La difesa

A tre o quattro punti dalla fine della partita non ci sono molte possibilità che un avversario attacchi nella mia zona senza che io intercetti la palla. I miei compagni lo sanno e questo li rilassa, si concentrano sul secondo tocco, su una palla che eventualmente schizzi in qualche direzione strana. Dei cinque attaccanti avversari solo quattro sono da tener d’occhio; il quinto con il suo 16% non vedrà più un’alzata.
Di questi quattro solo due proveranno a mettere la palla nella mia zona, gli altri due sono stanchi e le loro abitudini sono già affiorate da un pezzo: tireranno dall’altra parte.

Parte la nostra battuta. Il muro rimarrà sulla diagonale dove prende il 10% di palle in più, io mi metto in posizione.
Mi accorgo che qualcuno ha spostato la mia bottiglietta e non vedo più spuntare i miei pantaloni della tuta dal cesto dei palloni dove li avevo lasciati al cambio campo. Il libero riceve bene. I miei compagni sono tutti seduti in panchina, nessuno si sta più scaldando ormai. Detesto quando toccano le mie cose.
Vicino al cesto tra il pubblico c’è una tipa con i capelli rossi che non è mai stata zitta, l’alzatore alza dietro una palla un po’ alta che arriverà qui al 100%, c’è un dirigente della squadra avversaria in giacca e cravatta che suda come un maiale, una signora elegante di quelle sempre perfette scommetto che ha una casa perfetta due figlie perfette un marito ricchissimo. A loro basta allungare la mano per toccare i miei pantaloni ma non capisco perché avrebbero dovuto farlo.

Barbara sugli spalti legge un foglio.

L’attacco parte potente con un forte schiocco ed un leggero effetto ad uscire, a dimostrazione che il loro opposto non sa che il mio lato debole è quello sinistro, nel quale ho quasi il 20% di errore in più rispetto al lato destro. Colpa di una microlesione ad un disco intervertebrale che teniamo nascosta al medico sociale. Il dolore non permette al ginocchio sinistro di flettere con la stessa rapidità con cui fletto il ginocchio destro. Anche la torsione del busto è più lenta di alcune decine di millesimi di secondo, che a volte possono fare la differenza.

Ho guardato Barbara giocare per 254 ore, minuto più minuto meno (dire il numero esatto di minuti lo trovo imbarazzante) e non le ho mai visto sbagliare un palleggio. Con “sbagliare” non intendo solo “compiere il gesto in maniera errata” ma anche “fare una scelta discutibile”. Ovviamente ci sono situazioni limite, con la palla che finisce tesa sulla rete o rasoterra o lontana fuori dal campo in cui anche lei fa quello che può, cioè la mette perfetta. Insomma Barbara è un mostro.

Il busto compie una torsione di circa 55°, le braccia tese con la spalla sinistra più bassa della destra. Al momento dell’impatto dirigo la palla verso l’alto in modo da scaricare la sua energia cinetica in una parabola alta circa 8 metri che dà tutto il tempo alla squadra di organizzare il contrattacco. Tutto questo se la generosità di Paolo, il centrale a muro, non lo avesse spinto a scomporre la posizione delle mani e ad allungare il suo enorme braccio alla ricerca di un contatto. “Fermi con le mani a muro”, quante volte lo avete sentito?
Beh, palla toccata, deviata verso la mia sinistra, con il mio corpo già sbilanciato dalla parte opposta. In allenamento la percentuale di palle giocabili difese da me in questo tipo di situazione è il 13% (il 18% con il corpo sbilanciato a sinistra e la palla deviata a destra).

Alzo il braccio sinistro in un gesto disperato che accelera la caduta del corpo, apro le dita al massimo e le irrigidisco, questo è tutto quello che posso fare, ora sta alla palla decidere se venire a colpirmi oppure no.
Cosa compone il ricordo di tutti quei gesti che fanno di Barbara Barbara? Cammina male Barbara sempre con le gambe doloranti, sempre con la borsa del ghiaccio da qualche parte, sulle ginocchia o sulla spalla o sulla mano. Il ricordo di lei seduta su uno scoglio, di spalle, che mi consegna un foglio, si alza a fatica e se ne va con le sue gambe un po’ tropo rigide, con qualcosa di ineluttabile negli occhi ma prima ancora nel corpo.

