamente) musica celtica. Nonostante l’atmosfera e le decine di Hermione Granger la musica celtica continua a far cagare anche qui.

Per strada c’è un sacco di gente all’apparenza molto felice. Forse il freddo dopo un po’ di tempo ti intacca definitivamente i centri del dolore o forse la droga è molto più diffusa che da noi (e deve anche essere migliore, da noi i drogati hanno tutti l’aria da drogati qui boh, sembrano tutti usciti da una sessione di cinquecento ore di amore tantrico).

Ho fatto una foto che se no non ci credete.

Sì, lo so, la droga si chiama Guinness.

Ho già detto che la musica celtica fa proprio cagare?

A Dublino le mamme sono giovani. La prima volta dici Uh una ragazzina con già tre figli! poi invece è la norma e penso che sia bello e giusto. Tornando in Italia proverò fastidio alla prima matrona o matrono (quale sono io) che vedrò spingere un passeggino.

Temperatura esterna: +5°. Percepita: -80°.

Il primo dublinese in assoluto che mi ha rivolto la parola (il tassista) mi ha parlato:

– Del sacrificio dei patrioti contro l’oppressore inglese.

– Del Papa.

– Della morte della Thatcher.

– Delle tette delle dublinesi che a suo dire tendono a essere più grandi per motivi legati all’isolamento genetico e alla dieta ricca di verdure (come quella delle mucche (testuale)).

– Infatti salutandomi mi ha detto: “mi raccomando verifica in prima persona questa cosa delle tette” (“non si preoccupi, ce la metterò tutta!” (“che Dio ti benedica” (“e benedica anche le tette!”) “ahahahah”) “ahahahah”).

Ho chiesto un thè earl grey e mi hanno dato un english breakfast, maledetta globalizzazione.

Per circa un’ora ho sentito forte l’attrazione delle mie radici, il morale mi è andato sotto ai piedi e ha messo loro le ali. Ho camminato a tutta birra (ovviamente) per più di dieci kilometri (cosa che non mi capita tanto spesso) finché mi sono ricordato di essere completamente privo di radici, di non essermi mai sentito simile a niente e a nessuno (con alcune preziose eccezioni) o, nelle sere in cui il bicchiere (di birra, ovviamente) era mezzo pieno, di essermi sentito simile (almeno potenzialmente) a chiunque (con alcune disgustose eccezioni). Per me un posto vale l’altro e Dublino potrebbe andare benissimo, soprattutto se capissi chi è che vende quella droga da 500 ore di sesso tantrico.

Quelli (s)vestiti da Borat, non contenti, sorseggiano la loro Guinness seduti ai tavolini all’aperto, incuranti delle lame di vento ghiacciato che percuotono il loro corpo.

Una Hermione Granger su tre porta in spalla una custodia di uno strumento musicale (e quindi la percentuale è destinata a crescere tenuto conto che ci saranno anche Hermione Granger che suonano il flauto (malpensanti) o strumenti come il triangolo (evabbé, malpensanti)). Come al solito subisco il fascino dell’arte e dell’impegno per ottenere un risultato che abbia a che fare con la bellezza e questa diffusione di strumenti musicali mi è sembrata meravigliosa, mi sono immaginato questa orchestra di Hermione Granger ed era tutto bellissimo almeno finché non ho realizzato con orrore che quell’orchestra stava suonando quasi certamente musica celtica.

A Dublino vado spesso a sbattere contro le persone, credo che dipenda dalla guida a destra. Come già mi era successo in Inghilterra rimango sempre un po’ sconcertato dal fatto che non si arrabbino e anzi ogni tanto mi chiedano anche scusa. Andare così spesso a sbattere contro Hermione Granger bisogna ammettere che ha i suoi lati positivi.

I bambini dublinesi che si trovano allo stato brado (alcuni in canottiera e ciabatte a -80°) sui prati (tenuti all’inglese ma questo per qualche motivo ho la sensazione, l’istinto direi, che è meglio tacerlo) giocano tra loro a GOLF. Cioè mentre i nostri bambini allo stato brado sui prati all’italiana (tipico misto di erba e confezioni di merendine) giocano tra loro a pallone (lo so, non è vero, giocano con la DS facendo pericolosamente aumentare la percentuale di “confezioni di merendine” in quel delicato equilibrio rappresentato dal tipico prato all’italiana, ma volevo rievocare un’immagine della mia infanzia) qui giocano a golf. Dalla qual cosa si capisce che i bambini dublinesi sono meglio di quelli italiani se non altro per la questione della violenza sui prati. Quanto ci metterebbero i bambini italiani a prendersi a mazzate (e sto dicendo letteralmente) in testa?

