Archivio per la categoria ‘Non si fa così’

Si chiamavano Ricchi e Poveri

Pubblicato: 5 maggio 2016 in Musica, Non si fa così

rep
Ci avevate pensato? Si chiamavano Ricchi e Poveri. Questo già doveva dirci qualcosa, perché non si chiamavano Ricche e Poveri, ma nemmeno Ricchi e Povere. L’unica possibilità è che ci fosse un ricco, una ricca, un povero e una povera. Quando se ne andò Marina Occhiena fu un momento importante. Lei tentò la carriera da solista e ovviamente fallì, l’unica possibilità sarebbe stata chiamarsi Ricca (o anche Povera avrebbe funzionato, ma meno). Se si fosse chiamata Ricca allora la brunetta sarebbe stata povera e metà del mistero sarebbe stato risolto!

Il vero oltraggio alla trasparenza fu che il gruppo non cambiò nome. Come potevano chiamarsi ancora Ricchi e Poveri quando erano solo in tre? Questa è una storia tipica italiana, dove si vuole sempre nascondere tutto. Dovevano chiamarsi Ricchi e Povera o Ricchi e Povero o magari Ricca e Poveri oppure Ricco e Poveri. Ma certo Ricchi e Poveri no! Questo fu il momento in cui molti di noi si disamorarono del gruppo, il loro rifiuto di far sapere a tutti il loro status sociale generò grande amarezza tra il pubblico.

Ieri Franco Gatti ha annunciato l’abbandono del gruppo. Io vedo grandi possibilità. Questo è il momento di cambiar nome: chiamatevi Ricca e Povero o Ricco e Povera oppure Ricchi o anche Poveri. Sarebbe un grande gesto. Sarebbe soddisfare una richiesta che il vostro pubblico vi sta facendo da più di mezzo secolo.

Sportelli

Pubblicato: 7 novembre 2011 in Non si fa così, Sano localismo

Il Cons. Antonella Tancredi del PD (è bene specificarlo) ha aperto a pochi passi da casa mia uno “sportello del cittadino” con lo scopo, cito: “di innescare un processo virtuoso per migliorare il nostro territorio che non può avvenire delegando altri ma partecipando alla vita della Polis”.
Il Cons. Antonella Tancredi per venire allo sportello del cittadino passa attraverso lo sportello del suo SUV parcheggiato in doppia fila in una strada stretta dove la gente poi rischia di rovinarsi lo sportello della propria auto o del proprio camioncino andando a strisciare contro lo sportello del SUV del Cons. Antonella Tancredi parcheggiato in doppia fila in una strada stretta.
Io con queste persone non ci riesco a ragionare e provo a dirlo qui. Non so se ci vuole un genio per innescare un processo virtuoso per migliorare il nostro territorio, certamente ci vogliono meno sportelli.

Kabul reprise

Pubblicato: 12 ottobre 2011 in Bella Italia, Non si fa così

Ciao, ho deciso che Kabul non fa per me e me ne torno a casa.

Non prima però di aver girato un ultimo video.

Rumenta a Kabul

Pubblicato: 11 ottobre 2011 in Bella Italia, Non si fa così

Ciao, sono stato in centro a Kabul, non in periferia ma proprio quasi in centro storico, e l’ho trovata molto sporca.

Agevolo il filmato.

scusate ho la mania delle lettere collettive, che sono per me dichiarazioni d’amore a chi so mi vuole bene. Volevo dirvi che il mio libro tra poco sarà in libreria[…]
Vi scrivo per dirvi che cosa significa per me questo libro: è come vedere finalmente realizzata una necessità. La necessità di condividere una solitudine con gli altri. Perché la poesia si compone in solitudine violenta con dentro l’umanità degli altri. Come una volta mi aveva detto al telefono con la sua voce da streghetta buona Maria Lai. Mi aveva detto che non dovevo avere paura perchè i poeti si portano dentro l’umanità di tutti, e sono gli altri ad avere bisogno di loro e non viceversa. Dunque abbiate bisogno di me, prendetemi, prendete il mio libro, leggetelo. C’è dentro anche un po’ di voi.


Dunque ho un’amica che scrive un libro di poesie e me lo dice così ciao ti amo ho scritto un libro di poesie. Che la volta prima invece era un ciao ti amo e ho fatto un film e quella ancora prima era ciao ti amo metto in scena una cosa vieni a vedermi.

Non è facile avere un’amica che scrive un libro di poesie.

Con il cinema ed il teatro ancora ancora, vado, la vedo lì, vedo il suo corpo, sento la sua voce e me ne innamoro. Ci vado in giro, ci chiacchiero e passo tutto il tempo a fingere che no, non mi sono innamorato anzi lo sguardo trasognato non lo faccio mica a te perché sei te è che mi viene così di natura, è il mio sguardo trasognato spontaneo marchio registrato. Che tu hai già negli occhi il prossimo progetto, le prossime parole ed io sono lì assieme a te ma vedo solo l’orizzonte non riesco a guardare vicino e l’orizzonte sono due nastri d’asfalto che si separano inesorabilmente uno percorso da carri bestiame e bifolchi puzzolenti e l’altro da bellissime persone che danzano e cantano. E scrivono libri di poesie. Che schifo di metafora.

Con la poesia è molto difficile. Ora sono qui, con il libro davanti, “Mai più la parola cielo” e sono qui da circa dieci ore, guardo la copertina, è un libricino piccolo piccolo, 58 pagine, lo prendo in mano, lo giro e rigiro, lo ripongo, lo riprendo. Ho altri amici che scrivono e dei quali ho letto i libri. Non è facile nemmeno in quel caso, la voce che sentono le mie orecchie e quella che leggono i miei occhi è spesso discordante e questo a volte provoca fastidio o dolore. Non posso immaginare con la poesia come possa essere.

