Il tennis

Ho praticato sempre sport di squadra ed ho sempre trovato gli sport individuali estremamente gratificanti,

Nello sport individuale si annidano tutti i tarli che portano alla ritualizzazione della sconfitta, che spesso arriva molto prima del momento finale della partita. Nello sport di squadra il tarlo è più o meno equamente distribuito e sarà cura del bravo allenatore fare in modo che non vengano mai a galla o lo facciano il meno possibile. Una ritualizzazione che a volte assume caratteristiche nazionali o addirittura continentali.

Il tarlo più grosso, che spesso si manifesta come un’autentica ossessione, è la paura di sbagliare. In questo tarlo si mischiano sia altri atteggiamenti negativi come la mancanza di visione strategica o difetti di analisi sia veri e propri limiti tecnici, colpi portati male o corpi privi di adeguata preparazione atletica.

La paura di sbagliare traccia un solco che per qualcuno rimane incolmabile tra le capacità individuali ed il rendimento, tra quanto uno dimostra di saper fare in allenamento e quanto uno riesce poi a fare in gara.

La migliore metodologia di allenamento è consapevole di questo solco e lavora per assottigliarlo, Si allenano le situazioni di gioco cercando di riprodurne gratificazioni e frustrazioni, cercando di mantenere le percentuali di riuscita aderenti a quelle poi effettivamente registrate in gara.

La paura di sbagliare è spesso ingiustificata. Il mio rovescio a giocato forte (non al massimo ma forte) da fondo campo viaggia a circa 70 km/h e la sua percentuale di riuscita è del 64%. La percentuale sale all’89% scendendo di 20 km/h con la velocità del colpo. Nell’ultimo anno ho giocato 118 set e 951 games con un totale di 37 avversari. Ho vinto il 43% degli scambi in cui ho giocato almeno due rovesci forti e solo il 37% degli scambi in cui il rovescio è stato giocato in controllo. C’è una zona grigia di scambi brevi o di rovesci al massimo o di rovesci forti ma non fortissimi che ignorerò. Già al mio livello, che è basso, giocare a non sbagliare non è una strategia vincente.

Nella pallavolo il discorso è un po’ diverso perché i tocchi sono tre ed i ruoli sono spesso molto più specializzati. Ci sono ruoli in cui si attacca e basta, ruoli in cui si riceve e basta, ruoli in cui si palleggia e poco altro.
Nella pallavolo la paura di sbagliare si innesca su gesti molto più famigliari e frequenti, in situazioni di gioco spesso provate e riprovate ed è per questi motivi ancora più insensata.

Paolo ha una percentuale d’attacco in gara del 34%, non formidabile. In allenamento attacca con il 69% e con una percentuale d’errore molto simile (9% in allenamento, 8% in gara), In allenamento ci siamo noi e non i nostri avversari, vero, ma il fatto è che noi siamo più forti di quasi tutti i nostri avversari. Lavoriamoci un po’, Paolo.

Il gioco di Barbara è privo di tarli, questo intendevo dire quando dicevo che non sbaglia mai. Barbara è il punto d’incontro della brutalità di un fabbro e della precisione di un orologiaio. Barabara ha le stesse percentuali in allenamento ed in gara, ha le stesse velocità, è ugualmente ordinata e ugualmente imprevedibile.

Nella pallavolo ci si aiuta e di solito è Barbara che aiuta. Nella pallavolo ci si parla e di solito conviene parlare con Barbara. Nella pallavolo ci si suggeriscono strategie e di solito le strategie corrette sono quelle suggerite da Barbara, Nella pallavolo ci si abbraccia.

E poi nella pallavolo non c’è il rovescio.

Ho portato Barbara a giocare a tennis soltanto una volta, Non era capace, non sapeva nemmeno tenere in mano la racchetta. Dopo due ore mostrava un rovescio interessante ed uno smash sovrumano. Gli altri colpi non la interessavano, valla a capire.

Dopo la doccia mi dice semplicemente “Il rovescio è mediamente il colpo più debole, il pallonetto al livello in cui giocherò se mai giocherò la difesa più usata”. La guardo con due occhi così. “Ho osservato un po’ la partita tra le due ragazze del primo campo intanto che ti cambiavi, il loro mi sembrava un livello al quale posso aspirare”. Ha osservato, tipo per due minuti, due professioniste.