Un’altra cosa che le Hermione Granger fanno è sedersi di fianco a me con fare amichevole mentre me ne sto seduto in vetrina in un pub a sorseggiare il thè sbagliato (forse in un pub non bisogna ordinare thè, ora che ci penso). Non sono solo amichevoli, sono anche incuriosite da quello che sto scrivendo sull’agendina e non sembrano per nulla intimidite dalla mia presenza. Lo dico perché il motivo principale per cui lungo la mia esistenza mi sono trasformato in un eterno wallflower è che le ragazze prima e le donne poi, generalmente poco o punto assomiglianti a Hermione Granger (bisogna ammettere), hanno spesso dimostrato di essere DEL TUTTO intimidite dalla mia presenza. Sarà che non scrivevo a mano da circa un secolo, sta di fatto che nemmeno se capissi alla perfezione l’italiano cara la mia cara Hermione Granger avresti qualche chance di decifrare questa grafia. A peggiorare le cose avere di fianco Hermione Granger che mi sbircia il quaderno mi mette addosso una strana agitazione e, come se non bastasse la grafia, ho cominciato a sbagliare sempre più spesso, spesso sbaglio due, tre, quattro parole di fila, tanto che ho pensato che a Dublino non funzionasse il correttore ortografico. QUALE CORRETTORE ORTOGRAFICO CHE STAI SCRIVENDO A MANO, COGLIONE? Solo molti minuti dopo che Hermione Granger se n’era andata questo campo minato di scarabocchi ed errori e cancellazioni e correzioni scritte con mano tremula sta finalmente tornando a essere (quasi) ordinato.

Mi sono fermato a mangiare in un bar qualunque lungo Temple Bar (che non è un bar ma un quartiere, a Dublino c’è un quartiere che si chiama Bar) e c’è una partita di calcio, dalla partecipazione emotiva direi un derby, e tutti attorno a me stanno incitando o imprecando in gaelico. Non avete idea di quanto mi costi ammetterlo ma in effetti questa lingua (maledizione!) SUONA COME IL BERGAMASCO! adesso per esempio il capitano della squadra rossa (ci sono rossi contro azzurri, come in ogni capitale che si rispetti) che boh, forse si chiama Francesc O’Totti, ha appena fatto un numero mica da ridere accolto con un coro di approvazione degli astanti. È come se a cantare “Un capitano, c’è solo un capitano!” si fossero messi decine di Calderoli. Alla fine, che tristezza, ho scoperto che era il derby di Manchester, ecco contro cosa si infrange il sacrificio dei patrioti per la libertà dagli inglesi.

Quando il tassista mi ha chiesto da dove venivo io ero già rapito da quello che trasmettevano i finestrini (non mi ero ancora accorto di essere stato rapito) e gli ho detto “per me non sarebbe nemmeno difficile venire a vivere qui,” l’inglese mi usciva spontaneo e fluente, parlavo questa lingua come non mi era mai accaduto prima, “mi basterebbe mettere in candeggina l’unica bandiera che ho a casa. E nemmeno tutta la bandiera, solo un pezzettino e nemmeno tanto a lungo.” E poi ancora in questo inglese pazzescamente fluente “in fondo è quello che i nostri politici fanno continuamente, mettono le loro bandiere nella candeggina, loro però ce le tengono per mesi, a volte per anni, così poi possono colorarle a loro piacimento e quello che erano prima è bell’e dimenticato.” Alla fine il tassista stava ridacchiando “vede signore,” mi ha detto, “lei parla proprio come Tarzan”. Non sono sicuro che fosse un complimento.

La polizia di Dublino si chiama Garda e niente, fa già molto ridere così.

La sede della polizia di Dublino.

Lascio Dublino senza aver baciato nemmeno una Hermione Granger, ma è stato bello averlo desiderato.

