Il palleggio

Chiamo uno, tre e gancio, se loro non sono cretini battono corto in posto due fregandomi due attacchi. Hanno messo il muro forte in due, quello spilungone con la faccia non molto intelligente. Mi sa che intelligenza ne ha proprio poca, con quel fisico potrebbe tranquillamente giocare in serie A.
Il mio attacco forte è dietro, stasera ha il 44% che per lui è tanto, 56 punti e solo 7 errori diretti, ma loro gli batteranno tra i piedi e non avrà rincorsa. In posto 4 ho il solito Andrea, 36% e 16 errori, pronto per prendere il muro più alto del campionato.
Il centrale avversario fa un passettino verso la sua destra, è stanco, è un segnale spero inconscio. Le ultime 11 volte che ha toccato la palla a muro solo per 3 volte ha saltato al centro senza scegliere. Il mio centrale deve fare un po’ un giro ma non ha sbagliato nemmeno una palla, ha appena fatto un muro spettacolare, è su di giri e do palla a lui. Gli dico nell’orecchio di tirare dritto per dritto, forte e lungo, ho notato che il posto sei tende a scivolare verso il posto uno dopo la battuta e lui con questa rincorsa tira 3 volte su 4 verso sinistra. A destra c’è il libero che aspetta e di lui bisogna avere rispetto. “Tira dritto, lungo e dritto”. L’allenatore ha detto di prepararsi alla battuta in salto ma non sarà così, Carlo si prende tre quarti del campo, sa benissimo che la battuta arriverà cortissima, avrò palla in mano. Delle ultime 60 palle che ho palleggiato ne ho alzate alla perfezione 38 e sbagliate completamente due, nessuna però era un primo tempo.
Il palleggiatore avversario chiama i nostri attacchi, se difendono darà palla alta da questa parte, non passerà certo alla storia per il suo coraggio, fa un cenno d’intesa allo spilungone che ha già l’aria del cane bastonato.

L’aria aperta è un concetto spesso sopravvalutato. Dopo aver passato intere giornate, iniziate alle sette del mattino, nei sotterranei del dipartimento di matematica la luce dell’uscita è uno strazio e l’aria della città ancor più dolorosa.
Dedico ogni minuto libero ad esercizi mnemonici, sono arrivato al punto di riuscire a tenere a mente ed aggiornare una dozzina di dati per una ventina di persone: battute, percentuali d’errore, direzioni d’attacco, efficienze, muri, scelte difensive. Il posto migliore dove allenarmi è il primo tavolo vicino all’ingresso della biblioteca, da lì riesco a tenere una complessa statistica di chi viene e chi va: femmine, maschi, professori, studenti, corsi, colori dei vestiti, gonne o pantaloni, colore dei capelli, modelli di scarpe, accenti. Il tutto mentre preparo l’esame di topologia algebrica.
Tre su otto 37%, quattro su nove 44%, quattro su dieci 40%, quattro su undici 36%, cinque su dodici 41%.

L’ultimo punto dell’ultima partita della stagione parte moscio dalla manona del centrale avversario. La palla arriva più lunga del previsto in posto uno e Carlo la riceve facile in palleggio. Il nostro opposto non ci va nemmeno a prendere la rincorsa, resta lì a coprire. La ricezione è troppo alta, devo saltare al massimo. il centrale avversario non salta, potrei fare pallonetto e chiuderla lì ma non lo faccio, il libero è in agguato. Barbara si è alzata tre volte, la seconda per circa quattro minuti, è andata certamente in bagno, le altre due non saprei perché, forse era stufa degli spalti pieni e si è fatta un giro o forse c’è qualcuno che non ci dovrebbe essere. Le donne sono il 61% nella tribuna di destra e il 55% in quella di sinistra vicina all’ingresso, a dimostrazione che i maschi sono più pigri. Barbara è in piedi in cima alla tribuna ma non sta guardando verso di noi, i suoi occhi guardano la parte opposta del palazzetto verso una zona dove fino al terzo set ci hanno incitato i giovani della nostra società. Ora sono a nanna, domani devono giocare.