Non saprei dire con certezza quando Barbara iniziò a scomparire, cosa piuttosto strana, ci sono come delle interruzioni in quello che percepisco come un nastro ininterrotto di precise registrazioni di ciò che mi sta intorno. Ad esempio ricordo un viaggio di ritorno da Stoccolma dopo un’incredibile e faticosissima trasferta europea durata quasi due mesi e passata per diverse città della Germania e della Svezia. Ricordo tutto di quel pomeriggio, ricordo i volti, la stanchezza, le medaglie. Ricordo distintamente tutti i discorsi che ho udito, anche quelli appena sussurrati. Ricordo il volto della hostess che tradiva un velo di sorpresa per aver riconosciuto i volti più noti del gruppo. Ricordo tutti gli accompagnatori e le accompagnatrici, ma non ricordo Barbara.
Eppure lei ci doveva essere per forza, avevamo passato assieme la notte tra il trenta settembre ed il primo ottobre, due notti prima del viaggio, saltando da un canale all’altro della città fredda e quasi deserta: Strandvägen, Rosendalsvägen, Beckholmen per poi tornare indietro sulla Skeppsholmen fino alla Kastellholmen.
Assieme per modo di dire, al solito. Lei camminava veloce, insonne e lontana con la testa nascosta sotto ad un cappuccio nero fermandosi di tanto in tanto per motivi insignificanti, parlando poco e di argomenti difficili da cogliere.
A pensarci già quella poteva essere interpretata come una sparizione anche se qusto comportamento era tutt’altro che inusuale. L’intera sua vita può essere interpretata come una sparizione.
Parlava solo di numeri, o di dettagli che dilatavano nel tempo o nello spazio avvenimenti brevissimi. “Il mignolo”, mi disse ad esempio, “nel palleggio ha un tempo di contatto significativamente più breve delle altre dita eppure il suo contributo è fondamentale, per questo passo molte ore della mia giornata a guardarmeli, a toccare cose solo con i mignoli. Sono i mignoli che fanno di un palleggio un palleggio perfetto”. Oppure: “Ho sempre avuto molta paura del numero 46. Ad esempio ogni volta che comincio a camminare sto attenta a fare un saltino che mi eviti il quarantaseiesimo passo. Quando gioco mi impedisco di avere il 46% nelle mie statistiche, vai a controllare, piuttosto faccio un errore in più”. “Come fai con la pallavolo?”, le chiesi, “come fai ad evitare il quarantaseiesimo colpo? come fai ad evitare il quarantaseiesimo respiro la mattina? il quarantaseiesimo battito del cuore?”.
“Vivo nella paura”.

E insomma Barbara all’aeroporto di Stoccolma non c’era ed io per qualche motivo non me ne accorsi. Ci rivedemmo due settimane dopo in palestra, lei perfetta come sempre ed io ossessionato dal suo numero 46.

«Sei matta?» mi dice l’uomo dai capelli sporchi con una voce roca dal fortissimo accento americano. Non si è girato, ha solo parlato. Sobbalzo e mi accorgo solo in questo istante della sua presenza. L’uomo puzza ed oscilla leggermente avanti e indietro seguendo un ritmo silenzioso.
«Io e la mia chitarra vorremmo buttarci di sotto, non so se questo significa che sono matta». L’altro fa lentamente di sì con la testa e sempre senza girarsi dice a fatica «No no. Sei matta, butti la musica nel fiume. Una donna va bene, una chitarra forse va bene, ma la musica no».
Quella voce.
Quella voce la conosco.
Aggrotto le sopracciglia e guardo meglio. Nonostante la temperatura non proprio mite l’uomo dai capelli sporchi è vestito con una leggera giacca di cotone aperta davanti sul petto nudo, un paio di pantaloni neri forse più sporchi della giacca ed un paio di vecchie scarpe da basket senza lacci e con la suola consumata. Sembra un barbone come tanti, ma la voce no, non è è una voce qualunque.
«Eddie?» gli domando dubitando di me. «Esei Eddie Vedder?»
L’uomo si gira piano ed arrivato a tre quarti non c’è più alcun dubbio: ha gli occhi gonfi, la barba sfatta, il fisico distrutto ma è certamente lui, è Eddie Vedder.
Eddie fa un ghigno spaventoso, il suo ritmo silenzioso non si è mai interrotto ma viene ora sovrastato da qualcosa di più forte «Vai via!» ruggisce.

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