Mi ricordo l’effetto che mi fece l’incipit di “Storie di cronopios e di fama” di Cortázar, me lo ricordo come se fosse ieri perché mi sono esplose le meningi, perché ho provato un senso di meraviglia, sono rimasto così stupefatto e da quella volta gli incipit hanno un sapore diverso per me e rischiano di essere approssimazioni sbiadite di questa:

Il lavoro di ammorbidire il mattone tutti i giorni, il lavoro di aprirsi un passaggio nella massa gommosa che si proclama mondo, ogni mattina inciampare nel parallelepipedo dal nome ripugnante, con una canina soddisfazione che tutto è al suo posto, la stessa donna accanto, le stesse scarpe, lo stesso sapore dello stesso dentifricio, la stessa tristezza delle case di fronte, della sporca scacchiera delle persiane con la scritta HÔTEL DE BELGIQUE.

Uno scrittore scrive per necessità o perché è furbo o per mille altri motivi ma un lettore non ha motivo alcuno per leggere se non il gusto di leggere (i lettori professionisti non lo so ma credo che se fanno quella professione senza gusto sono certamente persone molto tristi). E leggere poesie per me è molto costoso, significa doversi annullare e donare completamente al testo, significa riuscire ad aspettare il significato sapendo che potrebbe non arrivare, potrebbe non arrivare subito, potrebbe non arrivare mai.

Ciao Elena questa è una dichiarazione d’amore non so se ce la faccio; questa è una confessione non so se ne ho il coraggio. Se tu fossi una perfetta sconosciuta l’avrei già letto, è ridicolo lo so, mi sarei letto queste 58 pagine, me le sarei bevute, o forse ne avrei letta una ed avrei piantato lì ma insomma la questione, se tu fossi una perfetta sconosciuta, sarebbe già risolta. Una Elena il cui significato mi sfuggisse, nel male o nel bene, troverebbe posto nel mio cuore o sarebbe troppo diversa dalla Elena il cui “significato” e stato così spontaneamente accolto in me di persona?

Sono sicuro che è un libro bellissimo, leggetelo voi e ditemi com’è, io non so se ce la faccio.

Elena Morando, “Mai più la parola cielo”.

Posso farcela.

Ora lo apro e leggo la prima pagina.

Solo la prima pagina.

Se leggo la prima pagina poi è fatta.

Non ci sono abituato. Sono in aeroporto con un MacBook Pro ancora imballato come bagaglio a mano, non è per me lo sto solo trasportando.

Sorridono, mi guardano di sottecchi, commentano, si danno di gomito, dimostrano imbarazzo.

Mai nella mia vita, dico mai, la mia persona ha destato così tanto interesse negli altri, soprattutto nelle donne.

Tirature

Pubblicato: 5 giugno 2010 in Giornalismi, Non si fa così

Ieri ero nella deserta sala d’aspetto di un famoso luogo di cura (una clinica e non un ospedale ma siccome l’idea di me, lì, nella sala d’aspetto di una clinica, non mi piaceva non volevo dire che era una clinica ma ecco, invece l’ho detto) della città e come non è difficile indovinare ero lì che aspettavo annoiandomi un po’. Mi sono annoiato finché non mi sono accorto che la sala era piena di quotidiani. Di preciso era pieno di copie dello stesso quotidiano, il Corriere della sera. C’erano ventidue seggiole vuote (io aspettavo in piedi) e trenta copie del quotidiano quasi tutte intonse di preciso solo tre copie erano state aperte. Ho provato a moltiplicare questa situazione per tutte le sale d’aspetto di tutti i luoghi di cura d’Italia e ho pensato a quanti soldi, i contributi per la carta, le tipografie, la distribuzione, lo smaltimento dei rifiuti, a quanti soldi quotidianamente vengono buttati letteralmente nella spazzatura pur di mantenere alta la tiratura. E’ stato un conto che non sono riuscito a fare ma mi ha messo addosso uno strano senso di tristezza (altrimenti immotivato, nella sala d’aspetto di una clinica, deserta, calda, con un puzzo tremendo di disinfettante e addosso quella tipica sensazione di attesa che ti prende quando aspetti qualcosa).

Per passare un po’ il tempo decido di leggere, come dicevo altrove non mi succede quasi mai di leggere i quotidiani, e così mi siedo e rendo tonsa una delle copie intonse.

Credo che la crisi dell’editoria si basi sul fatto che nei quotidiani si trova soltanto fuffa e credo che in questo internet non c’entri nulla. Ci sono articoli falsi, scorretti, senza capo né coda, che fanno l’occhiolino al potente di turno, sconclusionati, incoerenti, catastrofisti. Una volta che ti abitui a leggere testi di qualità scelti da fonti di qualità il confronto con i quotidiani è impossibile. Pubblicano roba terribile. Questo rivaluta il fatto che molte copie finiscano intonse direttamente nella spazzatura. Mi piace molto la parola “intonsa”.

Una volta finito, circa un’ora dopo, un’ora passata a riflettere sul fatto che magari la stampa non è tutta così e che però io conosco solo stampa così e che sarà sicuramente un’altro dei miei limiti, uscendo da una porta laterale c’erano ancora per terra i sacchi della spazzatura del giorno prima, era mattina presto ed evidentemente i camion della spazzatura non erano ancora passati. Siccome uno dei sacchi era particolarmente voluminoso e squadrato ho scostato con un piede la sua apertura per vedere cosa conteneva.

Centinaia di copie del corriere intonse.