Tradurre Shakespeare

Pubblicato: 15 marzo 2013 in Senza Categoria

L’uomo seduto alla sinistra di Persse, che traduce manuali di manutenzione per le motociclette Honda, lo informa di aver visto recentemente un dramma di Shakespeare recitato da una compagnia giapponese, dal titolo Lo strano caso della carne e del petto.
“Non mi sembra di conoscerlo” dice con gentilezza Persse.
“Lui vuol dire Il mercante di Venezia” spiega Akira.
“E’ questo il titolo in giapponese?” domanda deliziato Persse.
“Alcune delle traduzioni antiche di Shakespeare erano piuttosto libere,” risponde Akira in tono di scusa.
“Ne conosce degli altri, altrettanto buoni?”
“Buoni?” ripete perplesso il giapponese.
“Buffi.”
“Oh,” Akira sorride. Sembra che non gli sia mai balenato per la mente che Lo strano caso della carne e del petto sia un titolo divertente. Medita. “C’è Lussuria e sogni nel mondo transitorio,” dice. “Che sarebbe…”
“No, non me lo dica… mi lasci indovinare… Antonio e Cleopatra.”
“Romeo e Giulietta,” dice Akira. “E Spade di libertà…”
“Giulio Cesare?”
“Esatto.”
“Sapete,” dice Persse, “avete qui l’occorrente per un bel gioco di società. Potreste inventarvi voi i titoli… come ‘Il mistero del fazzoletto scomparso’ per l’Otello, o ‘Il triste caso di un pensionamento anticipato’ per il Re Lear.” Chiama il cameriere per offrire da bere al gruppo.
[…]
Il professor Umeda sbadiglia, si strofina gli occhi e accetta un whisky e quando gli viene spiegato il desiderio di Persse gli elenca ‘Lo specchio della sincerità’ (Pericle), ‘Il remo ben abituato all’acqua’ (Tutto è bene ciò che finisce bene) e ‘Il fiore nello specchio e la luna sull’acqua’ (La commedia degli errori).
“Oh, quest’ultimo li batte tutti!” esclama l’irlandese. “E’ veramente splendido!”
“E’ un modo di dire,” spiega Akira “Significa ciò che può essere visto ma non può essere afferrato.”

David Lodge
Il professore va al congresso (orig. Small world)
Tascabili Bompiani
Traduzione Mary Buckwell e Rosetta Palazzi
(9 Euri)

Che qualcuno che si chiama Rosetta faccia traduzioni di lavoro mi sembra bellissimo. Come questo libro peraltro.

(qui la prima parte)

Mi aspettavo un volo breve e invece siamo qui mano nella mano che giriamo vorticosamente come il coglionauta che si è buttato dalla stratosfera. La sento appena urlare non so se per paura o per l’eccitazione, attorno alcune sporadiche luci danno l’idea della pazzesca velocità a cui stiamo cadendo.
Cadiamo e cadiamo finché una grande piscina non interrompe il nostro volo. È illuminata internamente e irradia una luce rossa molto rassicurante.
Nell’impatto le nostre mani si staccano e l’acqua non troppo calda non mi consola affatto di questo distacco. Provo ad aprire gli occhi, le forme che vedo sono troppo confuse e non riconosco nessuno.

Mi isso sul bordo e scopro di essere nudo, come la donna accanto alla quale mi siedo e che sulle prime non riconosco e come tutti quelli che ci stanno attorno.

– Sono pudìca.

(si dice pùdica o pudìca?)

– A me (invece) piace molto stare seduto sul bordo con i piedi in acqua; potrai sopportarmi?
– Vedremo.

Intanto gli altri devono essere arrivati, non li riesco a vedere tutti ma da quelli che mi stanno attorno capisco che non può mancare nessuno.

Il Signor Data sta conversando con un donnone vestita di spandex che mi sembra di aver già visto da qualche parte (in un monitor di certo, tutto quello che ho visto l’ho visto dentro un monitor) ma non saprei dire dove.

Sei persone stanno telefonando con un apparecchio A FILO e curiosamente sono tutti mascherati da personaggi di secondo piano di Paperopoli: Brigitta tiene la cornetta in un modo strano mentre abbraccia languidamente Spennacchiotto; Paperetta Yè Yè è avvinghiata a Filo Sganga e se vanno avanti così si strangolano con i fili del telefono, vorrebbero baciarsi ma le maschere glielo impediscono. Altri due più indietro rimangono composti, si sfiorano le mani mentre parlano sottovoce nelle cornette. Non li riconosco, lui potrebbe essere Anacleto, lei forse è Reginella.

– Stanno guarendo i loro amici, ma perché funzioni ci vuole il filo, non si può fare con i cellulari.
– Ma tu ci credi?

Non avevo capito che aveva un corpo così, era stata brava a nasconderlo (o ero stato bravo io, come al solito, a guardare altrove).

– No, non ci credo.

Ormai tranne noi due sono quasi tutti in acqua, si tengono vicini apparentemente per combattere il freddo ma sono convinto che lo farebbero comunque. Oltre a noi manca solo Zaphod che si sta attardando a piegare in maniera ossessiva il suo accappatoio (lo appoggia a una sdraio, non è contento, lo riprende, lo ripiega, lo appoggia, non è contento…) e Columbia che è rimasta vestita e guarda tutti leccando pensierosa un chupachupa aggiustandosi di quando in quando le orecchie di Topolino.