Il senso di vicinanza e di comprensione reciproca che ti può dare la pallavolo è unico e mai sperimentato in nessun altro ambito dell’esistenza, nell’amore, nell’amicizia né in nient’altro.
Barbara, ad esempio, giocava palleggiatrice in una squadra di Venezia. Avevamo più o meno la stessa età, eravamo nello stesso posto per lo stesso motivo, giocare i campionati italiani. Tutto il resto però ci divideva: amicizie diverse, scuole diverse, città diverse. A volte succede qualcosa tra due persone che hanno fatto per tanti anni la pallavolo, scatta una scintilla ed improvvisamente le ore passate in palestra a provare e riprovare azioni, gesti, schemi, le ore a resistere alla sofferenza, a sopportare la voglia di primeggiare e la carica agonistica degli avversari e soprattutto dei compagni, tutto quel sudore, gli errori, le sconfitte, le delusioni, tutto improvvisamente si unisce in una sinfonia di movimento, forza, agilità, capacità strategiche e, soprattutto, bellezza. Le anime si fondono ed iniziano a controllare tutti i corpi, e questo è un accordo di ordine superiore, non verbalizzato, pilotato da forze enormi che nella maggioranza delle persone giacciono per sempre imprigionate nella psiche.

Tocco la palla circa 42 centimetri sopra al nastro, le braccia leggermente piegate. Il centrale non lo vedo ancora ma sento i suoi passi che si avvicinano, porta il 49 di piede. Il centrale avversario mura vincente in uno contro uno l’11% delle volte ma stavolta salta troppo spostato lasciando molto spazio al nostro attacco. Se la palla passa nella zona di difesa del libero lui la tocca il 78% delle volte e la tiene il 49%, un mostro. La palla esce dalle mie mani e resta appesa sopra al nastro per un millesimo di secondo che durerà all’infinito. Rimangono appesi il nostro centrale con il braccio destro pronto a colpire con tutta la sua forza, il centrale avversario che piega disperatamente nel salto le braccia verso sinistra, con la bocca aperta ed un grido soffocato in gola, lo spilungone che reagisce d’istinto caricando un saltello che gli permette di mettere le mani abbondantemente al di là della rete (è la sedicesima volta che vedo questa reazione in lui, neanche una volta ha toccato la palla), il nostro opposto piegato in attesa di un muro che non arriverà, Carlo che grida “Seeenza!” con tutta la sua voce, il corpo del libero avversario che percepisce il disequilibrio prima ancora che la sua mente possa accorgersene e reagisce facendo un passo in avanti verso il centro del campo. Gli allenatori con lo sguardo fisso sulla palla, il pubblico colto nel momento di massima tensione, gli arbitri, i giudici, tutti congelati in quell’istante.

Un istante senza Barbara.

La prima volta che vedo Barbara le vedo fare una cosa non comune. Stava giocando una partitella in spiaggia il giorno prima dell’inizio del torneo con qualche sua compagna ed un po’ di ragazzi raccattati qua e là. Le vedo alzare ad una mano all’indietro una palla perfetta. Applaudiamo, ero in giro con quello che sarebbe diventato il mio compagno di beach volley, facendo ululati di apprezzamento e sperando di essere raccattati pure noi.
Poi la memoria mi abbandona. Mi ricordo una danza ed una comunione mai più provati ma non ho idea di come sia potuta iniziare. Con una cosa piccola, la posizione del piede nel primo passo di rincorsa, la ricercatezza della forma che assumono anulare e mignolo durante il palleggio, la capacità di non guardare la palla pochi istanti prima del colpo. Con un cinque dato bene, che dare cinque bene è una dote ma è anche segno di attenzione, mano non troppo morbida né troppo dura, colpo secco ma non doloroso. Dare cinque bene è supremo atto di stima.
Ancora non sapevo delle percentuali di Barbara.

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