Percorro l’ultimo tratto di strada prima del muretto con l’iPod duro nelle orecchie, la vecchia chitarra su una spalla e la mente finalmente libera. Dal muretto il salto verso il canale è di una quindicina di metri, dovrebbero essere più che sufficienti per farla finita. La vecchia chitarra ancora con me dopo essere stata sempre al mio fianco per diciotto anni. Ripenso a tutte le volte che ho imparato a suonarla, a tutte le volte che ho disimparato, alle piogge, alle estati, a tutte le volte che mi ha salvato la vita.
Oggi non ci riuscirà. Più della pallavolo, più delle compagne, la chitarra è stata la mia unica compagna ed è l’unica che merita di rimanere con me fino alla fine.

Barbara è il nome che mio padre si inventò lì per lì, pieno d’alcol e di chissà cos’altro il giorno in cui dovette registrarlo all’anagrafe in ospedale. La ragazza che si occupava della pratica aveva lasciato la sua borsetta sulla scrivania ed al terzo o quarto tentativo riuscì a far arrivare a destinazione la domanda «Signor Rocchi, mi scusi, come lo vuole chiamare il bambino?». Lui si guardò in giro con estrema lentezza finché i suoi occhi smarriti non si posarono sulla borsetta «Barbara» disse.
«Barbara?»
«Sì. Barbara.»
Un nome da ubriachi.

Mi siedo sul muretto a contemplare il canale fangoso ma tranquillo, è mattina presto e la città è ancora silenziosa. Non mi accorgo della persona seduta pochi metri più in là, capelli lunghi e sporchi che ne coprono il profilo di cui si intuisce solo la barba ispida ed un volto sfatto. Una chitarra elettrica, una Fender, di colore marrone chiaro con il legno della cassa molto rovinato è abbandonata sul marciapiede. Un’altra coppia uomo-chitarra, un’altra storia di dolore. La chitarra è priva di due corde. La mancanza di corde della chitarra segnala al mondo la resa, il fatto che non c’è più futuro, che la musica non ha più la capacità di salvare nessuno. Gli uomini che si arrendono perdono i denti o le unghie o i capelli, le chitarre che si arrendono perdono le corde.
Resto seduta immobile per qualche minuto finché non cessa la musica nelle mie orecchie. L’iPod è scarico, si è arreso anche lui. Con un gesto solenne mi tolgo le cuffiette dalle orecchie, arrotolo il cavo attorno e lancio l’iPod nell’acqua. Addio amico fedele.

Verso di me sono arrivati migliaia di palloni, il calcolo del tempo, della traiettoria, degli impatti e di molte altre cose è completamente automatico, il cervello è libero di occuparsi d’altro. Le dita della mia mano sinistra si rilassano e si piegano leggermente in avanti per tentare disperatamente di dirigere il colpo. Troppo presto. Non abbastanza presto da mancare la palla però troppo presto. Colpisco il pallone ed il rumore, il crack che produce il mio pollice, mi sembra assordante. Non sento male, quello verrà dopo, tutto quello a cui riesco a pensare è l’incidente analogo, quello che ha posto fine alla carriera di Barbara.

La palla viaggia veloce verso una parete di numeri, la colpisce con violenza, la frantuma. Le urla dei compagni del pubblico dell’allenatore mi arrivano come da dietro una parete nelle mie orecchie c’è solo il tum tum del mio sangue che picchia e tutti quei numeri che cadono si riducono in briciole e Barbara che urla si è fatta male io corro verso di lei si tiene la mano non oso guardare si tiene la mano.

Cosa c’è scritto su quel foglio?

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