Ora riconosco chi mi sta seduta a fianco, è sempre lei (ma aveva quel corpo lì? ma siamo sicuri? ma possibile che non me ne fossi accorto prima?), ci riprendiamo per mano, è ora di andare. Un brivido di eccitazione mi scuote la schiena mentre raggiungiamo gli altri, è bellissimo, mi dimentico di lei, mi dimentico di tutto. E proprio in quel momento altrimenti perfetto arriva Deckard, la prende e se la porta via, maledetto, maledettissimo.

E lei? Lei sorride. Mi guarda, mi saluta.

Non faccio in tempo a esprimere la mia rabbia, o la mia frustrazione, che due mani piccole e forti mi stringono le spalle e mi fanno girare su me stesso.

Pugni e mosche, poche le mosche

Pubblicato: 4 gennaio 2013 in Senza Categoria

Lei è già arrivata e mi aspetta seduta con i piedi che ballonzolano nel vuoto dal cavalcavia. Sotto di noi le auto sembrano velocissime e in effetti il rumore che fanno ricorda un mare in tempesta, anche il rumore che sta facendo il mio cuore ricorda un mare in tempesta.
Il ponte di Calatrava è sporco, gli scarichi dei veicoli hanno già steso un velo nero e unto che da sotto non si vede ma che mi fa esitare: non sono sicuro di volermi sedere su quella roba.

– Sono sporca di te – mi dice senza girarsi, la sua attenzione attratta dal retro del cartello dell’uscita di Reggio Emilia. Come al solito sembra in grado di entrare nella mia testa e come al solito la confusione che trova non le permette di ascoltare chiaramente quello che sto pensando.
Mi siedo di fianco a lei. Sento il nero penetrare dal fondo dei miei jeans, lo sento muoversi e salire verso la mia schiena, questa cosa fa schifo, questo ponte fa schifo. Visto da sotto sembra basso e invece è altissimo. Le mie scarpe vecchie oscillano a un’altezza impossibile, mi aggrappo a uno dei tiranti, anche questo enorme visto da qui (non sono fili, sono giganteschi cavi d’acciaio).

– La mia vita – prosegue lei, e non sono più sicuro che stia parlando con me, non sono nemmeno tanto sicuro che si sia accorta della mia presenza – assomiglia a questa uscita. Quanta gente uscirà da qui? Zero. In rapporto a quanta gente ci passa davanti? Zero. E anche adesso che hanno fatto questo ponte pensi che sia cambiato qualcosa? Tutti guardano il ponte ma continuano a tirar dritti.

Finalmente si volta. Il suo viso non corrisponde a quello stato d’animo. Nei suoi occhi c’è ancora la stessa luce e la stessa gioia immutata si sprigiona dal suo corpo.

– Sei sicura di volerlo fare? – Non abbiamo mai avuto ripensamenti ma all’improvviso il dubbio mi soffoca. Nell’istante in cui pronuncio questa domanda mi rendo conto che potrebbe non essere sicura, potrebbe alzarsi e andarsene così e magari potrebbe farlo proprio per causa mia e per colpa di questa domanda.

Lei invece sorride. Nel velo lacrimale le scorrono immagini del suo passato, alcune tumultuose, alcune dolorose. Vedo le sue scelte e i momenti in cui si è sentita incastrata, di alcune intuisco il perché, spesso però non capisco nulla, sono auto che sfrecciano, camion pieni di dubbi che non si accorgono di niente.

– La felicità – mi disse qualcuno – è quando vinci i cento metri alle Olimpiadi e non eri il favorito, è quando piangi con la medaglia al collo e tutto il dolore di allenamenti che pensavi inutili finsice in quelle lacrime. È la fiammella della speranza, debole, che osavi tenere in mano solo nelle ore più buie e solitarie della notte e che così spesso ti sembrava spenta che all’improvviso ti riscalda e riscalda tutti coloro che ti stanno intorno. Il suo sorriso ha quel sapore e mi piace.

Un clacson potente ci squote: sono loro, motrice bianca e cassone rosso. Ci prendiamo per mano, la sua stretta è calda e decisa. Nell’abitacolo si intravvedono due persone, stanno ridendo.

– Pronta?
– Pronta.

E saltiamo.

(segue)

Insorgenza

Pubblicato: 8 dicembre 2012 in Senza Categoria

L’insorgenza delle cose ultraterrene è difficile da digerire.